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E
se la materia non esistesse?
Il romanzo che Lucarelli comincia a pubblicare nel n.
3 della rivista, "IL CAVALIERE DELLA LUCE E IL PRINCIPE NERO" va effettivamente
contro-corrente e non tanto perché, come suggerisce nella sua premessa
l'autore, sia un "… momento storico in cui i giovani scrittori amano
misurarsi nel comporre romanzi di avventure intergalattiche tra i più
incomprensibili" ed egli continui invece "a sviluppare il fantastico
sulla terra pur ricorrendo a trame mitologiche".
Il fantasy, al contrario, va per la maggiore e forse è anche più letto
della fantascienza. Nulla di strano dunque nell'incontrare "incantesimi
di varia natura, o immagini come fate, fatine, folletti o figure divine,
oppure ancora di principi malvagi, maghi e stregoni… animali che
parlano." La cosa veramente nuova è il tipo d'approccio morale con
l'elemento fantastico, il perfetto accordo tra le immagini più originali
e principi in linea con la "Sacra Bibbia, quando ci comanda di amare il
prossimo come noi stessi tutto diventa possibile proprio perché la natura
è fatta per preservarsi e non per fare violenza a che se stessa."
Una morale di tipo tradizionale anima dunque queste pagine apparentemente
d'evasione.
Le favole nascono d'altra parte per un'esigenza morale e costituiscono
un genere letterario molto antico. Di fatto racconti che insegnino quali
comportamenti gli uomini dovrebbero evitare e quali invece dovrebbero
seguire, vogliono far capire come va il mondo, dove i potenti opprimono gli
umili e i deboli, mentre i furbi ingannano gli sciocchi. La loro struttura
è caratterizzata dalla brevità
e dalla semplicità di costruzione, con pochi personaggi, dove la
vicenda è costituita da un unico episodio e c'è sempre un insegnamento
espresso in forma esplicita, o all'inizio o alla fine. Probabilmente
d'origine indiana, la favola a contenuto morale si diffuse uniformemente
nel mondo antico, tanto che si son potuti trovare dei temi comuni, come
Cenerentola, che nasce in realtà in Cina cinquemila anni fa e di lì gira
il mondo.
Il romanzo di Lucarelli dunque prende le mosse da questo genere, ma poi si
evolve per altre strade, anche perché non si prefigge il raggiungimento di
una semplice morale, ma una conformità coi principi biblici, che nel
racconto non compaiono, data l'assoluta astrazione da ogni contesto
ambientale.
In un'epoca in cui si penetra con piacere nella storia, riproducendo veri
e propri mondi, creando nello spettatore l'illusione di scendere nel
Colosseo coi gladiatori o penetrare nell'orto dei Getzemani accanto a Gesù
agonizzante, la favola di Lucarelli si compiace al contrario di descrivere
una realtà volutamente stilizzata, senza nessuna attenzione ai particolari
materiali che creano un ambiente. Nella storia del cavallo parlante "Rondello"
e a tutta una sua discendenza umanoide, ovvero a una famiglia che a causa di
sortilegi magici è stata trasformata in cavalli, piante e animali da
potenti maghi, non c'è neppure il tentativo di farci credere alla
vicenda, che è proposta dichiaratamente come una favola "… usando la
fantasia per intrecciare argomenti più o meno vissuti da intriganti
personaggi che non si rivelano del tutto se non alla fine"; eppure a
dispetto di tanta libertà l'autore ci promette che alla fine… "tutto
verrà chiarito ed appianato, facendo vivere tutti nella pax sociale e nel
gaudioso impero del bene comune."
