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 Le voci degli Dei
di Mary Falco

"Cantami, o Diva, del Pelìde Achille
l'ira funesta che infiniti lutti
addusse agli Achei, molte anzi tempo all'Ade
generose travolse alme d'eroi,
e di cani e d'augelli orrido pasto
lor salme abbandonò (così di Giove
l'alto consiglio s'adempìa), da quando
primamente disgiunse aspra contesa
il re de' prodi Atride e il divo Achille…"

Così il proemio di uno dei più famosi libri del mondo: l'Iliade, copiato da una schiera di cultori del bel canto.

Ma davvero l'invocazione alla musa del canto, Calliope per la cronaca, è un tema letterario e nulla più?
Se ci addentriamo nelle famose vicende del contrasto tra Achille ed Agamennone sotto alle mura di Troia ci accorgiamo che davvero è una dea che canta le vicende d'altri dei e che gli eroi non sono che burattini tra le loro mani. E non si tratta d'un canto qualsiasi. Le sue prime tre parole sono Menin aeide thea, «Canta l'ira, o dea!». E l'intero racconto epico che segue è il canto della dea che l'aedo posseduto «udì» e cantò ai suoi ascoltatori dell'età del ferro il più fedelmente possibile.
Non c'è una sola vicenda significativa dietro cui non si nasconda un dio.
Quando Agamennone, signore di popoli, sottrae ad Achille la sua amante, è una dea, Atena, ad afferrare Achille per la chioma bionda e ad ammonirlo a non colpire il re, ma a frenare l'ira ed attendere (I, 197 sgg.) più tardi un'altra dea, che poi è sua madre: Teti, sorge dalle spume del mare e lo consola nel suo pianto d'ira sulla spiaggia presso le nere navi.
Ancora una dea, questa volta la grande Afrodite, sussurra a Elena di togliersi dal cuore la nostalgia per la patria lontana ed avvolge Paride in una nebbia proteggendolo così dall'attacco di Menelao.
E non una divinità qualsiasi, ma il re degli dei, Zeus, induce Glauco a scambiare le sue armi d'oro per armi di bronzo (VI, 234 sgg.)
Talvolta il protagonista della vicenda, Achille, sembra prendere decisioni autonome, come nel canto XIX, quando decide di rinunciare non solo alla guerra, ma anche al proprio sostentamento… non è comunque in grado di perseverare: Zeus provvido invia Pallade Atena che, volente o nolente, lo riempie di nettare e d'ambrosia, infondendogli l'energia degli dei.
E se Teti gli fa promettere che non andrà in guerra, Atena non solo lo sollecita ad andare, ma lo avvolge in un fuoco dorato che sale fino al cielo e grida attraverso la gola di lui sul campo coperto di sangue verso i troiani, suscitando in loro un panico incontrollabile.
Gli dei guidano gli eserciti in battaglia, parlano a ogni guerriero nei momenti decisivi, discutono e dicono a Ettore che cosa deve fare, spronano i guerrieri o li sconfiggono gettando incantesimi su di loro o diffondendo nebbie nel loro campo visivo. Sono gli dèi che danno inizio alle contese fra uomini (IV, 437 sgg.), che sono la vera causa della guerra (III, 164 sgg.) e ne decidono poi la strategia (II, 56 sgg.)
Insomma, gli dèi prendono il posto della coscienza.
L'Iliade è un poema che parla di azione ed è pieno di azione: un'azione costante. I veri agenti sono gli atti di Achille e le loro conseguenze, non la sua mente. E quanto agli dèi, tanto gli autori dell'Iliade quanto i suoi personaggi sono tutti d'accordo nell'accettare questo mondo governato divinamente. Se noi mettessimo da parte tutti i nostri preconcetti sulla poesia e leggessimo il poema per la prima volta, saremmo colpiti immediatamente dalla qualità anormale del discorso. Oggi chiamiamo tale qualità «metro». Ma quanto sono diversi questi esametri dalla scansione costante dal miscuglio disordinato di accenti del parlare comune! Si è concordi sul fatto che la poesia aiuti la memorizzazione, anche se non tutti ne conoscono i motivi. La funzione del metro è quella di guidare l'attività elettrica del cervello e quasi certamente di allentare le normali inibizioni emozionali sia del cantore sia dell'ascoltatore.

