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A fine nel maggio del 1797 i Francesi, che avevano preso possesso della
Serenissima con uno dei più discussi colpi di mano napoleonici,
decisero di conquistare il cuore della popolazione veneziana
riaprendo il teatro della Fenice, chiuso nella quaresima di quell'anno e
rimasto negletto a causa dell'incalzare degli eventi. Ottima scelta, dato
che le malelingue dell'epoca, ce n'erano anche allora, avevano subito detto
che per quanto i Veneziani avessero pianto la caduta della Repubblica, non
si erano disperati tanto quanto per l'incendio del teatro di San Benedetto,
il 25 febbraio del 1774: il fuoco s'era divorato molti teatri anche nel sei
e settecento, per quanto ai nostalgici secchi un po' ammetterlo, dopo le
polemiche accese appunto dall'ultimo rogo della Fenice!
Non solo, ma per sottolineare che i Francesi venivano a proporre un mondo
nuovo ed egualitario, invece dello spettacolo tradizionale si offriva una
bella festa danzante a cui tutti, ricchi e poveri, erano caldamente
invitati. E bisogna dire che l'iniziativa ebbe successo e se qualche
patrizio nostalgico restò a casa, ci fu un grosso afflusso di
gondolieri, arsenalotti, marinai disoccupati e soprattutto... cosa che sotto
sotto interessava ai più, tante donne gaie e pronte a divertirsi. Le
"barcaiuole" dicono le cronache d'epoca, furono particolarmente
apprezzate!
Bisogna dire che il bel sesso, istruito a dovere da "La donna galante
ed erudita", famoso rotocalco dell'epoca, nonché dall'esposizione
nelle Mercerie della famosissima "piavola de Franza": una bambola
in grandezza naturale che veniva agghindata ogni anno in occasione
dell'Ascensione con abiti nuovissimi per suggerirne l'acquisto, aveva optato
da un pezzo per la moda francese ed ora era uno sfarfalleggiare di giallo
canarino e cedro, di verde mela e collo d'anitra, sapientemente abbinati a
tutte le tonalità del rosa. Le scollature erano sempre più
vertiginose. I maligni dicono addirittura che le veneziane si facevano
fabbricare apposta dei busti troppo stretti dietro ed aperti sul davanti, in
modo che al minimo movimento il seno balzasse fuori. Bisogna ricordare però
ai moralisti che all'epoca le donne allattavano i bambini fino ai due anni e
che le popolane lo facevano tranquillamente sedute sulla pubblica via, per
cui il seno non era quell'oscuro oggetto di desiderio che è diventato
poi per la tradizione romantica! Comunque in epoca napoleonica comparvero
anche le "tette finte", per montare ad arte quelle vere o per
sostituirle in toto, a seconda delle necessità e nonostante le
proteste degli uomini così tratti in inganno tale moda non è
più tramontata. Curiosamente i moralisti protestarono anche per la
comparsa delle "culottes", cioè delle mutande e molti
medici s'affrettarono a dichiararle antigieniche. E, sì, se le donne
fossero state in casa, dov'era il loro posto, o fossero uscite coi
gonnelloni pesanti in uso un tempo, invece che con quelle mussoline delicate
che venivano dalla Francia, non ci sarebbe stato alcun bisogno di questa
strana novità!
Le signore invece "più desiderose di baci che di calde
parole" commentavano i contemporanei, uscivano continuamente e
frequentavano con gioia teatri e feste. Unica differenza era il definitivo
tramonto della "bauta", cioè della maschera, che i Francesi
avevano addirittura proibito perché la identificavano col potere
dell'"ancien régime", così come era passato di moda il
gran tabarro nero e tutti i delicati vestiti che il settecento riservava ai
nobili: ora berretti frigi, carmagnole attillate e scure, cravatte larghe
erano gli argomenti più indicati per attrarre le signore.
Queste dame almeno da due secoli facevano ben parlare di se': basti per
tutte l'aneddoto riguardante Cecilia Tron, già amante di Cagliostro,
che in occasione d'uno spettacolo cedette il proprio palco al teatro di San
Benedetto al duca di Curlandia per 80 zecchini. Al suo ingresso la donna fu
salutata da una curiosa poesiola: "brava la Trona, la vende el palco più
caro de la mona!" per nulla imbarazzata dalla presenza del marito la
gentildonna sorrise e rispose: " gavè razon, perché questa, al
caso, la dono!"
