|
continua da
pagina
19
Noi designamo abitualmente questi uomini come neanderthaliani tardi. Ci fu un
tempo in cui si pensò che fossero una specie umana a sé, soppiantata attorno
al 35.000 a.C. dall'uomo di Cro-Magnon. Secondo l'opinione più recente, però,
i neanderthaliani farebbero parte della linea generale dell'uomo, una linea
che ebbe una grande variabilità, grazie alla quale l'evoluzione poté
assumere un ritmo sempre più accelerato man mano che l'uomo, portando con sé
il suo microclima artificiale, si diffuse in queste nuove nicchie ecologiche.
Sono necessarie altre ricerche per stabilire i veri modelli di insediamento, ma
oggi si mette l'accento soprattutto sulla variabilità: alcuni gruppi sempre
in movimento, altri organizzati in migrazioni stagionali, altri ancora stanziali
per tutto l'anno.
La prima fase e la condizione sine qua
non del linguaggio è lo sviluppo a partire da grida accidentali di grida
intenzionali, quelle grida che tendono a essere ripetute fino a quando
non interviene un mutamento di comportamento nel destinatario. In
precedenza, nell'evoluzione dei primati erano intenzionali solo i segnali
posturali o visivi, come gli atteggiamenti di minaccia. La loro evoluzione
in segnali uditivi fu resa necessaria dalla migrazione dell'uomo in climi
nordici, dove c'era meno luce sia nell'ambiente sia nelle buie caverne
in cui l'uomo fissò la sua dimora e dove i segnali visivi non potevano
essere percepiti così facilmente come nelle luminose savane africane.
Questa evoluzione potrebbe avere avuto inizio già nel terzo periodo
glaciale o forse ancor prima. Ma solo con l'approssimarsi del freddo
crescente e della crescente oscurità della quarta glaciazione nei climi
nordici, la presenza di tali segnali vocali intenzionali diede uno spiccato
vantaggio selettivo a coloro che li possedevano.
Questa è ora soltanto un'ipotesi di lavoro approssimativa, che consenta
un primo approccio al problema. Inoltre non è detto che le fasi dello
sviluppo del linguaggio siano necessariamente separate, né che debbano
essere sempre nello stesso ordine in località diverse. L'asserzione
centrale di questa concezione, è che ogni nuovo stadio lessicale creò letteralmente nuove Percezioni e
attenzioni, e tali nuove Percezioni e attenzioni dettero origine a
importanti mutamenti culturali che trovano un riflesso nella documentazione
archeologica.
I primi elementi reali del linguaggio verbale furono i suoni finali delle
grida intenzionali, differenziati sulla base della loro intensità. Per
esempio, un grido di allarme per significare un pericolo immediato doveva
essere pronunciato con maggiore intensità, il che causava la modificazione
del fonema finale. Una tigre vicina poteva essere annunciata con un «wahee!
», mentre una tigre lontana poteva dar luogo a un grido di minore intensità,
con il conseguente sviluppo di una desinenza diversa, come «wahoo ».
Furono quindi queste desinenze a diventare i primi modificatori, con i
significati di «vicino» e «lontano ». E il passo successivo si ebbe
quando queste desinenze «hee» e «hoo», poterono essere separate dal
grido particolare che le aveva generate e applicate a un qualche altro grido
con la stessa indicazione.
La cosa cruciale, qui, è che tale differenziazione di qualificatori vocali
dovette precedere, e non seguire, l'invenzione dei nomi che essi
modificavano. Questa fase del linguaggio verbale dovette persistere inoltre
per molto tempo, finché tali modificatori non divennero stabili. La
lentezza di questo sviluppo fu necessaria anche perché il repertorio-base
del sistema di grida fosse conservato intatto per poter svolgere le sue
funzioni intenzionali.
Questo periodo dei modificatori duro forse sino al
40.000 a.C., quando troviamo nella documentazione archeologica amigdale e
punte ritoccate.
La fase successiva potrebbe essere stata un periodo caratterizzato
dall'introduzione di comandi: i modificatori, separati dalle grida che
modificavano, poterono ora modificare le azioni stesse degli uomini.
Soprattutto col sempre maggior ricorso degli uomini alla caccia in un clima
molto freddo, la pressione selettiva a favore dello sviluppo di gruppi di
cacciatori controllati da comandi vocali dev'essere stata enorme. E
possiamo immaginare che l'invenzione di un modificatore col significato di
«più aguzzo» come comando-istruzione possa aver fatto progredire la
produzione di utensili di selce e d'osso, provocando un'esplosione di
nuovi tipi di utensili dal 40.000 al 25.000 a.C.
Una volta che una tribù ebbe un repertorio di modificatori e di comandi,
poté allentarsi per la prima volta la necessità di mantenere l'integrità
del vecchio sistema primitivo di grida, in modo da poter indicare i
referenti dei modificatori o dei comandi. Se «wahee!» aveva significato un
tempo un pericolo imminente, con una maggiore differenziazione d'intensità
si poté forse avere .
|
ora un
«wak ce!» per indicare l'approssimarsi di
una tigre, o «wab ce!» per l'approssimarsi di un orso. Queste potrebbero
essere state le prime proposizioni con un soggetto nominale e con un
modificatore predicativo, e potrebbero essersi presentate in un'epoca fra
il 25.000 e il 15.000 a.C.
