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Le voci degli Dei
di Mary Falco

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Gli dèi erano organizzazioni del sistema nervoso centrale e li si può considerare come personae, nel senso di forti presenze costanti nel tempo, amalgami di immagini parentali o ammonitorie.
Il dio è parte dell'uomo, e del tutto coerente con questa concezione è il fatto che gli dèi non escono mai dall'ambito delle leggi naturali. Gli dèi greci, diversamente dal dio ebraico della Genesi, non possono creare qualcosa dal nulla. Nei rapporti fra il dio e l'eroe ci sono le stesse cortesie, emozioni, la stessa opera di convincimento che si riscontrano nei rapporti fra persone. Il dio greco non appare tra scoppi di tuono, non suscita mai soggezione o timone nell'eroe ed è lontanissimo dal dio della Bibbia. Egli semplicemente guida, consiglia e ordina. Né il dio infonde un senso di umiltà o addirittura di amore e ben poca gratitudine. L'emozione più forte che l'eroe sente nei confronti di un dio è lo sbigottimento o la meraviglia, il genere di emozione che noi sentiamo quando emerge improvvisamente nella nostra mente la soluzione di un problema particolarmente difficile, o che risuona nell'eureka! di Archimede nella vasca da bagno.

Gli uomini dell'Iliade non hanno dunque una propria volontà e certamente non hanno alcuna nozione di libero arbitrio. In effetti l'intero problema della volizione, un problema così complesso per la moderna teoria psicologica, è forse tanto difficile proprio per il fatto che le parole per designare tali fenomeni furono inventate solo così tardi.

Una parola della quale si avverte similmente l'assenza nel linguaggio dell'Iliade è quella per «corpo» nel nostro senso moderno. La parola soma, che nel V secolo a.C. venne a designare il corpo, in Omero è sempre plurale e significa «membra morte» o «cadavere ». Essa è l'opposto di psiche. Ci sono varie parole che designano diverse parti del corpo, e in Omero il riferimento è sempre a tali parti, mai al corpo nella sua totalità. Non sorprende quindi che l'antica arte greca di Micene e del suo periodo presenti l'uomo come un aggregato di membra stranamente costruite, le articolazioni raffigurate in modo inadeguato e il torso quasi separato dai fianchi. È sul piano dell'immagine, ciò che troviamo ripetutamente in Omero, che parla di mani, di braccia, di òmeri, di piedi, di polpacci e di cosce, descrivendoli come veloci, forti, in rapido moto, ecc., senza alcuna menzione del corpo veduto nel suo complesso.

È strano per la sensibilità moderna associare l'idea d'un eroe a quella d'una specie d'energumeno che non è neppure consapevole della propria esistenza ed ancora più difficile è immaginarlo come uomo di religione, rispettoso del volere degli dei.

Secondo un'idea tradizionale e generalizzata non ci fu una vera religione in Grecia fino al IV secolo a.C. e gli dèi dei poemi omerici sarebbero semplicemente una «gaia invenzione di poeti », come è stato detto da illustri studiosi.

Questa idea erronea si deve al fatto che la religione è concepita come un sistema di etica, una sorta di subordinazione a dèi esterni nello sforzo di comportarsi in modo virtuoso. E in effetti in questo senso gli studiosi hanno ragione. Dire però che gli dèi dell'Iliade siano un'invenzione degli autori del poema significa fraintendere completamente il senso degli eventi. I personaggi dell'Iliade non hanno momenti in cui si fermano a riflettere sul da farsi. Non hanno una mente cosciente, ma soprattutto non hanno la facoltà dell'introspezione. Per noi, esseri dotati di soggettività, è impossibile renderci conto in modo adeguato di tale situazione.

Non è che prima compaiano le vaghe idee generali della causalità psicologica e poi il poeta dia loro una forma visiva concreta inventando gli dèi.
È invece l'esatto contrario. E quando viene suggerito che i sentimenti interioni di forza o gli ammonimenti interiori o le perdite di giudizio sono i germi da cui si sviluppò il meccanismo 

degli dèi, Julian Jaynes replica che la verità è esattamente opposta, ossia che la presenza di voci a cui si doveva obbedire fu la condizione preliminare alla fase cosciente della mente in cui il responsabile è il sé, che può discutere con se stesso, che può ordinare e dirigere, e la cui creazione è il prodotto della cultura.

In un certo senso, noi siamo diventati i nostri stessi dèi.

