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Return to Colobraro
When I was young my grandmother, Rosaria Gialdino, used to tell me stories
about the "Old Country"--Lucania--the area of southern Italy where she and my grandfather, Giuseppe Alessandro Zito, were
born. They emigrated from Italy at the turn of the 20th century to start a new
life in America and they settled on the east side of Youngstown, Ohio, where
I was born.
Our neighborhood was much like the old world, filled with Italian immigrants,
many of whom had come from the same small town as my grandparents. My
aunt, Maria Luisa Zito, and her husband,Giambattista Gagliardi, lived right
next door to us.My uncle Giambattista ("Uncle John"), who
had served in the Italian army, never learned to speak
English, but he worked hard in the steel mills, and he had the finest garden
in our neighborhood. He even had a prized fig tree, which he buried
every autumn because of our harsh winters and dug up again each spring.
Across the street lived Vincenzo Morano, who had come to America in 1908.
Vincenzo always had two or three goats, which he herded around the
neighborhood; and the sidewalks were often littered with "black marbles,"
the droppings the animals left behind. Because of his goats, we called
Vincenzo "Jimmy the Goatman." He was an intelligent man who
had taught himself Latin and Greek, and whenever he saw me near my house he
would tell me about astronomy and his love for the evening sky.
There were many other Italian immigrants in the neighborhood who had come to
the new world--Abbatista, Altieri, D'Alitto, Di Napoli, Di Pizzo, Isceri, La
Rocca, Lucarelli, Modarelli, Rondinelli, etcetera--most of whom never
returned to their homeland. My grandparents never went back. Even though my grandmother talked lovingly about the "Old
Country," she never again looked upon the rolling hills and mountainous
terrain of her Lucania. She died in 1959.
It took me forty-three years after her death to visit Italy for the first
time. Fortunately, I brought my elder brother and our
eighty-five-year-old mother along. My wife and my brother's wife came,
too. We rented a van at the airport in Naples and drove south along
the coast to Maratea, where we turned inland to discover the country from
which my mother's parents had come. As we drove though the small towns
in the Province of Matera, it was as if we had come home.We
recognized these people: their physical stature, their dress, their
mannerisms, the way they lived. We even saw goatherders in the
countryside who reminded us of Vincenzo Morano--"Jimmy the Goatman."
As we drove up the winding mountain road to our ancestral village, I felt an
excitement that I had never experienced before. For the first
time I would see the city where my grandparents were born. We parked
the van near the new church, then stepped out into the bright May sunshine.
I could not believe the beauty of Colobraro and the surrounding countryside.
And I could hardly imagine how my mother felt, standing in the city where
her parents had been born, the city they left nearly a century ago.
We had moved away from the east side of Youngstown, Ohio many years ago, as
had all the Italian families that had immigrated there--forever changing the
true character of our neighborhood. Now we had come halfway around the
world to rediscover our roots, to see for ourselves the people and the land
that had given us life. We were not disappointed.
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Ritorno a Colobraro
Quando ero giovane mia nonna, Rosaria Gialdino, mi ha raccontato le storie del
"vecchio paese", la Lucania, regione dell'Italia del sud in cui
lei e mio nonno, Giuseppe Alessandro Zito, erano nati. Emigrarono dall'Italia all'inizio del ventesimo secolo per cominciare una
nuova vita in America, mettendo radici nella parte orientale di Youngstown,
Ohio, in cui io sono nato.
Il nostro vicinato era popolato di gente del vecchio mondo, pieno di immigrati
italiani, molti dei quali provenivano dallo stesso piccolo paese dei miei
nonni. Mia zia, Maria Luisa Zito, e suo marito, Giambattista Gagliardi,
vivevano nella casa accanto. Mio zio Giambattista ("Uncle John",
zio John), che aveva
prestato servizio nell'esercito
italiano, non ha mai imparato a parlarlo l'inglese, ma ha lavorato duro
nell'acciaieria ed ha posseduto il giardino più curato e bello del vicinato;
vi era in esso
perfino un albero di fico, robusto e resistente, che ha superato ogni
nostro inverno rigido e ad ogni primavera germogliava più rigoglioso del
solito. Lungo la stessa via viveva Vincenzo Morano, che era venuto in America nel
1908. Vincenzo ha sempre posseduto due o tre capre che pascolava nei
dintorni
del vicinato; i marciapiedi erano pieni di "biglie nere",
sterco che le stesse capre depositavano. A causa delle capre abbiamo soprannominato
Vincenzo "Jimmy the Goatman." (l'uomo delle capre).
Era una
persona intelligente che si era fatto da sé, imparando latino e greco da
autodidatta ed ogni volta che si trovava vicino casa mia
mi parlava di astronomia e del suo amore per il cielo stellato. Vi erano molti altri immigrati italiani in quel quartiere
del nuovo mondo, questi erano: Abbatista, Altieri, D'Alitto, Di Napoli, Di Pizzo,
Isceri, La Rocca, Lucarelli, Modarelli, Rondinelli, e tanti altri ancora. La maggior
parte di loro non ha fatto mai ritorno alla propria patria. Anche i miei nonni non sono
mai più tornati a Colobraro, nonostante mia nonna avesse parlato affettuosamente del
"vecchio paese", non rivedrà mai più le colline ondulate e il territorio
montuoso della sua Lucania.
È
morta nel 1959.
Ho atteso quarantatre anni, dopo la sua morte, per visitare l'Italia per la
prima volta. Fortunatamente oltre a mio fratello era con me anche nostra madre,
alla bella età di ottantacinque anni. Anche mia moglie e mia cognata sono venute con noi. Abbiamo noleggiato un'automobile all'aeroporto
di Napoli e ci siamo diretti verso il sud giungendo al litorale di Maratea, ove
abbiamo visitato l'interno della cittadina per conoscere il paese da cui i genitori di mia madre
erano partiti.
Giunti verso i paesi della
provincia di Matera, ci sembrava di aver raggiunto casa.
Abbiamo conosciuto
la nostra gente: il loro comportamento, il loro vestire, il loro modo di fare
e il mondo in cui hanno vissuto i nostri avi. Abbiamo persino visto i capraii
nelle campagne
che ci hanno ricordato la figura del nostro Vincenzo Morano, "Jimmy the Goatman". Mentre guidavamo lungo la
strada che serpeggia le alture del nostro
villaggio ancestrale, ho avuto una forte emozione che non mi era mai capitata
prima:
per la prima volta vedevo la città in cui i miei nonni sono nati.
Dopo aver parcheggiato la macchina vicino alla nuova chiesa, abbiamo
fatto quattro passi sotto il sole luminoso di maggio. Non potevo credere alla
bellezza di Colobraro e dei suoi dintorni. Posso in qualche modo immaginare i
sentimenti di mia madre, in piedi nel paese in cui
erano nati i suoi genitori e che avevano lasciato quasi un secolo fa.
Eravamo partiti nel senso opposto a quello che fecero tante famiglie
colobraresi molti anni fa, emigrate per sempre in Youngstown, cambiando così carattere e
modo di essere del nostro vicinato. Noi invece siamo partiti dal lato orientale di Youngstown, Ohio,
per raggiungere Colobraro.
Ora siamo proprio là per scoprire personalmente le nostre
radici, per vedere la gente e la terra che ci hanno dato la
vita.
Non siamo stati delusi.
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