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GABBIANI D'ASFALTO |
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Debora D'Agostino è nata a Parma ma vive a Roma. Ha vinto numerosi premi nonostante la giovane età; dalla poesia è affascinata, con la poesia sta imparando ad affascinare. Potrebbe iniziare così, in una consuetudine tra il banale e il vagamente celebrativo, il parlar di lei, ma le cose stanno diversamente. Alla presentazione del suo libro, nella sala Palasciano della Sede della Croce Rossa Italiana, in via Toscana, a Roma, il 3 aprile scorso, Alba Stella Paioletti ha deliziosamente calamitato la platea. Proprio un bel parlare il suo; sempre più raro ai tempi della contemporaneità dove la fa da padrone un dispotico tempo reale, un boia destabilizzante cui piace spodestare la bella parola soprattutto per confondere l'uomo e gettarlo in un mondo di iperealtà abbrutente e scandalosamente lontana dal Bello inteso quale valore. Lei ha principiato con una voce delicata eppure determinata, parlava dei Gabbiani di città della giovane poesia di Debora D'Agostino. "Occorre conoscere la vita del poeta", diceva, "forse la ferita del poeta. Occorre rammentarsi delle mani che ci prendono alla nascita e occorre sapere e ricordare che il libro è discorso d'amore potente, ricerca altrettanto potente d'ognuno di noi; occorre sapere che è amore totalizzante; occorre prendere in considerazione che non si risorge per se stessi se non si è imparato ad amare; che il lutto dell'amore umano è memoria, rinvia al lutto divino"; ricordava Montale, la Paioletti, i suoi Ossi di seppia; ricordava d'aver avuto la fortuna di conoscere Sciascia, cugino di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, autore de' Il Gattopardo. "Lui, un giorno, mi disse: "ci hanno rubato la luna"; già, ero con lui nel 1969, allorché l'uomo approdava sulla luna. Quell'approdo suonava come l'addio della poesia alla luna - infinitamente lontana –"… e infinitamente poetica direi. "Mi chiedo", continuava la Paioletti, "con l'avvento del villaggio globale sino a che punto si annulla la poesia e quale sarà la poesia del XXI secolo ? – Di certo è un periodo di transizione durissimo; un mondo in cui è sempre più imperante la crudeltà; un uomo disposto a sacrificare sempre più cose al dio denaro. Occorre riaprire il dialogo con se stessi; occorre si riapra il dialogo tra l'uomo e l'altro uomo; l'isolamento pare la malattia più pervasiva e l'imperativo più cogente è proprio quello di tentare di comprendere dove sta andando l'uomo". |
Dopo averci rovesciato addosso un mondo, una
cascata di belle cose dal peso dilaniante pur nella luminosità della
sostanza, ha invitato l'autrice a dare lettura della lirica tra le più belle
del volume: "Nel campo del vasaio". E a ragione, poiché con questa lirica l'autrice mi pare abbia urlato
con maggiore significazione le proprie paure, le angosce antropologiche, le
angustie più laceranti e la musica della fede che interviene con la sua
luce, con quel calore che t'abbraccia deliziosamente, con le risposte più
convincenti ai quesiti più dolorosi, più drammatici e più squarcianti
quei veli che nell'esser sollevati disvelano il Senso. |