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Nel ricordo di un grande lucano
RIFLESSIONE SULL'INTELLIGENZA
di Alberto Virgilio |
Nel prezioso libro
"Meditazioni dell'esilio" (Edizioni scientifiche italiane, Napoli
– 1947) lo statista e uomo politico lucano Francesco Saverio Nitti non esitò a intitolare così
uno dei capitoli "Il peso dell'intelligenza in tutta la mia vita".
Dopo un richiamo alla tesi sostenuta anche da Anatole France l'illustre autore scrive tra
l'altro: "Le maggiori difficoltà che ho incontrato nella mia vita,
nel mondo accademico da principio e poi in misura ben maggiore nella politica,
mi sono venute sempre dalla
fatale avversione dei
mediocri e degl'incapaci che
non mi hanno mai perdonato di
essere considerato uomo di talento".
Con questa affermazione,
improntata a grande schiettezza e sincerità, Nitti offre la spiegazione della gratuita contrarietà da lui
sofferta in ogni settore della sua attività, ponendo in risalto il fenomeno della spontanea attrazione che i mediocri
avvertono tra loro nel concepire una sorta di odio verso le persone di talento, il cui
successo – egli dice – è come
una giornata di sole che fa uscire tutte le vipere.
Sono parole forti, meritevoli della
più attenta riflessione perché
riguardano in definitiva il rapporto che nella società deve necessariamente instaurarsi tra le diverse esperienze individuali presenti e coinvolte
nella civile convivenza.
Le dichiarazioni del grande lucano possono anche essere ritenute prive del
requisito della modestia, ma contengono un nocciolo di verità dal quale
non si può prescindere nella
valutazione dei comportamenti umani di cui è intessuta la vita di
ciascuno e della stessa collettività.
Nitti fu senza dubbio dotato di grande ingegno e di immensa cultura,
qualità unanimemente riconosciute anche
all'estero.
Consapevole della sua superiorità, non seppe tuttavia nasconderla sotto
il manto dell'umiltà, tanto da suscitare nei suoi confronti non poche
invidie e ostilità.
I suoi contemporanei non seppero apprezzare compiutamente, come sovente è avvenuto nel corso della storia
per i personaggi di maggior rilievo, la statura eccezionale di un
uomo che fu costretto a intraprendere la via dell'esilio per sfuggire alle persecuzioni del fascismo e successivamente fu
anche internato in un campo di concentramento tedesco.
Egli pagò a così duro prezzo la fermezza delle sue idee e la
indisponibilità verso qualsiasi compromesso nella concezione della politica o nel campo dell'etica civile.
Per il complesso dei suoi meriti Nitti è stato uno dei più insigni figli della terra lucana, la cui personalità fu motivo di onore per
l'intera nazione. |
Tra le altre benemerenze gli va riconosciuta quella di essere stato
strenuo difensore del Sud , anche perché soleva dire che le più acute
intelligenze sono concentrate nelle popolazioni del Mezzogiorno d'Italia e della Grecia.
Sul concetto dell'intelligenza vera, cui fa riferimento il libro di
Nitti , si possono formulare molte definizioni, ma in definitiva mi sembra
accettabile l'opinione che
ne coglie l'essenza nel complesso delle facoltà
e dei processi ideativi che
permettono all'individuo l'adattamento ai compiti e alle esigenze
pratiche e teoriche della vita.
Le tipologie dell'intelligenza possono
avere aspetti differenti, ma sono in ogni caso accomunate da una speciale
attitudine alla percezione
della realtà attraverso
un'attività speculare fatta di intuizioni, deduzioni, meditazioni.
Si tratta di una dote molto rara, da non confondere (come invece
purtroppo non di rado avviene) con la semplice vivacità del temperamento
ovvero con la improntitudine e la verbosità che alcuni mostrano
nell'emettere giudizi superficiali, sotto cui spesso celano la propria
nullità concettuale.
La persona autenticamente intelligente non si trova quasi mai a suo agio in seno al contesto sociale
perché occupa una posizione di perenne esercizio dialettico, anche in forma polemica, con la imperante mentalità
comune.
Il contrasto frequentemente riscontrabile tra il buon senso e il senso comune fu evidenziato anche dal
Manzoni (Promessi sposi, XXXII) quando, a proposito della credenza popolare che la peste
fosse dovuta
all'opera degli untori, osservò appunto che il buon senso c'era, ma
se ne stava nascosto per
paura del senso comune.
Nel concludere questa disamina mi preme comunque di sottolineare che
l'intelligenza costituisce sicuramente
un privilegio ma non deve mai
trasformarsi in motivo di alterigia perché
tra le sue prerogative rientra anche quella di saper comprendere le
persone meno intelligenti o
addirittura non intelligenti, sopportandone i difetti, gli sgarbi, le
insufficienze e i sentimenti.
È un aspetto essenziale della bontà
quale requisito peculiare di ogni intelligenza.
Va infine tenuto conto che perfino chi sia in possesso del più alto
livello di intelligenza e
della più vasta cultura è sempre soggetto ai limiti di conoscenza imposti alla ragione umana, per cui anche a lui si
addice il rimbrotto di Dante (Paradiso,
XIX, vv.79-81 ): "Or tu chi sei, che vuoi sedere a scranna / Per
giudicar da lungi mille miglia / Con la veduta corta d'una spanna?" |