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AL CAPEZZALE DI UN INFERMO
di Aldo Viviano (*)

Caro Angelo,
Ci hai convocati x il 29 aprile, oggi.
Ed eccoci qui in tanti.
Siano tanti; ci siamo tutti, stretti intorno a Te, in silenzio, come formiche dopo un temorale, x riprendere fiato, per trovare luce.
Sulle nobilissime finalità della Tua recente istituzione, vogliamo in Tuo onore aiutare l'uomo visitato dalla malattia a ritrovare se stesso, x amarlo, porci al suo servizio dalla parte del suo essere, accompagnarlo a capire ogni passo del suo cammino, aiutarlo a raggiungere il proprio traguardo.
E il primo impegno non può essere che quello di mantenere accesa la fiaccola della fedeltà ai Tuoi programmi.
La fedeltà a Te innanzitutto. Per un minuto la nostra parola si fa muta.
Ci mettiamo in ascolto della Tua.

Poesia di Charles Pègrey, che pubblichiamo, nella certezza che procurerà sollievo anche ai lettori che vivono la stessa esperienza di aver perduto una persona cara.

L'AMORE NON SVANISCE MAI

La morte è niente io sono
solo andata nella stanza accanto.
Io sono. Voi siete voi.
Ciò che ero per voi lo sono sempre.
Datemi il nome
che avete sempre dato,
parlatemi
come mi avete sempre parlato.
Non usate un tono diverso.
Non abbiate un'aria solenne o triste.
Continuate a ridere di ciò
che ci faceva ridere insieme.
Sorridete, pensate a me,
pregate per me.
Che il mio nome sia pronunciato in casa
come lo è sempre stato.
Senza alcuna enfasi,
senza alcuna ombra di tristezza.
La vita ha il significato di sempre.
Il filo non è spezzato.
Perché dovrei essere
fuori dai vostri pensieri?
Semplicemente perché
sono fuori dalla vostra vista?
Io non sono lontana, sono solo
dall'altro lato del cammino.
Il cielo stellato sopra di me
la legge morale dentro di me.

Saluto il prof. Toma, i Direttori della ASL qui presenti, il Presidente dell'Associazione "Lina Buonfiglio", i Sindaci patrocinatori, voi tutti.
Ringrazio l'amico Chimienti per il gentile invito fatto pure a me, a intervenire.
Non chiedete a me che sono un servitore del sacramento cosa succede al capezzale di un infermo.
Non potrei parlarvi che di liberazione e riscatto interiore, di purificazione ed elevazione, di conforti intimi e di beatitudini evangeliche: tutte componenti eleganti dell'anima che primeggiano per fonte e induzione, analisi e sintesi, sulla persona provata dall'insorgenza del morbo, dal decorso, dalla lacerazione ed alterazione somatico-strutturale di organi vitali.
È l'alterità interna al paziente che non  può essere scalfita dalle variabili sensoriali della vita ancorata alla dignità del soggetto anche quando le conseguenze della caduta edenica toccano nelle carne la compostezza dell'essere.
In tale considerazione e prospettiva si muovono le nobili finalità dell'Ente che si è costituito, volto a superare nella misura del possibile i limiti di rispondenza del malato.
Possiamo Intuire, nonostante le sue determinazioni, gli spazi circoscritti, gli orizzonti ravvicinati o rapportati alle ombre parietali o al silenzio della natura lontana che entra per uno spiraglio socchiuso di luce: quanto basta per mitigare i fremiti nostalgici di vita che pullula per le vie e nelle abitazioni.
Cosa succede. Non chiedetelo neppure singolarmente. Chiediamocelo insieme, incominciando da un'ora, dall'ora x. Inaspettata. Come un campanello, avverte che l'orologio del tempo ha bisogno d'una più frequente rivisitazione, per un cambio direzionale di cammino, verso un ingresso non solo per l'uscio abituale di casa, di ufficio, di attività, di chiesa o della stessa automobile.
La frequentazione viene come a diradarsi, mentre si apre una porta, quella di un ospedale o luogo di cura che introduce ai corridoi, ai piani, ai reparti, tra attese e volti, lungo segmenti di dubbi e speranze dormienti.
Mi viene in mente una terzina della cantica dantesca. Per carità! Nessun inferno di reinvenzione! Nessun Cantore per traghettare le acque dello Stige. Però di condanna (virgolettata) pur si teme... Tra sguardi sottecchi, incontri fortuiti con conoscenti, forse assenti, nei momenti lieti, sbirciatine di qua e di là; si sosta nell'anticamera di un responso tra il buio interno e l'animo inquieto. È solo il sospetto. Poi le analisi, gli accertamenti. È tutto un magma, al di sopra del quale restano due grandi fiducie: quella nella scienza e l'aiuto di Dio.
Quest'ultimo, forte per chi ha fede, libera opzione per chi è necessitato dal bisogno, sostiene la compromessa fragilità duale.
La malattia, prima o poi, bussa alla porta di tutti e tutti ne fanno esperienza.

