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AL CAPEZZALE DI UN INFERMO |
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Caro Angelo, Poesia di Charles Pègrey, che pubblichiamo, nella certezza che procurerà sollievo anche ai lettori che vivono la stessa esperienza di aver perduto una persona cara. L'AMORE NON SVANISCE MAI La morte è niente io sono |
Le realtà umane più profonde, in senso negativo e positivo, si capiscono
solo nella propria carne. Quello che il malato vive, non è un male
qualunque, è il suo male.
E c'è una differenza enorme tra il male degli altri e quello sperimentato personalmente. Il primo impatto con l'Ospedale avviene in una stanza disadorna d'accettazione. I parenti fanno coraggio, promettono che tutto andrà per il meglio. Si ascolta, si spera. Si è soli, in attesa del medico. Questi viene, ti gira e rigira, ti palpa, ti interroga, annota. Intanto i parenti sono forse spariti. subentrano gli infermieri che accompagnano al reparto, dove si trovano degenti che abbozzano un sorriso, e si è nudi con se stessi: le visti nel piccolo armadietto che le accoglie nel poco spazio spettante, e l'anima rifletta sul volto in cerca di sguardi smarriti incontro all'ignoto. Si scopre una nuova famiglia, il segreto del corpo, il silenzio, passi felpati che si ingigantiscono nel silenzio. Assopimenti e risvegli frequenti, le ore sono lunghe, molto lunghe. Le cure sono incalzanti, bisogna dimenticare o posporre le attività di casa e di lavoro. La casa ed il lavoro possono attendere, la malattia no. Ci si accorge di non essere un numero. Si ha nostalgia di speranza. Un'ignoto poeta precristiano sviluppò un dialogo tra la sofferenza e la coscienza. È vero che la sofferenza è incomunicabile: si soffre da soli; ma è altresì vero che la incomunicabilità può diventare sepolcro o prigione, se non ci si apre nella fede e non si comunica con gli altri. La sofferenza, vissuta come dono, diventa trasformata e trasformante. Un uomo, l'uomo per antonomasia, ha ribaltato definitivamente la situazione della sofferenza come conseguenza del distacco da Dio (il peccato), e l'ha fatta diventare mezzo d'incontro, di comunione, di amore. Non si soffre invano se si vive, pur nell'umiliazione della carne, l'integrità dei giorni nella propria identità creaturale. Soffrire ad essere chiamati ad amare di più. Ad un certo punto le indagini diventano conclusive; e l'ammalato, terminale. L'aggettivo non è proprio di quelli graditi. La solitudine è dietro l'angolo, non quella singolo-numerica, bensì quella di un tortuoso confronto con se stesso e le pieghe attentive ad ogni anelito. Il tema specifico delle malattie oncologiche pone sul tappeto problematiche di pertinenza della scienza specialistica. Questa, comunque, al di là dell'alta competenza professionale, oltre tale ambìto traguardo, ordinariamente non va. Occorre un plus, un supplemento d'anima, direi, per riconoscere valori oltre la difesa e la cura del corpo. Di qui la provvidenziale istituzione ONLUS, al Primo Convegno sulla Oncologia in Basilicata. Tra i luoghi della solitudine dell'uomo, la solitudine più acerba, più profonda, è la malattia. La malattia è la vera condizione di povertà. Povertà di distacco è facile capirlo. Si può essere ricchi, benestanti, con la villa al mare, l'automobile, conto in banca, arrivati, come si dice. Ed ora è invece tutto assente, conta poco, C'è solo la malattia. Povertà di sicurezza, si era sicuri di sé, del proprio futuro, della propria vita. Ed eccoci come naufraghi, come dispersi, nell'insicurezza, nella paura dell'oggi e nell'incognita del domani. Povertà di dipendenza che vuol dire? vuol dire decidevo da me stesso. Ora sono tutto nelle mani del medico, degli infermieri, dei parenti, di chi mi aiuta in cose per le quali mi sento diminuito, umiliato, quasi per sempre. Si parla tanto oggi di strutture e di riforme. Ma la più grande riforma è umanizzare il rapporto, umanizzare l'assistenza dell'ammalato, di quest'uomo povero dentro i nostri ospedali. Il che significa: guardare all'uomo, al suo valore, come uomo, non un momento del processo dialettico della storia, ma unico irripetibile, ciò che vi è di più perfetto, che ha per domani l'eternità. Primario è il malato, colui che soffre, l'uomo, uno fra i moltissimi uomini, che non vive se non sa di essere amato. Sia detto con tutto il rispetto, la stima, l'ammirazione verso tutti gli operatori dei presidi ospedalieri. Una proposta di immaginazione, di fantasia, di novità, per stabilire negli ospedali, nelle corsie, in ogni pronto soccorso del dolore, un rapporto nuovo. Il rapporto con il mistero della sofferenza, che solo una luce di fede religiosa può spiegare ed illuminare. La malattia, come il sole, non si può guardare fissamente: è d'uopo abbassare il capo! E un male inguaribile segno non solo dei connaturati limiti umani e della circoscritta età creaturale, ma pure dell'impotenza della scienza medica. La dolorosa vicenda della malattia non è frutto dei peccati personali, come si opina purtroppo da parte anche di una cultura minore, che non osiamo etichettare. Qualcuno potrebbe pensare o aver pensato questo, e dire: "che ho fatto io per meritare tutto questo?... La malattia non è frutto di peccati personali, per il semplice motivo che il merito o il demerito appartengono al regno morale della volontarietà degli atti, non a quello naturistico-fisicistico della persona. La sofferenza ci trascende e va oltre noi stessi.
(*) parroco della Parrocchia di San Luca Abate di Carbone
continua a pagina 14
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