"Cantami,
o Diva, del Pelìde Achille
l'ira
funesta che infiniti lutti
addusse
agli Achei, molte anzi tempo all'Ade
generose
travolse alme d'eroi,
e
di cani e d'augelli orrido pasto
lor
salme abbandonò (così di Giove
l'alto
consiglio s'adempìa), da quando
primamente
disgiunse aspra contesa
il
re de' prodi Atride e il divo Achille…"
Così
il proemio di uno dei più famosi libri del mondo: l'Iliade, copiato da
una schiera di cultori del bel canto.
Ma
davvero l'invocazione alla musa del canto, Calliope per la cronaca, è un tema letterario e nulla più?
Se
ci addentriamo nelle famose vicende del contrasto tra Achille ed Agamennone
sotto alle mura di Troia ci accorgiamo che davvero è una dea che canta le
vicende d'altri dei e che gli eroi non sono che burattini tra le loro
mani. E non si tratta d'un canto qualsiasi. Le sue prime tre parole sono Menin
aeide thea, «Canta l'ira, o dea!». E l'intero racconto epico che
segue è il canto della dea che l'aedo posseduto «udì» e cantò ai suoi
ascoltatori dell'età del ferro il più fedelmente possibile.
Non
c'è una sola vicenda significativa dietro cui non si nasconda un dio.
Quando
Agamennone, signore di popoli, sottrae ad Achille la sua amante, è una dea,
Atena, ad afferrare
Achille per la chioma bionda e ad ammonirlo a non colpire il re, ma a
frenare l'ira ed attendere (I, 197 sgg.) più tardi un'altra dea, che
poi è sua madre:
Teti, sorge dalle spume
del mare e lo consola nel suo pianto d'ira sulla spiaggia presso le nere
navi.
Ancora
una dea, questa volta la grande Afrodite,
sussurra a Elena di togliersi dal cuore la nostalgia per la patria lontana
ed avvolge Paride in una nebbia proteggendolo così dall'attacco di
Menelao.
E
non una divinità qualsiasi, ma il re degli dei, Zeus, induce Glauco a scambiare le sue armi d'oro per armi di
bronzo (VI, 234 sgg.)
Talvolta
il protagonista della vicenda, Achille, sembra prendere decisioni autonome,
come nel canto XIX, quando decide di rinunciare non solo alla guerra, ma
anche al proprio sostentamento… non è comunque in grado di perseverare: Zeus
provvido invia Pallade
Atena che, volente o nolente, lo riempie di nettare e d'ambrosia,
infondendogli l'energia degli dei.
E se Teti
gli fa promettere che non
andrà in guerra, Atena non solo lo sollecita ad andare, ma lo avvolge in un fuoco
dorato che sale fino al cielo e grida attraverso la gola di lui sul campo
coperto di sangue verso i troiani, suscitando in loro un panico
incontrollabile.
Gli
dei guidano gli eserciti in battaglia, parlano a ogni guerriero nei momenti
decisivi, discutono e dicono a Ettore che cosa deve fare, spronano i
guerrieri o li sconfiggono gettando incantesimi su di loro o diffondendo
nebbie nel loro campo visivo. Sono gli dèi che danno inizio alle contese
fra uomini (IV, 437 sgg.), che sono la vera causa della guerra (III, 164
sgg.) e ne decidono poi la strategia (II, 56 sgg.)
Insomma,
gli dèi prendono il posto della coscienza.
L'Iliade
è un poema
che parla di azione ed è pieno di
azione: un'azione costante. I veri agenti sono gli atti di Achille e le
loro conseguenze, non la sua mente. E quanto agli dèi, tanto gli autori dell'Iliade quanto i suoi personaggi sono tutti d'accordo
nell'accettare questo mondo governato divinamente. Se noi mettessimo da
parte tutti i nostri preconcetti sulla poesia e leggessimo il poema per la
prima volta, saremmo colpiti immediatamente dalla qualità anormale del
discorso. Oggi chiamiamo tale qualità «metro». Ma quanto sono diversi
questi esametri dalla scansione costante dal miscuglio disordinato di
accenti del parlare comune! Si è concordi sul fatto che la poesia aiuti la
memorizzazione,
anche se non tutti ne conoscono i motivi. La funzione del metro è quella di
guidare l'attività elettrica del cervello e quasi certamente di allentare le
normali inibizioni emozionali sia del cantore sia dell'ascoltatore. |
Tranne che per le aggiunte posteriori, quindi, il poema
epico stesso non fu composto né ricordato coscientemente, ma fu modificato
in momenti successivi e in modo creativo con non più consapevolezza di
quella che un pianista ha della sua improvvisazione.
