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ATENA E L'ANTICO COMMERCIO DELL'OLIO DI OLIVA
di Mary Falco

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I primi rifiutavano di racchiudere gli dei entro costruzioni materiali e ne riconoscevano la presenza soprattutto nei boschi, sotto i vasti cieli aperti, i secondi avevano fondato sul tempio la forza della monarchia, per cui di fatto ci viveva il re. Sì certo, il sovrano era indicato dai più come amato dalla dea… ma nessuno s'aspettava di vederla davvero comparire al suo fianco! E se dopo i giochi si sentiva il bisogno di qualche esercizio propiziatorio che spiegasse bene alla terra che cos'era la fecondità si ricorreva ad esempi più concreti ed espliciti.
No, un pupazzo di legno non avrebbe soddisfatto nessuno!
Come tutte le idee artificiose veniva dall'Egitto.
Qui gli dei erano rappresentati da questi simulacri di legno, che dovevano essere periodicamente lavati, unti con olio di rose, esposti al sole del mattino e finalmente rivestiti e portati nella parte più segreta del tempio, dove restavano nascosti fino alla festa successiva. In Egitto appunto era vissuta Armonia, la figlia d'Ares ed Afrodite, che una volta sposato Cadmo comunicava appunto con l'augusta genitrice attraverso queste statuette.
I marinai l'imitarono portando con se' un'immagine della dea che placava le onde e garantiva una buona navigazione.
È quindi probabile che i Greci inventassero questo nuovo aspetto della dea frequentando i porti egizi!
E pian piano Pallade Atena, che era la dea dell'astrazione, viene evocata vicino all'acqua: il lago Copaide in Beozia, il fiume Alfeo in Arcadia, il mare che circonda l'isola di Creta… come Afrodite placava le onde così Pallade Atena disperde le procelle celesti. La sua lancia ferma il fulmine, la sua egida immobilizza chiunque vi fissi lo sguardo.
La ragione perde quella forza dirompente con cui era uscita dalla testa di Zeus per diventare un elemento di stabilità e di riflessione. Nell'Iliade Atena calma Achille già deciso ad uccidere Agamennone, nell'Odissea aiuta Ulisse a tornare a casa… ed attraverso il prezioso simulacro Pallade Atena esce dai confini a lei riservati come dea della ragione ed entra nell'intimità delle case: per tessere e ricamare il suo mantello, per esempio, le fanciulle lavoravano nove mesi interi. Come per una gravidanza! Inoltre era necessario provvedere ad un bagno sacro tutte le primavere e per finire le si dedicava una festa speciale a novembre, in occasione della raccolta delle olive, non più i giochi trionfali d'agosto, ma una tranquilla festa del raccolto, disponendosi a tornare a casa ed era proprio in questi giorni che si sceglievano le ricamatrici per la prossima festa.
Guardando ad Atene: la città della Dea, così come ci è stata restituita dagli scavi archeologici iniziati nel 1931 per conto della Scuola Americana di Studi Classici, pare di capire un poco i miti che vi sono nati.
Il sito era abitato fin dal XIII sec. a.C. ma di quell'epoca non si possiede una storia. La città così come è venuta pian piano alla luce documenta i testi del VII e VI sec. a. C. e s'articola tutt'intorno ad un'Acropoli di 

 

calcare bluastro, con un centro interamente occupato da edifici sacri ed un "agorá" o luogo di riunione, una grande piazza circondata d'edifici pubblici, compreso il mercato, attorno alla quale si costruirono confuse case, botteghe, fino a formare interi quartieri d'abitazione, senza nessun piano regolatore. Questa famosa agorá, centro della vita sociale, era uno spazio irregolare, inclinato per favorire il drenaggio naturale, con due grandi fontane pubbliche. Non fu mai pavimentata, perché ci crescevano gli ulivi sacri, ma anche platani, allori ed un unico grande pioppo, che era usato per affiggere gli avvisi pubblici. Per favorire la circolazione si stendeva uno strato di ghiaia nei percorsi principali. Poiché fra i numerosi edifici pubblici non son stati trovati tribunali, si deduce che la giustizia fosse amministrata direttamente nei santuari, molto probabilmente nello Stoà di Zeus, dove effettivamente son state trovate una gran quantità di tessere che servivano per votare. Accanto ad i templi veri e propri esistevano ancora i santuari a cielo aperto, detti "ipetri". Il tutto era racchiuso da mura ciclopiche, cioè da grandi megaliti tenuti insieme da ramponi, senza malta, secondo una tecnica importata dall'Egitto, con un'unica entrata ad ovest. Più tardi si provvide ad una seconda cerchia di mura, che racchiudeva anche le fonti sacre, tra cui la famosissima Aglauro; in quest'occasione si cominciarono a dotare gli edifici pubblici di "propilei" cioè porticati, in modo che la vita cittadina potesse continuare indisturbata anche sotto il sole cocente o la pioggia, dato che gran parte delle attività si svolgevano all'aperto.
Dopo il mitico re Teseo, che unificò sotto Atene tutti i villaggi dell'Attica, la città cominciò a distinguere un ente morale vero e proprio racchiuso dall'Acropoli, dalla città bassa in cui s'abitava. La legalizzazione vera e propria si fa risalire a Solone ed a Pisistrato, nel VI sec. a. C. e coincide con l'annessione di Eleusi, col santuario di Demetra e con la costruzione di una terza cerchia di mura. Fuori restarono soltanto i ginnasi,  alcuni santuari come quello di Zeus olimpico e Dioniso delle paludi, che per loro stessa natura dovevano essere esterni e naturalmente i cimiteri. Dopo l'invasione dei Persiani nel 480 a. C. la città fu distrutta e dunque Pericle, al governo quasi ininterrottamente tra il 443 ed il 430 a. C. pensò di costruire una nuova cerchia, che racchiudesse anche il porto, il celebre Pireo. In quest'occasione furono usate addirittura le pietre funerarie. Il lavoro fu completato per il 445 a. C. la città ora aveva sedici porte, compresa quella sacra da cui usciva la processione per Eleusi.
Contrariamente a quanto fanno pensare i testi si trattava d'una città ancora molto semplice: le case d'abitazione anche se numerose, (Senofonte parla di 10.000), erano modeste tutte con pozzo e cisterna, perché le fonti erano riservate agli usi religiosi. I giardini sorgevano pertanto nelle zone naturalmente irrigate da fiumi, fontane e sorgenti ed erano considerati sacri anch'essi, prossimi com'erano ai santuari, accanto ai quali c'erano vere e proprie oasi protette, perché ad ogni divinità erano cari animali, alberi e fiori particolari. Le case, al contrario, s'addossavano l'una all'altra:

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