Queste non sono speculazioni arbitrarie. Il passaggio dai modificatori ai
comandi e solo quando questi furono divenuti stabili, ai nomi non è
arbitrario, né è interamente arbitraria la datazione. Come l'età dei
modificatori coincide con la produzione di utensili molto superiori, così
l'età dei nomi per designare gli animali coincide con l'inizio della
raffigurazione di animali sulle pareti delle caverne o su oggetti di corno.
Nella fase successiva, che è in realtà un corollario della precedente, si
ha lo sviluppo dei nomi di cose. Ed esattamente come i nomi per indicare
esseri viventi dettero inizio alla raffigurazione di animali, così i nomi
per indicare cose generarono nuove cose. Questo periodo dovrebbe
corrispondere, all'invenzione della ceramica, di orecchini, ornamenti,
arponi e punte di frecce denticolati, questi ultimi di grandissima
importanza nella diffusione della specie umana in climi più difficili.
Dalla documentazione fossile sappiamo effettivamente che il cervello, in
particolare il lobo frontale davanti al solco centrale, stava crescendo con
una rapidità che ancora stupisce il moderno evoluzionista. E a
quest'epoca, corrispondente forse alla cultura magdaleniana, si erano già
sviluppate le aree cerebrali del linguaggio quali le conosciamo oggi.
A questo punto consideriamo un altro problema nell'origine degli dèi,
l'origine delle allucinazioni uditive. L'ipotesi più plausibile è che
le allucinazioni verbali fossero un effetto collaterale della comprensione
del linguaggio, effetto che si evolse per selezione naturale come metodo per
il controllo del comportamento.
Consideriamo un uomo che abbia ricevuto da se stesso o dal suo capo
l'ordine di costruire uno sbarramento per la pesca in un torrente molto a
monte del sito del campo. Se egli non è cosciente e non è quindi in grado
ricordare e ripetersi le istruzioni nel tempo come può farlo? Solo il
linguaggio può mantenerlo impegnato, in un lungo lavoro destinato a durare
tutto il pomeriggio. Un uomo del Pleistocene medio avrebbe dimenticato ciò
che stava facendo. Ma un uomo con la parola aveva appunto il linguaggio a
ricordargli il suo compito: egli poteva ripeterselo da solo, cosa che
avrebbe richiesto però un tipo di volizione di cui forse non era ancora
capace, oppure mantenere dentro di se' il ricordo persistente di chi lo
aveva ordinato, con tanta energia da sentirselo ripetere da
un'allucinazione verbale «interna» che gli diceva che cosa fare.
Può darsi che in caso d'emergenza si producessero anche allora, come oggi
d'altronde, fenomeni allucinatori dovuti allo stress, per James l'uomo
primitivo accettò e coltivò l'allucinazione, scambiandola evidentemente
per una comunicazione positiva di Dio, e fece di tutto il linguaggio un
sistema per favorire e coltivare questa forma di pensiero, a cui si diede un
contenuto sacrale, preferendola o anteponendola alla razionalità. Non per
niente in tutte le religioni del mondo esiste una verità indiscutibile,
spesso espressa in poesia o comunque in un linguaggio assolutamente staccato
dalla vita quotidiana. L'apprendimento mnemonico di questa verità è la
formazione base della classe sacerdotale, che la custodisce con cura
formando un sapere tradizionale a tutti devono attenersi. Il margine
concesso alla libera discussione cambia a secondo del tempo e delle
circostanze, ma il modello mentale sottinteso è sempre lo stesso.
Se si affronta direttamente e coscienziosamente il problema di ricostruire
lo sviluppo della forma mentale umana, tali supposizioni sono necessarie e
importanti, anche se allo stato attuale non riusciamo a trovare alcun modo
per confermarle con reperti concreti. Un comportamento istintivo non
richiede stimolazioni ripetute. Invece le attività apprese, quando
l'azione non conduca direttamente al fine gratificante, hanno bisogno di
essere mantenute da qualcosa di esterno ad esse. Questo è quanto veniva
fornito dalle allucinazioni verbali.
Similmente nel dare forma a un utensile, il comando verbale allucinatorio «più
aguzzo» doveva consentire all'uomo primitivo, non cosciente, di
continuare ad assolvere in solitudine il suo compito, oppure il comando «più
fine », udito anch'esso in un'allucinazione verbale, doveva indurre
l'individuo che pestava semi in un mortaio a continuare il suo lavoro fino
a ottenere farina. Secondo Julian Jaynes proprio a questo punto nella storia
umana il linguaggio articolato, sotto le pressioni selettive di compiti protratti
nel tempo, ha cominciato a localizzarsi in un emisfero cerebrale,
lasciando l'altro emisfero libero per queste voci allucinatorie in grado
di mantenere un tale comportamento.
continua a
pagina
21
|