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Uomini nella Storia di Colobraro: Eustachio, Signore di Colobraro nel 1277
di Pietro Giovanni Lucarelli

Eustachio, Signore di Colobraro nel 1277. Sono gli anni in cui il regno di Napoli è in mano agli Angioini, i quali hanno assediato in quasi tutti i feudi della Basilicata dei signori francesi o anche uomini di provata fedeltà alla monarchia di Carlo d'Angiò. I signori angioini di Colobraro sono nel 1270, un certo di Iovino, che possiede anche il feudo di Picerno, e poi in data successiva da Eustachio da Colobraro, indicato con questa sola denominazione. Un documento però che abbiamo avuto modo di esaminare riporta il nome di Eustachio, non quello di un semplice Eustachio; nasce così il problema: si tratti della stessa persona o di due persone diverse? Propendiamo per l'identificazione in un'unica persona, proprio perché le varianti sono lievi e poi il nome francese nella pronuncia è più vicino a quello di Eustachio. Ebbene questo Eustachio, nell'anno 1277, era l'unico signore di  Colobraro. Lo attestano sotto giuramento ben tre testimoni chiamati appunto a riconoscerlo come tale e a darne conferma del possesso, dei beni e dei vari proventi. Il primo teste è Basilio Rosso (Rubeus) il quale dichiara che nella detta terra di Colobraro non vi è nessun conte, barone o feudatario se non unicamente Eustachio, il signore di essa,, i cui proventi sono indicati in 34 once di oro, così suddivisi: 4 gli provengono dal banco di giustizia, 10 dai terraggi, 10 dai boschi di ghiande della medesima terra; il teste aggiunge che non ha conoscenza di altri proventi, che saprebbe certamente indicare, se ve ne fossero, dal momento che è del paese (oriundus de terra praedicta). Quanto poi agli altri beni, per affermazione dello stesso teste, Eustachio possiede: 1) terreni seminativi vari, che fa arare con due aratri e che gli fruttano annualmente 30 salme di frumento (ogni salma vale tre tari d'oro e 15 grani); 2) tre forni, che gli assicurano annualmente 4 once in oro; 3) due vigne, che danno all'incirca 20 salme di vino, del valore di due tari a salma (vino però che non vende, perché serve ai vari bisogni della famiglia). Il secondo teste è Giovanni Riccardo che conferma tutto, anche perché lui stesso detiene, per averla appaltata dal predetto signore, la gabella del trasporto delle varie merci (cabellum baiulationis); il terzo teste è Ruggero del Giudice

Giovanni, il quale ugualmente conferma le stesse cose dette dai primi due. Il documento di cui sopra è riportato integralmente da N. Cianci Sanseverino ne " I campi pubblici di alcuni castelli medioevali in Basilicata". Tanto è detto dal nostro storico Michele Crispino nel suo libro "Colobraro un paese una storia una cultura". Noi però trascriviamo anche la storia che si racconta su un certo Eustachio, dello stesso periodo quest'ultimo allontanatosi da Colubrano per raggiungere i Templari ove sperava di trovare il calore di una vera famiglia visto che non aveva al suo paese non aveva, svolgeva quindi una vita al servizio per il bene dei compaesani anche se era il maggior possidente del luogo, infatti era lui il primo ad imbracciare gli arnesi di lavoro. Per una visione che non lo abbandonava nei viaggi notturni decise poi di seguire gli esempi dei Templari e professarne la fede in Dio proprio per il continuo apparirgli di una luce sfavillante che gli illuminava la via quando si metteva alla guida dei lavoranti per tornare a casa dopo una lunghissima giornata di lavoro nei campi; una voce che continuava a sentire solo lui gli diceva "non perderti, non perderti". Durante il suo viaggio per raggiungere qualche monastero di Templari scoprì che ad opera, proprio, di un generale di nome Eustachio dell'esercito romano circa 1100 anni prima annientava le avanguardie barbariche che facevano schiavi dalle nostre parti per poi venderli. Eustachio era convinto che detti barbari gli avevano sottratto la famiglia proprio come avvenne a lui medesimo mille anni dopo, il primo trovò tra i prigionieri i suoi familiari ma lui convinto di non avere tale fortuna decide di servire il Signore Iddio. Per questi motivi si convinse sempre più che bisognava promuovere sempre di più la fede in Dio proprio come quel Eustachio pagano "maestro dei cavalieri" dell'imperatore Traiano, che durante una battuta di caccia ferì un cervo, il quale, anziché abbattersi  al suolo, si volse verso il suo feritore, tra le corna una croce splendente. Eustachio "il pagano" diventò Sant' Eustachio dopo che si era votato esclusivamente a Dio. Queste affinità diedero la forza al nostro Eustachio, dopo un lungo girovagare, di ritornare nella nostra terra e di trasformarsi ancor più in benefattore dei suoi compaesani.

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