Tranne che per le aggiunte posteriori, quindi, il poema epico stesso non fu composto né ricordato coscientemente, ma fu modificato in momenti successivi e in modo creativo con non più consapevolezza di quella che un pianista ha della sua improvvisazione.
Ci troviamo di fronte all'opera di uno o più posseduti, che cantano un'azione. Le azioni non trovano il loro inizio in piani, ragioni e motivi coscienti, bensì nelle azioni e nei discorsi degli dèi. Quando, verso la fine della guerra, Achille ricorda ad Agamennone come questi gli abbia sottratto la sua amante, il signore di popoli dichiara: «Non io fui la causa di tale atto ma Zeus e le Eninni che camminano nel buio: furono loro che nell'assemblea gettarono la furiosa Ate (inutile specificare che anche questa, per quanto minore, è una dea) su di me il giorno che io tolsi arbitrariamente ad Achille la sua preda.
Che cosa dunque potevo fare? Gli dèi la vincono sempre» (XIX, 86-90). Che questa non fosse una particolare invenzione di Agamennone per sottrarsi alle sue responsabilità risulta chiaro dalla disponibilità di Achille, che obbedisce anche lui ai suoi dèi, ad accettare senza riserve questa spiegazione. Gli studiosi commentando questo passo, dicono che il comportamento di Agamennone è diventato "estraneo al suo io" presupponendo un precedente stato di coscienza che l'Iliade si guarda bene dal raccontare.
In realtà il poema tutto fa riferimento ad un precedente stato di normalità che è stato sconvolto dalla guerra, ma tale situazione è così ovvia da sfuggire ad ogni descrizione psicologica.
E così gli eroi greci hanno dato il loro nome a tutte le patologie della mente… ma ne esiste anche uno normale?
Ponendo il problema: qual è la psicologia dell'eroe dell'Iliade? Julian Jaynes, ne "Il crollo della mente bicamerale" pubblicato in Italia da Adelphi, dà una risposta assolutamente nuova.
Nessuna.
Non per nulla il più significativo (ed il più umano) degli eroi, Ulisse, assumerà il nome di Nessuno nel famoso episodio dell'incontro con Polifemo narrato nel poema successivo, l'Odissea.
Ma se il greco medio non esiste, se ogni azione di merito è in realtà ispirata dagli dèi, diventa particolarmente urgente chiarirne la realtà. Per Julian Jaynes non ci sono dubbi: gli dèi sono quelle che noi oggi chiamiamo allucinazioni. Di solito essi sono visti e uditi solo dai particolari eroi cui si rivolgono. A volte si presentano avvolti da una nebbia o emergono dalla spuma del mare o da un fiume, altre scendono dal cielo, il che suggerisce che sono preceduti da un'aura visuale. Oppure compaiono semplicemente. Più spesso si presentano come semplici voci, altre volte direttamente con la loro identità, più raramente assumono l'aspetto di persone molto vicine all'eroe.
Particolarmente interessante sotto questo aspetto è il rapporto di Apollo con Ettore. Nel canto XVI Apollo si presenta a Ettore sotto le sembianze dello zio materno; nel canto XVII come uno dei capi alleati; più avanti nello stesso canto egli assume l'aspetto del suo più caro amico straniero.
L'episodio conclusivo del poema si apre con Atena che, dopo aver detto ad Achille di uccidere Ettore, si presenta a quest'ultimo sotto le sembianze del suo amato fratello Deifobo. Prendendolo fiduciosamente per padrino, Ettore sfida Achille, chiede a Deifobo un'altra lancia, si volge e non vede nulla. Noi diremmo che ha avuto un'allucinazione. Lo stesso vale per Achille. La guerra di Troia fu diretta da allucinazioni. E i guerrieri che venivano comandati in tal modo non erano affatto simili a noi. Erano nobili automi che non sapevano quel che facevano.
Chi erano dunque questi dèi che muovevano gli uomini come se fossero automi e che cantavano poesia epica attraverso le loro labbra? Erano voci, le cui parole e le cui istruzioni potevano essere udite dagli eroi dell'Iliade così distintamente come le voci udite da Giovanna d'Arco.

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