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Le
voci degli Dei | |
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Gli dèi erano organizzazioni del sistema nervoso centrale e
li si può considerare come personae,
nel senso di forti presenze costanti nel tempo, amalgami di immagini
parentali o ammonitorie. Gli uomini dell'Iliade non hanno dunque una propria volontà e certamente non hanno alcuna nozione di libero arbitrio. In effetti l'intero problema della volizione, un problema così complesso per la moderna teoria psicologica, è forse tanto difficile proprio per il fatto che le parole per designare tali fenomeni furono inventate solo così tardi.
Una
parola della quale si avverte similmente l'assenza nel linguaggio dell'Iliade
è quella per «corpo» nel nostro senso moderno. La parola soma,
che nel V secolo a.C. venne a designare il corpo, in Omero è sempre
plurale e significa «membra morte» o «cadavere ». Essa è l'opposto di
psiche. Ci sono varie parole che
designano diverse parti del corpo, e in Omero il riferimento è sempre a
tali parti, mai al corpo nella sua totalità. Non sorprende
quindi che l'antica arte greca di Micene e del suo periodo presenti
l'uomo come un aggregato di membra stranamente costruite, le articolazioni
raffigurate in modo inadeguato e il torso quasi separato dai fianchi. È sul
piano dell'immagine, ciò che troviamo ripetutamente in Omero, che parla
di mani, di braccia, di òmeri, di piedi, di polpacci e di cosce,
descrivendoli come veloci, forti, in rapido moto, ecc., senza alcuna
menzione del corpo veduto nel suo complesso.
È
strano per la sensibilità moderna associare l'idea d'un eroe a quella
d'una specie d'energumeno che non è neppure consapevole della propria
esistenza ed ancora più difficile è immaginarlo come uomo di religione,
rispettoso del volere degli dei.
Secondo
un'idea tradizionale e generalizzata non ci fu una vera religione in
Grecia fino al IV secolo a.C. e gli dèi dei poemi omerici
sarebbero semplicemente una «gaia invenzione di poeti »,
come è stato detto da illustri studiosi.
Questa
idea erronea si deve al fatto che la religione è concepita come un sistema
di etica, una sorta di subordinazione a dèi esterni nello sforzo di
comportarsi in modo virtuoso. E in effetti in questo senso gli studiosi
hanno ragione. Dire però che gli dèi dell'Iliade
siano un'invenzione degli autori del poema significa fraintendere
completamente il senso degli eventi. I personaggi dell'Iliade
non hanno momenti in cui si fermano a riflettere sul da farsi. Non hanno
una mente cosciente, ma soprattutto non hanno la facoltà
dell'introspezione. Per noi, esseri dotati di soggettività, è
impossibile renderci conto in modo adeguato di tale situazione.
Non
è che prima compaiano le vaghe idee generali della causalità psicologica e
poi il poeta dia loro una forma visiva concreta inventando gli dèi.
degli
dèi, Julian Jaynes replica che la verità è esattamente opposta, ossia che
la
presenza di voci a cui si doveva obbedire fu la condizione preliminare alla fase cosciente della mente in cui il responsabile è il sé,
che può discutere con se stesso, che può ordinare e dirigere, e la cui
creazione è il prodotto della cultura. |
In
un certo senso, noi siamo diventati i nostri stessi dèi.
Ma
quando e come? Nelle civiltà antiche, al contrario, l'uomo è ben poca
cosa di fronte alla divinità; tutto fa riferimento ad gerarchia rigida, con
un numero ridotto di uomini che hanno esperienze allucinatorie di voci di
autorità superiori, autorità soggette a loro volta alle voci allucinatorie
di altre ancora maggiori, sino ad arrivare ai re e ai loro pari, che
ascoltano direttamente nelle loro allucinazioni le
voci degli dèi.
L'Iliade
non
presenta alcun quadro del genere, e si concentra direttamente
sull'individuo eroico,
a cui è concessa libertà di azione individuale all'interno di
una società estremamente ridotta... ma torniamo al fatto che si tratta
d'una realtà di guerra e pertanto contingente.
Alla
ricerca delle tessere mancanti nel puzzle
sono state esaminate attentamente le ben note tavolette nella Lineare B
rinvenute a Cnosso, Micene e Pilo. Esse furono scritte in periodo preomerico.
Note da molto tempo, hanno resistito tenacemente agli sforzi più vigorosi
dei cnittografi. Recentemente si è potuto però decifrarle, ed è stato
dimostrato che contengono una scrittura sillabica, la forma più antica di
greco scritto, usata solo a scopi amministrativi, per la registrazione di
documenti. Questi testi ci forniscono un quadro sommario della
società micenea: gerarchie di funzionari, soldati o lavoratori, inventari
di derrate, elenchi di merci dovute al sovrano e particolarmente agli dèi. Il mondo della guerra di Troia, quindi,
era nella realtà storica molto più vicino alla rigida teocrazia predetta
dalla teoria, che non al libero individualismo descritto dal poema. La
struttura stessa dello Stato miceneo è inoltre profondamente diversa
dall'insieme di guerrieri più o meno autonomi descritto nell'Iliade
ed è assai vicina all'organizzazione dei contemporanei regni
teocratici della Mesopotamia.
La
rivoluzione dunque, e la guerra stessa ne è un sintomo evidente, fu portata
dal linguaggio, o meglio dall'uso sempre più libero che se ne è fatto d
un certo momento in poi. continua a pagina 20 |