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La casa della città Non c'è nulla da fare: se l'Italia ha fatto la storia
dell'architettura e delle arti, sono i mitteleuropei ad insegnarci
come curare, trasformare e progettare lo spazio urbano in maniera
consapevole e informata.
Nel secondo dopoguerra italiano non sono bastate leggi e approcci e ricerca
a salvare i nostri centri da un lento e impenitente degrado urbano, anche
dei piccoli paesi.
Cosa è che ci rende così confusionali, quali fattori ci portano ad essere
così poco organici alla nostra terra e disordinati nell'approccio alla
trasformazione urbana.
Probabilmente l'approccio razionale, comprensivo di tanta urbanistica, segna
il passo e credere che per un buono spazio urbano basti riportare legalmente
due indici di edificabilità è un'illusione.
Si va verso l'approccio integrato e multidisciplinare condotto attraverso
uno studio di caso che conduca a scegliere tra le alternative adatte alla
popolazione.
Ciò che fa male è l'atteggiamento di chi pensa che non ci sia
un'immagine urbana degna di essere recuperata o di seguire trasformazioni
coerenti con le premesse di vivibilità, sostenibilità finanziaria e
ambientale, storia del luogo e identità collettiva.
Allora perché a Colobraro il disinteresse verso il centro storico, il
decoro urbano e la cancellazione di tratti peculiari del luogo vanno avanti?
Non bastavano le pale eoliche sul Monte Calvario, il Castello quasi in
crollo senza un puntello, le pavimentazioni in pietra pugliese, gli intonaci
sulle case antiche e la demolizione di cortine importanti (muro della
paranza); no, l'edilizia è ancora ritenuta un mezzo per dare lavoro,
nella maniera più semplice o nell'unica che si conosce.
Allora perché i giovani di Colobraro sono tristi quando ricordano
l'immagine urbana di qualche anno fa con malinconia? E come mai tanti
adulti, che pure dovevano affezionarsi ad una certa immagine lasciano che si
perseveri nell'idea che guardando solo al proprio orticello si ottiene il
massimo risultato di procedere per somma alle trasformazioni cittadine?
A governare questi processi dovrebbe essere l'integrazione,
quell'aspetto della vita sociale sconosciuto a Colobraro e secondo il
quale bisogna discutere insieme ed istruire le pratiche perché i
progettisti possano vagliare delle scelte ampliamente condivise.
Come si fa questo? I mitteleuropei vanno nella Casa della Città, un luogo
fisico di discussione e mostra sulle alternative di urbanità futura. Qui si
può parlare, collaborare, mettere in campo i diversi interessi, confrontare
gli approcci e vagliare le scelte progettuali.
Se lo facessimo anche noi, probabilmente faremmo scelte più consapevoli,
informate e condivise. Abbiamo anche un luogo per farlo.
Si è da poco proceduto ad un recupero delle facciate del vecchio Convento
francescano, ma non si è pensato ad uno studio di compatibilità al riuso,
acché se ne abbia una destinazione d'uso che non lo renda solo un grande
incubatore, il cui restauro deve dare lavoro a qualcuno.
Facciamone una Casa della Città, un incubatore vivo e culturale, tanto più
che si trova di fianco al municipio. E' urgente che quello spazio ritrovi una funzione vitale e collettiva,
anche per la rivalutazione dello spazio urbano circostante.
Qui troverebbero spazio le mostre temporanee, i servizi al cittadino, sale
conferenze e dibattiti, una sala multimediale, spazi per le associazioni
operanti sul territorio e per gruppi di artisti (musica, danza, pittura,
ecc.), la protezione civile, il volontariato e anche il centro parrocchiale
giovanile che si pensa di immettere in un altro edificio che non ha urgenza
di essere rifunzionalizzato.
Qui si formerebbe un crocevia di ragazzi, adulti, responsabili della società
civile, con stimoli culturali e civici diversi; qui potremmo parlare
dell'interesse comune, qui ci dovremmo incontrare sotto i portici o nel
chiostro per confrontarci e qui discuteremmo anche delle trasformazioni
urbane.
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Ci vuole un semplice progetto di recupero, preceduto da un'attenta analisi
di compatibilità al riuso improntata ad esigenze tecniche e funzionali.
Per fornire a cittadini, fruitori ed organizzatori di eventi e ai turisti
una base virtuosa per
l'associazionismo di tipo spontaneo o organizzato, perché si è
convinti della crescita personale, morale, civica e culturale che si ottiene
dalla collaborazione, tanto più in un piccolo centro in cui sembra di
conoscersi tutti, ma ci si sofferma poco a condividere esperienze, emozioni,
conoscenze; possiamo far risparmiare
alla collettività del denaro, che può essere impiegato altrove o nella
migliore riuscita delle manifestazioni; possiamo sfondare
il muro di indifferenza che circonda Colobraro invitando a partecipare
diversi soggetti ad una realtà organizzata, così mostrando cultura e saper
fare del nostro paese; riusciremmo ad attirare a Colobraro anche una fascia
di età giovane, che sappiamo essere quella più propensa a
spostarsi; otterremmo di fare acquisire agli stessi residenti la consapevolezza
delle opportunità e delle potenzialità che possono essere spese a
favore della promozione del territorio, per uno sviluppo economico,
turistico e occupazionale; daremmo vita ad un circuito culturale-turistico-economico-occupazionale passeremmo
dei bei momenti di vita pubblici,
appaganti e ampliamente condivisi. procedere
per somma alle trasformazioni cittadine?
A governare questi processi dovrebbe essere l'integrazione,
quell'aspetto della vita sociale sconosciuto a Colobraro e secondo il
quale bisogna discutere insieme ed istruire le pratiche perché i
progettisti possano vagliare delle scelte ampliamente condivise.
Come si fa questo? I mitteleuropei vanno nella Casa della Città, un luogo
fisico di discussione e mostra sulle alternative di urbanità futura. Qui si
può parlare, collaborare, mettere in campo i diversi interessi, confrontare
gli approcci e vagliare le scelte progettuali.
Se lo facessimo anche noi, probabilmente faremmo scelte più consapevoli,
informate e condivise. Abbiamo anche un luogo per farlo.
Si è da poco proceduto ad un recupero delle facciate del vecchio Convento
francescano, ma non si è pensato ad uno studio di compatibilità al riuso,
acché se ne abbia una destinazione d'uso che non lo renda solo un grande
incubatore, il cui restauro deve dare lavoro a qualcuno.
Facciamone una Casa della Città, un incubatore vivo e culturale, tanto più
che si trova di fianco al municipio.
E' urgente che quello spazio ritrovi una funzione vitale e collettiva,
anche per la rivalutazione dello spazio urbano circostante. Qui troverebbero
spazio le mostre temporanee, i servizi al cittadino, sale conferenze e
dibattiti, una sala multimediale, spazi per le associazioni operanti sul
territorio e per gruppi di artisti (musica, danza, pittura, ecc.), la
protezione civile, il volontariato e anche il centro parrocchiale giovanile
che si pensa di immettere in un altro edificio che non ha urgenza di essere
rifunzionalizzato. Qui si formerebbe un crocevia di ragazzi, adulti, responsabili della società
civile, con stimoli culturali e civici diversi; qui potremmo parlare
dell'interesse comune, qui ci dovremmo incontrare sotto i portici o nel
chiostro per confrontarci e qui discuteremmo anche delle trasformazioni
urbane. Ci vuole un semplice progetto di recupero, preceduto da un'attenta analisi
di compatibilità al riuso improntata ad esigenze tecniche e funzionali.
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