Le realtà umane più profonde, in senso negativo e positivo, si capiscono solo nella propria carne. Quello che il malato vive, non è un male qualunque, è il suo male.
E c'è una differenza enorme tra il male degli altri e quello sperimentato personalmente.
Il primo impatto con l'Ospedale avviene in una stanza disadorna d'accettazione. I parenti fanno coraggio, promettono che tutto andrà per il meglio.
Si ascolta, si spera. Si è soli, in attesa del medico. Questi viene, ti gira e rigira, ti palpa, ti interroga, annota. Intanto i parenti sono forse spariti. subentrano gli infermieri che accompagnano al reparto, dove si trovano degenti che abbozzano un sorriso, e si è nudi con se stessi: le visti nel piccolo armadietto che le accoglie nel poco spazio spettante, e l'anima rifletta sul volto in cerca di sguardi smarriti incontro all'ignoto.
Si scopre una nuova famiglia, il segreto del corpo, il silenzio, passi felpati che si ingigantiscono nel silenzio.
Assopimenti e risvegli frequenti, le ore sono lunghe, molto lunghe. Le cure sono incalzanti, bisogna dimenticare o posporre le attività di casa e di lavoro.
La casa ed il lavoro possono attendere, la malattia no. Ci si accorge di non essere un numero. Si ha nostalgia di speranza. Un'ignoto poeta precristiano sviluppò un dialogo tra la sofferenza e la coscienza. È vero che la sofferenza è incomunicabile: si soffre da soli; ma è altresì vero che la incomunicabilità può diventare sepolcro o prigione, se non ci si apre nella fede e non si comunica con gli altri.
La sofferenza, vissuta come dono, diventa trasformata e trasformante. Un uomo, l'uomo per antonomasia, ha ribaltato definitivamente la situazione della sofferenza come conseguenza del distacco da Dio (il peccato), e l'ha fatta diventare mezzo d'incontro, di comunione, di amore.
Non si soffre invano se si vive, pur nell'umiliazione della carne, l'integrità dei giorni nella propria identità creaturale.
Soffrire ad essere chiamati ad amare di più. Ad un certo punto le indagini diventano conclusive; e l'ammalato, terminale.
L'aggettivo non è proprio di quelli graditi. La solitudine è dietro l'angolo, non quella singolo-numerica, bensì quella di un tortuoso confronto con se stesso e le pieghe attentive ad ogni anelito.
Il tema specifico delle malattie oncologiche pone sul tappeto problematiche di pertinenza della scienza specialistica.
Questa, comunque, al di là dell'alta competenza professionale, oltre tale ambìto traguardo, ordinariamente non va.
Occorre un plus, un supplemento d'anima, direi, per riconoscere valori oltre la difesa e la cura del corpo.
Di qui la provvidenziale istituzione ONLUS, al Primo Convegno sulla Oncologia in Basilicata.
Tra i luoghi della solitudine dell'uomo, la solitudine più acerba, più profonda, è la malattia.
La malattia è la vera condizione di povertà. Povertà di distacco è facile capirlo. Si può essere ricchi, benestanti, con la villa al mare, l'automobile, conto in banca, arrivati, come si dice. Ed ora è invece tutto assente, conta poco, C'è solo la malattia. Povertà di sicurezza, si era sicuri di sé, del proprio futuro, della propria vita. Ed eccoci come naufraghi, come dispersi, nell'insicurezza, nella paura dell'oggi e nell'incognita del domani.
Povertà di dipendenza che vuol dire? vuol dire decidevo da me stesso. Ora sono tutto nelle mani del medico, degli infermieri, dei parenti, di chi mi aiuta in cose per le quali mi sento diminuito, umiliato, quasi per sempre.
Si parla tanto oggi di strutture e di riforme. Ma la più grande riforma è umanizzare il rapporto, umanizzare l'assistenza dell'ammalato, di quest'uomo povero dentro i nostri ospedali. Il che significa: guardare all'uomo, al suo valore, come uomo, non un momento del processo dialettico della storia, ma unico irripetibile, ciò che vi è di più perfetto, che ha per domani l'eternità.
Primario è il malato, colui che soffre, l'uomo, uno fra i moltissimi uomini, che non vive se non sa di essere amato. Sia detto con tutto il rispetto, la stima, l'ammirazione verso tutti gli operatori dei presidi ospedalieri.
Una proposta di immaginazione, di fantasia, di novità, per stabilire negli ospedali, nelle corsie, in ogni pronto soccorso del dolore, un rapporto nuovo. Il rapporto con il mistero della sofferenza, che solo una luce di fede religiosa può spiegare ed illuminare. La malattia,  come il sole, non si può guardare fissamente: è d'uopo abbassare il capo! E un male inguaribile segno non solo dei connaturati limiti umani e della circoscritta età creaturale, ma pure dell'impotenza della scienza medica. La dolorosa vicenda della malattia non è frutto dei peccati personali, come si opina purtroppo da parte anche di una cultura minore, che non osiamo etichettare.
Qualcuno potrebbe pensare o aver pensato questo, e dire: "che ho fatto io per meritare tutto questo?... La malattia  non è frutto di peccati personali, per il semplice motivo che il merito o il demerito appartengono al regno morale della volontarietà degli atti, non a quello naturistico-fisicistico della persona.
La sofferenza ci trascende e va oltre noi stessi.
(*) parroco della Parrocchia di San Luca Abate di Carbone
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