Uno scherzo? Può darsi, ma le cronache del tempo non sono tutte così
convinte. Il sesso a Venezia è un grande argomento: la gente parla di
40.000 donnine di piacere sparse per tutta la città, mentre duecento
cortigiane di rango avevano fatto redigere un prestigioso catalogo, con
tariffe, dati ed indirizzi.
Va tuttavia raccomandata una certa cautela nell'interpretazione di questi
dati: non possiamo paragonare le usanze d'un'epoca dove la prostituzione era
legale, con la situazione odierna! Senza nessun pregiudizio contro la legge
Merlin è chiaro che i giri legati alla mafia ed all'importazione
clandestina di minorenni non potevano esistere in una città di porto,
certo, ma piccolina, dove, per quanto oggi possa sembrare assurdo, si poteva
ancora pensare alla "cortigiana onesta" che esercitava il suo
mestiere con dignità. Non dimentichiamo poi che accanto agli
atteggiamenti liberi delle patrizie, da secoli ormai avvezze a mandare
avanti da sole gli affari di famiglia, perché i mariti erano in mare, c'era
anche un "ménage" borghese molto più tranquillo
documentato a dovere dalle commedie di Gozzi e di Goldoni.
Paradossalmente il fatto che oggi la classe media sia fuggita tutta a Mestre
ripropone la stessa stratificazione sociale: accanto alle donne più
ricche, che hanno anticipato e portano avanti il discorso femminista, ci
sono ancora a Venezia tantissime famiglie povere, dove persino il diritto
all'istruzione delle figlie femmine è di nuovo messo in discussione!
Ma a parte le belle donne, com'era questa Venezia di fine settecento?
Dal punto di vista monumentale più o meno quella di oggi.
Sì, certo, quest'affermazione attirerà le ire dei laureandi in
storia di Ca' Foscari, nonché dei più agguerriti architetti dello
IUAV, con le loro tesi attente che han contato tutti i mattoni dei palazzi
veneziani e sono perfettamente in grado di isolare quelli autentici dalle
deprecate ricostruzioni ottocentesche... ma per i turisti di tutti i giorni,
quelli alla buona, che fanno un giro a San Marco e se c'è bel tempo
arrivano fino alle isole, Venezia è data dal Canal Grande, piazza,
Basilica, Campanile (non autentico, questo si sa, ma pur sempre ricostruito
"com'era e dov'era" dopo il crollo del 1902) Salute e San Giorgio.
Tutte cose appunto già perfettamente godibili anche nel settecento.
La grossa differenza è rappresentata dalla rete di ponti e
fondamenta, quasi tutte di costruzione austriaca, se non addirittura più
tarda: il Veneziano del settecento si muoveva in barca; non solo la
famosissima gondola con felze, esclusivo privilegio patrizio, ma sandali,
copani, margarote, rascone s'affollavano sulla laguna fin dalle prime luci
dell'alba e non si fermavano completamente neppure di notte. Casanova (e
sulle sue mai dimenticate avventure si sta appunto girando un film in questi
giorni) racconta l'abitudine di passeggiare all'alba al mercato di Rialto,
coi segni dei bagordi notturni ancora sul viso.
Per una città che viveva esclusivamente d'importazione il mercato
aveva per forza un fascino speciale, si comprava, non dimentichiamolo,
persino l'acqua, perché quella dei pozzi da tempo non bastava più e
poi non era mai stata completamente potabile: le barche adibite a questo
trasporto si chiamavano "burchi" e venivano dal Brenta, per questo
ancora oggi si chiama Burchiello il mezzo che lo risale. Ma c'erano anche
donne, dette "bigolanti" che trasportavano i secchi per la città,
di casa in casa, con acqua calda e fredda.
Chi non voleva andare in barca se ne stava a casa, o meglio, davanti a casa,
perché i primi piani erano umidi e bui, tanto che nella bella stagione
campi e calli erano affollate di bambini che giocavano ed artigiani, uomini
e donne, al lavoro: prime fra tutte le merlettaie e le "impiraperle"
(donne che con speciali pettini infilavano perle di vetro per le famosissime
conterie veneziane) e poi via via: calzolai, fabbri e tutti i rivenditori di
commestibili, con botteghe stabili all'aperto o organizzati addirittura per
una distribuzione a domicilio.
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