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Ma
prima che potessero esserci degli dèi si doveva compiere un altro passo
avanti, l'invenzione di quel fenomeno sociale importantissimo che sono i
nomi propri.
Con
una certa sorpresa ci si rende conto che i nomi propri furono
un'invenzione che dev'essersi verificata in un momento determinato dello
sviluppo umano. Quando? Quali mutamenti poté introdurre questa invenzione
nella cultura umana? È probabile che i nomi abbiano fatto la loro comparsa
solo nel Mesolitico, fra il 10.000 e l'8000 a. C. circa. Questo fu il
periodo dell'adattamento dell'uomo all'ambiente postglaciale, più
caldo. La grande coltre dei ghiacci si è ritirata alla latitudine di
Copenaghen e l'uomo ora si conforma a situazioni ambientali specifiche,
alla caccia nelle praterie, con tutto il lavoro di gruppo che comporta.
Se
il modello cerebrale della mente bicamerale è corretto, esso dovrebbe
consentirci di prevedere differenze assai pronunciate nella funzione
cognitiva fra i due emisferi. Specificamente, dovremmo attenderci che le
funzioni necessarie al lato umano si trovino nell'emisfero sinistro o
dominante, e le funzioni necessarie agli dèi siano più pronunciate
nell'emisfero destro. Inoltre, non c'è ragione per non credere che
almeno i residui di queste diverse funzioni siano presenti
nell'organizzazione cerebrale dell'uomo contemporaneo.
La
funzione degli dèi era principalmente quella di guidare e progettare
l'azione in situazioni nuove. Gli dèi valutavano i problemi e
organizzavano l'azione secondo un modello o scopo costante che dette
origine a complesse civiltà, combinando tutte le diverse parti, i tempi
della semina, i tempi del raccolto, la scelta dei prodotti, l'intera vasta
composizione delle cose in un disegno grandioso, e dando istruzioni
all'uomo neurologico nel suo santuario verbale analitico nell'emisfero
sinistro. Potremmo così predire che una funzione sacrale dell'emisfero
destro dovrebbe essere oggi di tipo organizzativo, la selezione cioè delle
esperienze di una civiltà e la loro combinazione in un modello in grado di
«dire» all'individuo che cosa fare. Un'attenta lettura di vari
discorsi degli dèi nell'Iliade, nell'Antico
Testamento o in altre letterature dell'antichità si concilia con
quest'ipotesi. Vari eventi, passati e futuri, sono scelti, classificati,
sintetizzati in un nuovo quadro, spesso con quella forma di sintesi ultima
che è la metafora. E queste funzioni dovrebbero caratterizzare perciò
l'emisfero destro.
Per
selezionare l'esperienza e sintetizzarla in direttive per l'azione, gli
dèi avrebbero dovuto compiere certi tipi di riconoscimento. In tutti i
discorsi degli dèi, nelle letterature antiche, tali riconoscimenti sono
comuni. Non riconoscimenti di individui in particolare, ma più in generale
di tipi di persone, di categorie, oltre che di individui. Un giudizio
importante per un essere umano di qualsiasi secolo è il riconoscimento
delle espressioni del volto, particolarmente in riferimento a intenzioni
amichevoli o ostili. Se un uomo bicamerale vedeva venire verso di sé un
uomo che non riconosceva, era di grande importanza per la sopravvivenza che
il lato divino della sua mente riuscisse a stabilire se quella persona aveva
intenzioni amichevoli o ostili.
E
distinguere l'amico dal nemico in situazioni nuove, era una delle funzioni
di un dio.
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Questo
sarebbe il funzionamento della mente arcaica ed esso assicurerebbe, nelle
culture primitive, il controllo e l'ordine di società fortemente
gerarchizzate e strutturalmente stabili.
Gli dèi a cui queste culture si
riferivano erano peculiari della loro struttura teocratica, ma erano anche
individuali, come il ka degli
egiziani, e quindi lo sviluppo demografico complicò progressivamente i
rapporti tra mondo degli uomini e mondo degli dèi. La fine delle civiltà
antiche corrispose con l'apparente scomparsa degli dèi e delle loro voci:
la mente bicamerale primitiva cessò di esistere. Molti furono i fattori che
contribuirono al crollo e tra essi Jaynes indica lo sviluppo della scrittura
e l'uso della divinazione come tentativo di sostituire la funzione
direttiva delle voci. Il potere che il linguaggio ha di creare metafore,
venne potenziato nel caso del linguaggio scritto e da tale potere scaturì
una coscienza più evoluta che prese il posto della sua fede primitiva. Per
l'uomo razionale Dio deve essere onnipotente e la prima forma
d'adorazione consiste nell'adattare la propria coscienza finita
all'infinità divina, proprio nel rispetto d'una legge morale. Gli
antichi dei sono troppo legati ai fenomeni naturali per non cadere ad uno ad
uno man mano che avanza la ragione, tant'è vero che in epoca classica la
fede tradizionale era in crisi.
Possiamo
considerare l'Iliade un testo arcaico, l'Odissea un'evoluzione più
moderna e le tragedie la vera e propria esplosione della crisi.
La
nostra cultura moderna tende spesso invece a ricostruire le figure a tutto
tondo, basta pensare all'Achille protagonista di Troy, ben lontano dalla
serenità olimpica dell'eroe omerico!
L'Iliade
può dunque essere considerata come esempio di testo abbastanza esteso da
permettere di identificare in esso le caratteristiche di narrazione
ricostruttiva di tipo arcaico. Il quesito relativo a questo testo è se da
esso possa emergere la concezione di un io analogico che occupa lo spazio
della mente dei personaggi. In realtà non sembra che in essi vi sia spazio
per l'introspezione o per l'uso dei ricordi personali. Le loro decisioni
sono sempre attribuite ad allucinazioni uditive definite "voci"
divine e considerate come provenienti dagli dèi.
Ma se l'Iliade diviene la Bibbia del mondo
classico, il linguaggio continua a permeare tutti i campi del sapere,
evolvendosi continuamente ed anche le voci degli dei si fanno sempre più
complesse e raffinate da un santuario all'altro, giungendo fino agli
albori del cristianesimo… ed anche oltre in qualche caso.
Una
delle più rilevanti testimonianze storiche dirette di voce divina udita nel
passato è la storia dell'egiziano Tamo, pilota di un mercantile,
raccontata da Plutarco nel famoso dialogo delfico intitolato Il tramonto degli oracoli (un testo importante, ignorato da Jaynes,
che mette in scena il tramonto del mondo pagano,
scandito da una realtà
nuova e sconcertante: il silenzio degli dei e degli oracoli).
Il pilota, nel mare Adriatico, aveva udito una forte voce che diceva
"Il grande dio Pan è morto" e la natura straordinaria
dell'esperienza lo portò a riferirla all'Imperatore Tiberio. Questa
voce udita all'inizio dell'era cristiana sembra candidarsi come voce che
chiude l'evo antico, anche se essa non rimase certo isolata. Molte
infiammate affermazioni di San Paolo, come quella relativa alla "follia
della Croce" sembrano infatti dettate da voci allucinatorie simili a
quelle di mistici, veggenti e santi che diventarono la guida per la nuova
religione dell'occidente.
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