Si ravvisa un legame con la narrazione medioevale, quando il genere della
favola ebbe molta fortuna, arricchendosi di elementi religiosi (le famose
leggende di santi), ricordi classici e le immancabili descrizioni di viaggi
di mercanti e crociati, che descrivevano volutamente un mondo stilizzato e
molto colorito rispetto alla realtà, per non far stare in pensiero i
parenti rimasti a casa o forse per magnificare il proprio ruolo… ed alzare
il prezzo! A dispetto delle citazioni bibliche e dei santi, la morale di
queste favole si fa sempre più confusa: mentre nella favola classica era
impossibile non trovarla, nelle leggende medioevali il gusto per il fatto
narrato e l'interrelazione col soggetto diventa spesso l'unico motivo
della narrazione, che si trova così sprovvista di un nucleo, tanto che gli
episodi si riallacciano l'uno all'altro e nascono cicli con lo stesso
soggetto, ma innumerevoli autori.
Impossibile non pensare alla raccolta araba di "Mille ed una notte"
composta di tante favole, ancora brevi, che la protagonista deve raccontare
per sfuggire alla consumazione del matrimonio ed alla morte certa che ne
consegue… dalle mille favole diverse arriviamo ad una sola trama che le
comprende tutte, ma non vuol più giungere necessariamente ad una
conclusione certa, anzi nasce proprio per il gusto stesso di narrare.
Nell'Europa medioevale l'opera più importante di quel periodo è il "Romanzo di Renard" vasto insieme di favole scritte dal XII al
XIII secolo in Francia da molti autori rimasti sconosciuti. Le storie hanno
per protagonisti animali diversi, ma le più note sono quelle che narrano le
vicende di Renard, la volpe, esaltandone il gusto dell'avventura, l'ironia,
l'astuzia.
Si fa strada nelle
corti d'Europa il mestiere di favellatori, o favoleggiatori. «Favella»
viene da «fabella», favoletta, e perciò le lingue moderne furono dette «favelle»,
lingue de' favoleggiatori. Costoro nelle corti e ne' castelli raccontavano
novelle, come i rimatori poetavano d'Amore.
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Così
gli inizi della nostra lingua furono, per usare le parole di Dante:
"versi d'amore e prose da romanzo." [Purg. XXVI, 118]
Come i versi, così le prose avevano già tutto un repertorio venuto dal
di fuori. I rimatori attingevano nel codice d'Amore; i novellatori o
favellatori attingevano ai romanzi della Tavola rotonda o di Carlomagno,
che a loro volta adattavano agli eroi cristiani le gesta narrate
dall'Iliade e dall'Odissea. Il cavaliere errante era il tipo
convenzionale degli uni e degli altri.
Questa letteratura
non produsse altro che traduzioni come sono i Conti
di antichi cavalieri, la Tavola
rotonda e i Reali di Francia:
Tristano, Isotta, Lancillotto, il re Meliadus, il profeta Merlino,
Carlomagno, Orlando erano gli eroi dell'immaginazione popolare. Oggi
ancora i cantastorie napoletani raccontano ad una plebe avida di fatti
meravigliosi le gesta di Orlando e di Rinaldo.
Come la poesia, così la prosa
cavalleresca attecchì ben poco in Italia. Non solo non ci fu nessun
romanzo originale, ma neppure alcuna imitazione. La patria della satira,
spesso graffiante, non ama le favole, mentre l'intellettuale continua
a parlar latino. Certo favole, aneddoti e novelle furono raccontate
anche in Italia… ma nessuno o quasi si prese la briga di trascriverli.
Comunque si preferiva la descrizione quotidiana e traboccante di
dettagli pratici all'astrazione richiesta da una fiaba.
Bisogna aspettare il Boiardo e l'Ariosto perché l'Italia
entri nel gioco… ma ormai è alta letteratura e non c'è più nessun
legame con la favola popolare!
La vicenda narrata da Lucarelli ha qualcosa della lieve "ironia
ariostea" se così si può dire. Staccata dalle leggi prosaiche del
quotidiano la vicenda corre leggera verso un'altra dimensione e si
compiace di dettagli curiosi e d'interventi straordinari.