Ma quando e come? Nelle civiltà antiche, al contrario, l'uomo è ben poca cosa di fronte alla divinità; tutto fa riferimento ad gerarchia rigida, con un numero ridotto di uomini che hanno esperienze allucinatorie di voci di autorità superiori, autorità soggette a loro volta alle voci allucinatorie di altre ancora maggiori, sino ad arrivare ai re e ai loro pari, che ascoltano direttamente nelle loro allucinazioni le voci degli dèi.

L'Iliade non presenta alcun quadro del genere, e si concentra direttamente sull'individuo eroico, a cui è concessa libertà di azione individuale all'interno di una società estremamente ridotta... ma torniamo al fatto che si tratta d'una realtà di guerra e pertanto contingente.
In ogni caso tra la letteratura greca e la rigida società micenea in cui le vicende sono ambientate c'è un grosso salto psicologico.

Alla ricerca delle tessere mancanti nel puzzle sono state esaminate attentamente le ben note tavolette nella Lineare B rinvenute a Cnosso, Micene e Pilo. Esse furono scritte in periodo preomerico. Note da molto tempo, hanno resistito tenacemente agli sforzi più vigorosi dei cnittografi. Recentemente si è potuto però decifrarle, ed è stato dimostrato che contengono una scrittura sillabica, la forma più antica di greco scritto, usata solo a scopi amministrativi, per la registrazione di documenti. Questi testi ci forniscono un quadro sommario della società micenea: gerarchie di funzionari, soldati o lavoratori, inventari di derrate, elenchi di merci dovute al sovrano e particolarmente agli dèi. Il mondo della guerra di Troia, quindi, era nella realtà storica molto più vicino alla rigida teocrazia predetta dalla teoria, che non al libero individualismo descritto dal poema. La struttura stessa dello Stato miceneo è inoltre profondamente diversa dall'insieme di guerrieri più o meno autonomi descritto nell'Iliade ed è assai vicina all'organizzazione dei contemporanei regni teocratici della Mesopotamia.

La rivoluzione dunque, e la guerra stessa ne è un sintomo evidente, fu portata dal linguaggio, o meglio dall'uso sempre più libero che se ne è fatto d un certo momento in poi.
Ma esiste un periodo più remoto ancora in cui il linguaggio non era ancora noto all'uomo.
In che modo allora poteva operare o comunicare?
La risposta è molto semplice: esattamente come tutti gli altri primati, ossia con un'abbondanza di segnali visivi e vocali, che erano assai lontani dal linguaggio sintattico che noi usiamo oggi. Basta pensare alla capacità muoversi a piedi, in bicicletta o in macchina in uno spazio pubblico: in questo caso il linguaggio è davvero di qualche utilità?
La recente società multirazziale ha ridotto al minimo i messaggi scritti, per tornare a segnali universalmente noti: suoni, immagini, luci.
Nel Pleistocene, quando l'uomo sviluppò vari tipi di utensili per scheggiare la pietra e di amigdale, quest'arte veniva trasmessa esclusivamente per imitazione, esattamente nello stesso modo in cui gli scimpanzé trasmettono l'uso di introdurre una pagliuzza in un formicaio per estrarne le formiche. Ma anche in modo simile a quello con cui vengono avviati i bambini a qualsiasi attività sportiva complessa, in cui l'apprendimento razionale è del tutto subordinato all'acquisizione di abilità motorie e comportamentali.
Poiché il linguaggio deve introdurre mutamenti molto vistosi nell'attenzione rivolta dall'uomo a cose e persone, e poiché esso consente un trasferimento di informazione di grandissima portata, dev'essersi sviluppato nel corso di un periodo in cui resti archeologici documentino tali mutamenti. Un periodo del genere potrebbe essere il Pleistocene superiore, grosso modo fra il 70.000 e l'8000 a.C. Questo periodo fu caratterizzato climaticamente da grandi variazioni della temperatura, corrispondenti all'avanzare e al ritirarsi di condizioni glaciali, e biologicamente da grandi migrazioni di animali e di esseri umani causate da tali variazioni. La popolazione degli ominidi esplose dal cuore del continente africano diffondendosi nel subartico euroasiatico e poi nelle Americhe e in Australia. La popolazione stabilitasi attorno al Mediterraneo raggiunse un nuovo culmine e assunse la guida nell'innovazione culturale, trasferendo il centro culturale e biologico dell'uomo dai tropici alle medie latitudini. L'uso del fuoco, delle caverne e delle pelli crearono per l'uomo una sorta di microclima trasportabile che consentì il verificarsi di queste migrazioni.

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