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La Giornata della Legalità. La Fidapa a Roma l’ha onorata così di Antonella Pagano |
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continua da pagina 26 in danno delle donne che i nostri telegiornali ci forniscono con cadenza pressoché quotidiana. D’altronde è bene ricordare che i reati di violenza sessuale hanno perso la connotazione di delitti contro l’onore solo in tempi assai recenti se si pensa che la legge di riforma, la n. 66 del 15.02.1996, che l’inclusione nei reati contro la persona, è di appena undici anni fa. Vorrei inoltre spendere alcune parole a riguardo della legge n. 7 del 9 gennaio 2006 afferente a “ disposizioni concernenti la prevenzione ed il divieto delle pratiche di mutilazioni genitale femminile” , adottata dal Parlamento Italiano per contrastare un’usanza praticata soprattutto nelle popolazioni africane e di religione pseudo- islamica in osservanza a dei dettami oscurantisti inculcati dalle tradizioni locali, fortemente maschiliste e pervase dalla concezione della donna quale mero strumento riproduttivo e forza lavoro, che nulla hanno a che fare con l’Islam. Gli interventi predisposti dalla predetta legge sono essenzialmente due: la prima un’azione di prevenzione, disponendo soprattutto a favore delle donne extracomunitarie campagne di informazione per allentare quei retaggi culturali che fanno si che queste mutilazioni siano spesso compiute su richiesta o per azione delle donne stesse, la seconda di carattere punitivo con l’ istituzione del reato di cui all’art. 583 bis di “pratiche di mutilazioni degli organi genitali femminili” tra cui la clitoridectomia, l’escissione e l’infibulazione e qualsiasi altra pratica che cagioni effetti delle stesso tipo, con la previsione della pena, in capo all’autore del delitto, della reclusione di anni da quattro a dodici anni. La norma, al fine di arginare facili elusioni mediante l’effettuazione di tali pratiche all’estero per non incorrere in violazioni delle legge italiana, prevede che le disposizioni di cui all’art. 583 bis si applichino anche quando il fatto è commesso all’estero da cittadino italiano o da straniero residente in Italia, ovvero in danno di cittadino italiano o di straniero residente in Italia. Fatto questo breve excursus, che non ha alcuna pretesa di essere esaustivo, in quanto tanti altri aspetti, per ragioni di tempo, non sono stati esaminati, si pongono alcune riflessioni circa il risultato raggiunto da questi interventi. Siamo entrati nel nuovo millennio, nell’era tecnologica, e ciononostante abbiano subito, a mò di contrappasso, una battuta d’arresto per quanto riguarda l’evoluzione della concezione personale che ognuno di noi ha sulla tutela dei diritti umani e delle libertà personali. La situazione è abbastanza allarmante:siamo nelle retrovie, alla pari con i paesi africani, in ambito internazionale, nella lista dei paesi che hanno il minor numero di donne parlamentari, (il nostro parlamento è composto per lo più del 80% da uomini), con un grave deficit di rappresentanza democratica: in questo caso mi sento di dire che il deficit democratico attiene non solo al genere (le donne) ma anche all’età, ovvero ai giovani; lo stesso avviene nelle aziende e società pubbliche e private, laddove i posti dirigenziali sono occupati per la maggioranza ancora da uomini, relegando le donne, pur se capaci e maggiormente istruite rispetto ai colleghi maschi, come lo dimostrano i dati Istat, a ruoli ancora secondari, oppure a parità di mansioni con un differenza salariale di circa il 20%. ed in alcuni casi anche del 30%, in danno delle lavoratrici. Siamo stati peraltro molto bravi a raggiungere contemporaneamente i due primati del più basso tasso europeo di donne occupate e di una natalità assestata ai livelli minimi rispetto agli standard europei, fenomeno contrastante che dimostra come il binomio “ donna relegata in casa” non sortisca l’effetto auspicato da qualcuno di fare più figli. Il fatto è che spesso le donne per ragioni economiche, vedi l’accesso tardivo al lavoro, la precarietà dell’attività lavorativa, decidono di non fare figli o di rimandarli ad un‘età sempre più avanzata in confronto alle colleghe europee, perciò ci si assesta, quando si decide di farlo, su un unico figlio. D’altro canto persiste ancora nel nostro retaggio culturale l’immagine della donna, quale l’unica deputata alla cura della famiglia, ivi compreso gli anziani, come comprova una recente indagine effettuata mi pare dal Corriere della Sera, proprio di questa settimana, che rileva come i congedi parentali istituiti con la legge n. 53 del 2000 siano stati disertati dagli uomini, vuoi per convinzioni personali (che la cura del figlio non sia di loro competenza), ma spesso per ragioni economiche perché stare via troppo tempo |
dall’occupazione lavorativa, se l’uomo ricopre funzioni dirigenziali, può costare il profilo professionale faticosamente raggiunto. Detto questo, che fare? In primo luogo occorre intervenire sul piano culturale in modo che la maternità non sia vissuta più come un fatto singolo bensì come una ricchezza sociale sul quale uno stato deve investire: risorse economiche e piani di formazione educativa sulle pari opportunità a partire già dalle scuole elementari. Le misure concrete da attuarsi sono banali, quali asili nido interaziendali ad orario pieno (non ridotto!), per garantire, alle madri che vogliono riprendere la propria attività lavorativa, di poterlo fare, prevedere incentivi economici a favore delle madri e dei padri che, dopo la nascita del figlio, sono costretti a mutare il rapporto di lavoro da indeterminato a part-time, riorganizzare l’azienda in modo da evitare turni estenuanti (non ho mai capito perché i dirigenti debbano finire il loro orario alle ore 20.00 di sera, dopo ben due o tre ore dalla fine del normale orario di lavoro: può succedere talvolta, ma l‘uso sistematico è sinonimo di cattiva organizzazione), anche di 12-13 ore che sembrano più ottemperare ad esigenze giustificatorie della mole di lavoro in rapporto alla elevata qualificazione della figura dirigenziale (risponde anche ad uno stereotipo cinematografico) che rispondere a reali necessità organizzative aziendali; sanzionare quei comportamenti discriminatori atti a convincere la donna in maternità ad abbandonare la propria attività oppure ad accettare incarichi ridimensionati, con pregiudizio della propria qualificazione professionale. continua a pagina 28 |