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GABBIANI D'ASFALTO
Debora D'Agostino e la sua prima raccolta di poesie
di Antonella Pagano

Debora D'Agostino è nata a Parma ma vive a Roma. Ha vinto numerosi premi nonostante la giovane età; dalla poesia è affascinata, con la poesia sta imparando ad affascinare. Potrebbe iniziare così, in una consuetudine tra il banale e il vagamente celebrativo, il parlar di lei, ma le cose stanno diversamente. Alla presentazione del suo libro, nella sala Palasciano della Sede della Croce Rossa Italiana, in via Toscana, a Roma, il 3 aprile scorso, Alba Stella Paioletti ha deliziosamente calamitato la platea. Proprio un bel parlare il suo; sempre più raro ai tempi della contemporaneità dove la fa da padrone un dispotico tempo reale, un boia destabilizzante cui piace spodestare la bella parola soprattutto per confondere l'uomo e gettarlo in un mondo di iperealtà abbrutente e scandalosamente lontana dal Bello inteso quale valore. Lei ha principiato con una voce delicata eppure determinata, parlava dei Gabbiani di città della giovane poesia di Debora D'Agostino. "Occorre conoscere la vita del poeta", diceva, "forse la ferita del poeta. Occorre rammentarsi delle mani che ci prendono alla nascita e occorre sapere e ricordare che il libro è discorso d'amore potente, ricerca altrettanto potente d'ognuno di noi; occorre sapere che è amore totalizzante; occorre prendere in considerazione che non si risorge per se stessi se non si è imparato ad amare; che il lutto dell'amore umano è memoria, rinvia al lutto divino"; ricordava Montale, la Paioletti, i suoi Ossi di seppia; ricordava d'aver avuto la fortuna di conoscere Sciascia, cugino di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, autore de' Il Gattopardo. "Lui, un giorno, mi disse: "ci hanno rubato la luna"; già, ero con lui nel 1969, allorché l'uomo approdava sulla luna. Quell'approdo suonava come l'addio della poesia alla luna - infinitamente lontana –"… e infinitamente poetica direi. "Mi chiedo", continuava la Paioletti, "con l'avvento del villaggio globale sino a che punto si annulla la poesia e quale sarà la poesia del XXI secolo ? – Di certo è un periodo di transizione durissimo; un mondo in cui è sempre più imperante la crudeltà; un uomo disposto a sacrificare sempre più cose al dio denaro. Occorre riaprire il dialogo con se stessi; occorre si riapra il dialogo tra l'uomo e l'altro uomo; l'isolamento pare la malattia più pervasiva e l'imperativo più cogente è proprio quello di tentare di comprendere dove sta andando l'uomo".

Dopo averci rovesciato addosso un mondo, una cascata di belle cose dal peso dilaniante pur nella luminosità della sostanza, ha invitato l'autrice a dare lettura della lirica tra le più belle del volume: "Nel campo del vasaio". E a ragione, poiché con questa lirica l'autrice mi pare abbia urlato con maggiore significazione le proprie paure, le angosce antropologiche, le angustie più laceranti e la musica della fede che interviene con la sua luce, con quel calore che t'abbraccia deliziosamente, con le risposte più convincenti ai quesiti più dolorosi, più drammatici e più squarcianti quei veli che nell'esser sollevati disvelano il Senso.
S'avventura dunque l'autrice in quel campo speciale:… "e lo seppelliranno nel Campo del vasaio detto d'allora campo di sangue"…sicché: … dove a chi respira non è consentito sopravvivere o parlare/lì c'è Dio/nel campo del vasaio/ attraversato da noi tutti/dove l'ansia è nemica del riposo/e un figlio non nasce/lì c'è Dio/nel campo del vasaio/ calpestato da tutti./ In ogni creatura violata che soccombe/ o è segnata per sempre/lì c'è Dio/nel campo del vasaio / sfruttato da noi tutti/c'è Dio nello specchio dell'altro/che riceve ogni male/nel campo del vasaio /devastato da noi tutti…/c'è Dio nelle mani giunte di chi sa comprendere e perdonare/nel campo del vasaio / riposo dal Golgota per noi tutti…
Un silenzio sovrano ha sovrastato le teste che d'un tratto parevano aver attraversato quel campo, calpestato quel campo, sfruttato quel campo, ma aver trovato, proprio in quel campo, la gioia di saper nuovamente gustare la poesia, la bella parola, d'aver fatto, di quel campo, la palestra dell'uomo rinato, rinato a se stesso, rinato alla parte più bella di sé dopo aver festeggiato la sepoltura dell'uomo vecchio. Fosse catarsi ? Fosse duratura ! Ben venga allora il Mannino poeta, il Presidente del Consiglio Comunale della Capitale allorché, intervenuto alla presentazione, ha citato la Spaziani che in una occasione ebbe a dichiarare d'aver sempre invidiato la Cina, dove per essere ministro occorre essere poeta.
E ben venga la FIDAPA, la Federazione Italiana Donne Arti Professioni Affari che, grazie alla brillante e lungimirante Presidentessa - la dottoressa Paola Paloscia -ha voluto dare spazio a un libro di poesia, quindi a una raccolta di liriche che, passando per i gabbiani e l'asfalto rovente d'una città, ci ha indicato il volo, la capacità di ergersi, polverizzare il bitume e farsi luce. La poesia non cerca altro che l'infinito e l'infinito è l'assoluto.

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