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IL CAVALIERE DELLA LUCE E IL PRINCIPE NERO
Romanzo favolistico mitologico di Pietro Giovanni Lucarelli
presentazione di Mary Falco

E se la materia non esistesse?

Il romanzo che Lucarelli comincia a pubblicare nel n. 3 della rivista, "IL CAVALIERE DELLA LUCE E IL PRINCIPE NERO" va effettivamente contro-corrente e non tanto perché, come suggerisce nella sua premessa l'autore, sia un "… momento storico in cui i giovani scrittori amano misurarsi nel comporre romanzi di avventure intergalattiche tra i più incomprensibili" ed egli continui invece "a sviluppare il fantastico sulla terra pur ricorrendo a trame mitologiche".
Il fantasy, al contrario, va per la maggiore e forse è anche più letto della fantascienza. Nulla di strano dunque nell'incontrare "incantesimi di varia natura, o immagini come fate, fatine, folletti o figure divine, oppure ancora di principi malvagi, maghi e stregoni… animali che parlano." La cosa veramente nuova è il tipo d'approccio morale con l'elemento fantastico, il perfetto accordo tra le immagini più originali e principi in linea con la "Sacra Bibbia, quando ci comanda di amare il prossimo come noi stessi tutto diventa possibile proprio perché la natura è fatta per preservarsi e non per fare violenza a che se stessa."
Una morale di tipo tradizionale anima dunque queste pagine apparentemente d'evasione.
Le favole nascono d'altra parte per un'esigenza morale e costituiscono un genere letterario molto antico. Di fatto racconti che insegnino quali comportamenti gli uomini dovrebbero evitare e quali invece dovrebbero seguire, vogliono far capire come va il mondo, dove i potenti opprimono gli umili e i deboli, mentre i furbi ingannano gli sciocchi. La loro struttura è caratterizzata dalla brevità e dalla semplicità di costruzione, con pochi personaggi, dove la vicenda è costituita da un unico episodio e c'è sempre un insegnamento espresso in forma esplicita, o all'inizio o alla fine. Probabilmente d'origine indiana, la favola a contenuto morale si diffuse uniformemente nel mondo antico, tanto che si son potuti trovare dei temi comuni, come Cenerentola, che nasce in realtà in Cina cinquemila anni fa e di lì gira il mondo.
Il romanzo di Lucarelli dunque prende le mosse da questo genere, ma poi si evolve per altre strade, anche perché non si prefigge il raggiungimento di una semplice morale, ma una conformità coi principi biblici, che nel racconto non compaiono, data l'assoluta astrazione da ogni contesto ambientale.
In un'epoca in cui si penetra con piacere nella storia, riproducendo veri e propri mondi, creando nello spettatore l'illusione di scendere nel Colosseo coi gladiatori o penetrare nell'orto dei Getzemani accanto a Gesù agonizzante, la favola di Lucarelli si compiace al contrario di descrivere una realtà volutamente stilizzata, senza nessuna attenzione ai particolari materiali che creano un ambiente. Nella storia del cavallo parlante "Rondello" e a tutta una sua discendenza umanoide, ovvero a una famiglia che a causa di sortilegi magici è stata trasformata in cavalli, piante e animali da potenti maghi, non c'è neppure il tentativo di farci credere alla vicenda, che è proposta dichiaratamente come una favola "… usando la fantasia per intrecciare argomenti più o meno vissuti da intriganti personaggi che non si rivelano del tutto se non alla fine"; eppure a dispetto di tanta libertà l'autore ci promette che alla fine… "tutto verrà chiarito ed appianato, facendo vivere tutti nella pax sociale e nel gaudioso impero del bene comune."
