logo_fen_mini.jpg (4384 byte) Pagina 20

ATENA E L'ANTICO COMMERCIO DELL'OLIO DI OLIVA
di Mary Falco

continua da pagina 19

s'accedeva da una porta situata sul retro, c'erano pochissime finestre e non mancavano i tuguri scavati direttamente nella roccia e casette con tetti di paglia e pareti di legno, pietra o argilla. Si cercava però di lasciare lo spazio per coltivare qualche erba, soprattutto i papaveri, da cui si ricavava un blando sonnifero considerato adatto a tutti i mali. Si trovavano case più comode e spaziose man mano che si procedeva verso la periferia. Appena le dimensioni della casa lo permettevano si procedeva a dividere l'appartamento degli uomini da quello delle donne: i primi avevano diritto alla grande sala da pranzo invernale, col focolare (appena il tempo lo permetteva si cucinava fuori), mentre nel gineceo era sistemato il letto matrimoniale ed anche il bagno, perché le donne non frequentavano i bagni pubblici. Per questo fatto si trovano tracce di bagni anche in case che non possedevano ne' pozzi, ne' cisterne: evidentemente gli schiavi andavano ad attingere l'acqua alle fonti pubbliche e la portavano a casa. In occasione delle nozze le amiche della sposa facevano una vera e propria processione alla fonte sacra Colliroe ed attingevano l'acqua necessaria con speciali recipienti riservati a questo scopo: i controphòros. Se una fanciulla aveva la disgrazia di morire nubile uno di questi vasi veniva sistemato sulla tomba! Erano completamente sconosciuti gli impianti per il deflusso dell'acqua. Se si desiderava fare la doccia uno schiavo saliva su uno sgabello ed innaffiava il padrone! Ancora più modesto era il focolare domestico: un sistema di forni e fornelli accesi con tizzoni. Appena il tempo lo permetteva si preferiva una bella grigliata all'aperto!
Tutto ciò che oggi si produce in legno… o plastica, gli ateniesi lo facevano in terracotta: il legno era raro e prezioso ed era quindi riservato alle navi. La leggenda del letto d'Ulisse, ricavato dal tronco d'un ulivo vivente, nasce dall'abitudine d'utilizzare gli alberi senza tagliarli, per rispetto dell'ambiente, certo, ma anche per una sostanziale povertà di mezzi.
A dispetto di tanta frugalità gli Ateniesi furono forse i primi ad aprire delle banche, nel IV sec. a. C. Le famiglie infatti lamentavano la scarsa disponibilità di denaro liquido derivante dalla rigida legislazione relativa ai beni fondiari. Si cercava di ovviare all'inconveniente accumulando gioielli e prodotti d'artigianato di lusso, ma in uno stato che viveva di commercio il denaro non era mai abbastanza.
Si costituirono dunque i primi prestiti in caso di nozze, rapimento di congiunti da parte di pirati (caso purtroppo frequente), equipaggiamento di navi o spese teatrali, arrivo improvviso di un ospite.
Era relativamente facile trovare prestatori, perché dato appunto che i beni fondiari non si potevano vendere, la gente era contenta di ipotecarli, in modo da poterne ricavare profitto. In un primo tempo i debitori insolventi venivano venduti come schiavi, ma nel 594 a. C. Solone proibì la cosa. Il mercato era infatti saturo di Barbari, che tra l'altro
rappresentavano un investimento molto più vantaggioso.
Ma che cosa si vendeva?

Qualsiasi libro di storia riferisce che le popolazione egee, abitando una terra povera e frammentata, vivevano di commercio: la loro situazione geografica stessa li proiettava verso il mare come unica possibilità di sopravvivenza ed è universalmente noto che la loro meta era l'Egitto, produttore di grano… ma che cosa davano in cambio?
E qui si comprende come i prodotti locali fossero tutti consacrati agli dei.
L'ulivo ad Atena, il fico e la vite a Dioniso. Olio, vino e fichi erano infatti gli unici prodotti della terra greca e come tali soggetti ad un rigido monopolio statale: il termine sicofante, che attualmente vuol dire malandrino significava letteralmente denunciatore di ladro di fichi… crimine gravissimo nell'antica Grecia.
Grandi coltivatori d'olive e di viti, i greci infatti producevano olio e vino di grado, che poi richiudevano nelle caratteristiche anfore di ceramica ed ammassavano nella stiva delle navi dirette in Mesopotamia e in Egitto alla ricerca di grano, ma anche, già che si era in viaggio, di spezie orientali importate attraverso la penisola arabica. A dispetto dei canoni di semplicità predicati da Omero ed Esiodo, la cucina e la farmacopea dell'età del bronzo son quanto di meno semplice si possa immaginare e gran parte dei prodotti che rallegravano le mense, soprattutto nei giorni di festa, provenivano dal Oriente. Anche gli arredi ed il vestiario erano tutt'altro che "fatti in casa": si importavano sete, profumi, avorio ed una incredibile quantità di metallo, poiché rame, argento e vari tipi di leghe erano impiegati per la realizzazione di stoviglie ed utensili, nonché per la costruzione dei mobili: cofani di varie misure, sgabelli, tavoli... perché il legno era riservato alle navi e la terracotta era il simbolo della povera gente.
Una precisazione importante: mentre vino e fichi secchi sono esattamente quelli che conosciamo oggi l'olio era… essenzialmente un carburante! L'uso più diffuso nell'antichità era infatti quello d'accendervi le lampade: da qui il suo tenace legame con la luce e quindi in genere con l'intelligenza, che fa dell'olivo la pianta della dea, definita tra l'altro Glaucopide, cioè scintillante. Tra i suoi rami compare spesso la civetta, che vede nella notte ed è considerata quindi un possibile veicolo d'Atena e suo animale sacro.
Ampiamente documentata, fin dai tempi omerici, la navigazione notturna, effettuata esclusivamente attraverso l'osservazione della posizione delle stelle e del movimento delle costellazioni. Di qui il culto d'Afrodite=Astarte=regina del Cielo, ma anche di questa dea della sapienza che, attraverso la civetta, vede nel buio.
Se le feste ufficiali della dea sono tutte diurne e solari, le sue manifestazioni private appartengono tutte alla notte ed è soprattutto quando veglia solo sulla sua nave… che poi è poco più che una barca, che Ulisse s'intrattiene con la Dea. L'Iliade e l'Odissea sono ricche di notizie sulla vita di mare: il secondo canto dell'Iliade, per esempio, descrive i battelli "cuciti" per mezzo di corde vegetali, perché‚ non si conosceva ancora la tecnica degli incastri, mentre nel XIV canto dell'Odissea si cita la possibilità di navigare direttamente da Creta verso l'Egitto sfruttando i venti settentrionali, infine quasi tutti gli studiosi sono d'accordo nel riconoscere nello stretto di Messina il teatro leggendario delle peripezie fra Scilla e Cariddi.

continua a pagina 21

pagina 19

sommario

pagina 21