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per citare solo le più rovinose!
L'immagine tradizionale d'una Venezia gaudente ed irresponsabile che va incontro colpevolmente alla propria rovina va dunque un po' ridimensionata: quella del settecento è innanzitutto una potenza essenzialmente marittima che, respinta dall'avanzata turca più ancora che dalla concorrenza del mercato americano, cerca invano di "riconvertirsi" alla terraferma, ma trova tutti gli spazi vitali già occupati, il resto è in gran parte retorica!
Il patriziato e la borghesia intellettuale cittadina, s'erano da tempo volti fiduciosamente verso la Francia, che da un secolo abbondante era un'interlocutrice vivace e va rilevato che proprio l'architettura e la moda veneziana rappresentano un importante "trait d'union" tra il barocco del re Sole ed il successivo Rococò, basta pensare a palazzo Pisani a S. Polo, Morosini e Barbaro a S. Stefano, Mocenigo a San Stae (attualmente sede d'un centro per la storia del costume) e soprattutto del famosissimo Palazzo Grassi, nonché ai capolavori degli ebanisti veneziani in fatto d'arredo, primo fra tutti Andrea Brustolon ed ai virtuosismi dei maestri vetrai per quanto riguarda specchi e favolosi lampadari.
I maestri vetrai sono gli unici che siano riusciti a ricostruire la propria memoria storica nonostante la chiusura delle scuole ad opera di Napoleone e rappresentano tutt'oggi una forza attiva.
Venezia dunque è ancora una città vitale anche nel tragico settecento: non si è arresa allo straniero, come tutte le altre città italiane e non fa parte di un forte stato unitario ed accentratore, come la maggior parte dei centri urbani d'Europa, da questo forse deriva quell'atmosfera di libertà e di gaiezza che tutti i viaggiatori settecenteschi hanno notato.
Talvolta s'è voluta vedere una malizia ed un gusto per l'intrigo laddove c'erano soltanto delle strutture di potere cittadine di fatto più deboli di quelle monarchiche che i viaggiatori si lasciavano alle spalle.
La famiglia di Goldoni, sistemata nel palazzetto a San Polo 1794, che oggi è trasformato per l’appunto in museo del teatro, è particolarmente significativa di questo momento storico: suo padre è medico, ma la famiglia si trova in difficoltà finanziarie in seguito agli sperperi del nonno paterno e perciò contrariamente alle usanze dell’epoca, nessuno si scandalizza scoprendo che Carlo non ha nessuna
intenzione di
seguire le orme paterne. |

Carlo Goldoni
Aveva cinque anni quando il padre Giulio si trasferì a Roma, lasciandolo con la madre. Intrapresa la carriera di medico, il padre lo chiamò presso di sé, a Perugia. Si trasferì quindi a Rimini, per studiare filosofia, ma abbandonò lo studio, sia per nostalgia della madre, sia per seguire una compagnia di comici di Chioggia, manifestando così il precoce interesse per il teatro che avrebbe caratterizzato la sua inquieta esistenza. Ebbe così inizio un periodo piuttosto avventuroso della sua vita: seguendo prima il padre nel Friuli, poi riprendendo gli studi a Modena e soprattutto elaborando le prime opere comiche, ancora in forma dilettantesca (Feltro, Il buon padre e La cantatrice). Nel '23, assecondando il desiderio dei familiari, frequenta la facoltà di legge a Pavia, ma nel '25 ne viene espulso per aver scritto una satira contro le donne della città. Nel '28-'29 è impiegato presso il coadiutore del cancelliere criminale di Chioggia. Con l'improvvisa morte del padre (1731), si dovette prendere carico della famiglia. Tornato dunque a Venezia, tentò inizialmente di completare gli studi presso il collegio Ghislieri di Pavia: venne tuttavia espulso, a causa di alcuni versi poco encomiastici scritti per alcune fanciulle bene della città. Completò quindi gli studi a Padova, ed intraprese la carriera forense.
Nel '33 per sfuggire a un'avventata promessa di matrimonio, abbandona Venezia e trova occupazione a Milano presso l'ambasciatore veneziano, ma già nell’anno successivo 1734, incontrò a Verona il capocomico Giuseppe Imer e con lui tornò a Venezia dopo aver ottenuto l'incarico di scrivere testi per il teatro San Samuele, di proprietà Grimani. Seguendo a Genova la compagnia Imer, conobbe e sposò Nicoletta Conio. Con lei Goldoni tornò a Venezia. Nel 1738, Goldoni diede al teatro San Samuele la sua prima vera commedia il Momolo cortesan, con la parte del protagonista scritta. Segue la stesura della sua prima commedia interamente scritta, La donna di garbo (1742-43), si rende doverosa a questo punto una piccola digressione di carattere tecnico.
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