Il protagonista "il principe del bene, un soggetto
che può fare cose bellissime ed incredibili solo se queste sono rivolte
al bene di tutti e non riservate egoisticamente a se stessi." Vive in
un'epoca in cui "sulla terra regnava la vita e non si conosceva
morte… I luoghi si trovano in Oriente in cui la nostra storia avrà
inizio: è terra piena di vita, di ogni specie di esseri viventi. Qui i
tre regni: Animale, Vegetale e Minerale erano, e forse sono, ancora oggi
i luoghi più ricchi di ogni ben di Dio."
Non è l'Oriente magico de "Le mille e una notte" denso d'aromi
e colori orientali, è una nostalgia dolce per un Oriente come terra
dell'oro, più simile all'età dell'oro dei Greci e dei Romani che
ad una regione geografica. Non per niente Lucarelli ci avverte:
"L'intelligenza elargita dal Creatore era certamente più sviluppata
della nostra, per il semplice fatto che le genti erano una diretta
emanazione del buon Dio e lasciate vivere senza alcuna limitazione. Ci
riferiamo per primo al patto stretto da Dio con Adamo ed Eva che non
dovevano mangiare il frutto proibito, ma disobbediente hanno causato
all'umanità morte e dolori."
Ed ecco di nuovo l'esigenza di morale dell'antica favola indiana:
"A nostro avviso, dei primi uomini noi forse conserviamo solo una
qualche lontana somiglianza: se questa deduzione è vera, dobbiamo
ritenere che abbiamo solo una minima parte dell'intelligenza di quei
primi uomini, quindi le imprese che i personaggi della storia che stiamo
per raccontare compieranno non ci devono indurre a pensare che noi oggi
possiamo compiere tali gesti visto che la fantasia ce li suggerisce
appena.
Questo accade forse proprio per non dimenticare quanto era bello vivere
senza alcuna legge e senza tempo: infatti, la gente non moriva mai, si
perdevano le loro tracce solo se venivano trasformati in altri esseri o
cose, oppure seppelliti vivi."
In realtà l'eternità dell'anima, che quindi non muore mai, ma si
reincarna in altri corpi, è proprio il principio della metempsicosi
vivo in tutte le religioni di ceppo Indoeuropeo, basta pensare ai Celti
o alla setta dei Pitagorici, che si scontra invece col concetto biblico
di peccato originale e conseguente comparsa della morte. Nelle fiabe
l'eternità della vita s'è conservata proprio perché sono
considerate un genere troppo modesto per essere sospettate d'eresia.
Lucarelli invece fugge dalla dimostrazione filosofica e si rifugia nel
racconto come grata memoria del passato: "Noi non vogliamo far credere
che le storie raccontate dai nostri anziani come quelle dei vecchi che
venivano seppelliti ancora vivi fossero false, tanto è vero che nelle
fosse si trovano lucerne e vari contenitori di cibi come testimoniano i
corredi funerari che oggi si trovano nelle tombe."
Gli antropologi di oggi spiegano diversamente i culti funerari, ma
proprio questo rifiuto delle spiegazioni materiali genera il fascino di
questo romanzo-favola: "Solo dopo molti millenni si è trovato una
versione differente, cioè quella di dover viaggiare molto e quindi si
aveva bisogno di cibo e di luce. Ma la fede in Dio non ci dice che
bisogna pagare "Caronte" per l'attraversamento dello Stige,
pertanto neppure i soldi servono, perché i debiti o i servizi, si
pagano, solo sulla terra." Ancora una volta un'indistruttibile fede
in Dio taglia a mezzo ogni polemica tra una religione e l'altra: a
Lucarelli non interessa convincerci, vuole solo farci giocare con lui ed
ecco infatti la logica conclusione: "Ma crediamo di aver divagato fin
troppo: questi discorsi non collimano col romanzo che vogliamo
raccontare…" lasciamo dunque ogni spiegazione e torniamo al fascino
del racconto, un romanzo completamente libero da ogni condizionamento
materiale, storico o ambientale, dove alla fine, possiamo starne certi,
il male sarà sconfitto e vivremo tutti felici e contenti!
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