Ci
troviamo di fronte all'opera di uno o più posseduti, che cantano
un'azione. Le azioni non trovano il loro inizio in piani, ragioni e motivi
coscienti, bensì nelle azioni e nei discorsi degli dèi. Quando, verso la
fine della guerra, Achille ricorda ad Agamennone come questi gli abbia
sottratto la sua amante, il signore di popoli dichiara: «Non io fui la
causa di tale atto ma Zeus e le Eninni che camminano nel buio: furono loro
che nell'assemblea gettarono la furiosa Ate
(inutile specificare che anche questa, per quanto minore, è una dea) su di me il giorno che io tolsi arbitrariamente ad Achille la sua preda.
Che
cosa dunque potevo fare? Gli dèi la vincono sempre» (XIX, 86-90). Che
questa non fosse una particolare invenzione di Agamennone per sottrarsi alle
sue responsabilità risulta chiaro dalla disponibilità di Achille, che
obbedisce anche lui ai suoi dèi, ad accettare senza riserve questa
spiegazione. Gli studiosi commentando questo passo, dicono che il
comportamento di Agamennone è diventato "estraneo al suo io" presupponendo un precedente stato di coscienza che l'Iliade si guarda
bene dal raccontare.
In
realtà il poema tutto fa riferimento ad un precedente stato di normalità
che è stato sconvolto dalla guerra, ma tale situazione è così ovvia da
sfuggire ad ogni descrizione psicologica.
E così gli eroi greci hanno dato il loro nome a tutte le patologie della
mente… ma ne esiste anche uno normale?
Ponendo il problema: qual è la psicologia dell'eroe dell'Iliade?
Julian Jaynes, ne "Il crollo della mente bicamerale" pubblicato in
Italia da Adelphi, dà una
risposta assolutamente nuova.
Nessuna.
Non per nulla il più significativo (ed il più umano) degli eroi, Ulisse,
assumerà il nome di Nessuno nel famoso episodio dell'incontro con
Polifemo narrato nel poema successivo, l'Odissea.
Ma
se il greco medio non esiste, se ogni azione di merito è in realtà
ispirata dagli dèi, diventa particolarmente urgente chiarirne la realtà.
Per Julian Jaynes non ci sono dubbi: gli dèi sono quelle che noi oggi
chiamiamo allucinazioni. Di solito essi sono visti e uditi solo dai
particolari eroi cui si rivolgono. A volte si presentano avvolti da una
nebbia o emergono dalla spuma del mare o da un fiume, altre scendono dal
cielo, il che suggerisce che sono preceduti da un'aura visuale. Oppure
compaiono semplicemente. Più spesso si presentano come semplici voci, altre
volte direttamente con la loro identità, più raramente assumono
l'aspetto di persone molto vicine all'eroe.
Particolarmente
interessante sotto questo aspetto è il rapporto di Apollo con Ettore. Nel
canto XVI Apollo si presenta a Ettore sotto le sembianze dello zio materno;
nel canto XVII come uno dei capi alleati; più avanti nello stesso canto
egli assume l'aspetto del suo più caro amico straniero.
L'episodio conclusivo del poema si apre con Atena che, dopo aver detto ad
Achille di uccidere Ettore, si presenta a quest'ultimo sotto le sembianze
del suo amato fratello Deifobo. Prendendolo fiduciosamente per padrino,
Ettore sfida Achille, chiede a Deifobo un'altra lancia, si volge e non
vede nulla. Noi diremmo che ha avuto un'allucinazione. Lo stesso vale per
Achille. La guerra di Troia fu diretta da allucinazioni. E i guerrieri che
venivano comandati in tal modo non erano affatto simili a noi. Erano nobili
automi che non sapevano quel che facevano.
Chi
erano dunque questi dèi che muovevano gli uomini come se fossero automi e
che cantavano poesia epica attraverso le loro labbra? Erano voci, le cui
parole e le cui istruzioni potevano essere udite dagli eroi dell'Iliade così distintamente come le voci udite da Giovanna
d'Arco.
continua a
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