Si ravvisa un legame con la narrazione medioevale, quando il genere della favola ebbe molta fortuna, arricchendosi di elementi religiosi (le famose leggende di santi), ricordi classici e le immancabili descrizioni di viaggi di mercanti e crociati, che descrivevano volutamente un mondo stilizzato e molto colorito rispetto alla realtà, per non far stare in pensiero i parenti rimasti a casa o forse per magnificare il proprio ruolo… ed alzare il prezzo! A dispetto delle citazioni bibliche e dei santi, la morale di queste favole si fa sempre più confusa: mentre nella favola classica era impossibile non trovarla, nelle leggende medioevali il gusto per il fatto narrato e l'interrelazione col soggetto diventa spesso l'unico motivo della narrazione, che si trova così sprovvista di un nucleo, tanto che gli episodi si riallacciano l'uno all'altro e nascono cicli con lo stesso soggetto, ma innumerevoli autori.
Impossibile non pensare alla raccolta araba di "Mille ed una notte" composta di tante favole, ancora brevi, che la protagonista deve raccontare per sfuggire alla consumazione del matrimonio ed alla morte certa che ne consegue… dalle mille favole diverse arriviamo ad una sola trama che le comprende tutte, ma non vuol più giungere necessariamente ad una conclusione certa, anzi nasce proprio per il gusto stesso di narrare.
Nell'Europa medioevale l'opera più importante di quel periodo è il "Romanzo di Renard" vasto insieme di favole scritte dal XII al XIII secolo in Francia da molti autori rimasti sconosciuti. Le storie hanno per protagonisti animali diversi, ma le più note sono quelle che narrano le vicende di Renard, la volpe, esaltandone il gusto dell'avventura, l'ironia, l'astuzia.
Si fa strada nelle corti d'Europa il mestiere di favellatori, o favoleggiatori. «Favella» viene da «fabella», favoletta, e perciò le lingue moderne furono dette «favelle», lingue de' favoleggiatori. Costoro nelle corti e ne' castelli raccontavano novelle, come i rimatori poetavano d'Amore.

Così gli inizi della nostra lingua furono, per usare le parole di Dante: "versi d'amore e prose da romanzo."  [Purg. XXVI, 118]
Come i versi, così le prose avevano già tutto un repertorio venuto dal di fuori. I rimatori attingevano nel codice d'Amore; i novellatori o favellatori attingevano ai romanzi della Tavola rotonda o di Carlomagno, che a loro volta adattavano agli eroi cristiani le gesta narrate dall'Iliade e dall'Odissea. Il cavaliere errante era il tipo convenzionale degli uni e degli altri.
Questa letteratura non produsse altro che traduzioni come sono i Conti di antichi cavalieri, la Tavola rotonda e i Reali di Francia: Tristano, Isotta, Lancillotto, il re Meliadus, il profeta Merlino, Carlomagno, Orlando erano gli eroi dell'immaginazione popolare. Oggi ancora i cantastorie napoletani raccontano ad una plebe avida di fatti meravigliosi le gesta di Orlando e di Rinaldo.
Come la poesia, così la prosa cavalleresca attecchì ben poco in Italia. Non solo non ci fu nessun romanzo originale, ma neppure alcuna imitazione. La patria della satira, spesso graffiante, non ama le favole, mentre l'intellettuale continua a parlar latino. Certo favole, aneddoti e novelle furono raccontate anche in Italia… ma nessuno o quasi si prese la briga di trascriverli. Comunque si preferiva la descrizione quotidiana e traboccante di dettagli pratici all'astrazione richiesta da una fiaba.
Bisogna aspettare il Boiardo e l'Ariosto perché l'Italia entri nel gioco… ma ormai è alta letteratura e non c'è più nessun legame con la favola popolare!
La vicenda narrata da Lucarelli ha qualcosa della lieve "ironia ariostea" se così si può dire. Staccata dalle leggi prosaiche del quotidiano la vicenda corre leggera verso un'altra dimensione e si compiace di dettagli curiosi e d'interventi straordinari.
Il protagonista "il principe del bene, un soggetto che può fare cose bellissime ed incredibili solo se queste sono rivolte al bene di tutti e non riservate egoisticamente a se stessi." Vive in un'epoca in cui "sulla terra regnava la vita e non si conosceva morte… I luoghi si trovano in Oriente in cui la nostra storia avrà inizio: è terra piena di vita, di ogni specie di esseri viventi. Qui i tre regni: Animale, Vegetale e Minerale erano, e forse sono, ancora oggi i luoghi più ricchi di ogni ben di Dio."
Non è l'Oriente magico de "Le mille e una notte" denso d'aromi e colori orientali, è una nostalgia dolce per un Oriente come terra dell'oro, più simile all'età dell'oro dei Greci e dei Romani che ad una regione geografica. Non per niente Lucarelli ci avverte: "L'intelligenza elargita dal Creatore era certamente più sviluppata della nostra, per il semplice fatto che le genti erano una diretta emanazione del buon Dio e lasciate vivere senza alcuna limitazione. Ci riferiamo per primo al patto stretto da Dio con Adamo ed Eva che non dovevano mangiare il frutto proibito, ma disobbediente hanno causato all'umanità morte e dolori."
Ed ecco di nuovo l'esigenza di morale dell'antica favola indiana: "A nostro avviso, dei primi uomini noi forse conserviamo solo una qualche lontana somiglianza: se questa deduzione è vera, dobbiamo ritenere che abbiamo solo una minima parte dell'intelligenza di quei primi uomini, quindi le imprese che i personaggi della storia che stiamo per raccontare compieranno non ci devono indurre a pensare che noi oggi possiamo compiere tali gesti visto che la fantasia ce li suggerisce appena.
Questo accade forse proprio per non dimenticare quanto era bello vivere senza alcuna legge e senza tempo: infatti, la gente non moriva mai, si perdevano le loro tracce solo se venivano trasformati in altri esseri o cose, oppure seppelliti vivi."
In realtà l'eternità dell'anima, che quindi non muore mai, ma si reincarna in altri corpi, è proprio il principio della metempsicosi vivo in tutte le religioni di ceppo Indoeuropeo, basta pensare ai Celti o alla setta dei Pitagorici, che si scontra invece col concetto biblico di peccato originale e conseguente comparsa della morte. Nelle fiabe l'eternità della vita s'è conservata proprio perché sono considerate un genere troppo modesto per essere sospettate d'eresia. Lucarelli invece fugge dalla dimostrazione filosofica e si rifugia nel racconto come grata memoria del passato: "Noi non vogliamo far credere che le storie raccontate dai nostri anziani come quelle dei vecchi che venivano seppelliti ancora vivi fossero false, tanto è vero che nelle fosse si trovano lucerne e vari contenitori di cibi come testimoniano i corredi funerari che oggi si trovano nelle tombe."
Gli antropologi di oggi spiegano diversamente i culti funerari, ma proprio questo rifiuto delle spiegazioni materiali genera il fascino di questo romanzo-favola: "Solo dopo molti millenni si è trovato una versione differente, cioè quella di dover viaggiare molto e quindi si aveva bisogno di cibo e di luce. Ma la fede in Dio non ci dice che bisogna pagare "Caronte" per l'attraversamento dello Stige, pertanto neppure i soldi servono, perché i debiti o i servizi, si pagano, solo sulla terra." Ancora una volta un'indistruttibile fede in Dio taglia a mezzo ogni polemica tra una religione e l'altra: a Lucarelli non interessa convincerci, vuole solo farci giocare con lui ed ecco infatti la logica conclusione: "Ma crediamo di aver divagato fin troppo: questi discorsi non collimano col romanzo che vogliamo raccontare…" lasciamo dunque ogni spiegazione e torniamo al fascino del racconto, un romanzo completamente libero da ogni condizionamento materiale, storico o ambientale, dove alla fine, possiamo starne certi, il male sarà sconfitto e vivremo tutti felici e contenti!

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