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Perché Tintoretto? Intervista ad Aurora Prestini
di Mary Falco

Foto aerea

La prima cosa che noto prendendo in mano il libro di Aurora Prestini è l'immagine in copertina, perché è una famosa allegoria di Tintoretto esposta a Palazzo Ducale. Uno dei pochi quadri fortunati che occupano ancora il posto per cui son stati commissionati. Si tratta di "Arianna, Venere e Bacco" descritta tanto bene da Ridolfi nel 1643: "… vedesi Arianna, ritrovata da Bacco sul lido, coronata da Venere d'aurea corona, dichiarandola libera e aggregandola delle celesti immagini: che vuol dimostrare Venetia, nata in una spiaggia di mare resa abbondevole non solo d'ogni bene terreno, ma coronata con corona di libertà" una visione cosmologica dunque della nascita di Venezia ed anche un'allusione alle nozze fra Venezia stessa ed il mare, anche se i pampini che coronano Bacco fan pensare più all'autunno che al periodo in cui la città celebra le sue nozze, la "festa della Sensa" che coincide con l'Ascensione ed era effettivamente il periodo in cui si riprendeva ufficialmente il mare dopo la pausa invernale.
Quando però scorro la presentazione del libro resto un po' sconcertata, perché di Tintoretto e tutto ciò che il suo quadro rappresenta non v'è più traccia: "Anno 1099 d.C. I Cristiani sono alle porte di Gerusalemme …" recita infatti la quarta di copertina. Difficile immaginare una situazione più lontana dall'allegoria di Tintoretto!
 Aurora ride del mio imbarazzo: - Non ho scritto io la presentazione! - mi spiega – evidentemente l'editore ha voluto creare un presente storico per immergere il lettore nell'azione. E l'episodio d'Astarte, che appunto si ambienta a quell'epoca, prende le mosse da Gerusalemme assediata … ma di lì a poche pagine la protagonista troverà rifugio a Venezia e le nozze a cui allude il dipinto saranno celebrate! Non ti racconto i dettagli per non svelare la trama. –
- In ogni caso – insisto io – siamo qualche secolo in anticipo rispetto al dipinto, che è del 1576, come leggo sempre in quella quarta di copertina … o anche quello ti è stato imposto dall'editore?. –
Aurora ride di nuovo: - No, no, - mi rassicura - Tintoretto l'ho scelto io, perché era "l'enfant terrible" della pittura veneziana e ritengo che sia forse il primo pittore "moderno" della città … anche se questo aggettivo è talmente usurato da perdere significato. A proposito, si chiamava Jacopo Robusti, lo avevano soprannominato così perché era figlio di un tintore ed inoltre pare fosse piccolo di statura e vivacissimo.
Dipingeva tutto in metà tempo, come durante la famosa gara d'appalto per la Scuola di San Rocco, quando mentre gli altri preparavano i progetti riuscì a realizzare ed a sistemare in loco la prima tela, aggiudicandosi così la vittoria! –
- Se non sbaglio era il 31 maggio 1564 … qualche anno prima delle allegorie a Palazzo Ducale … -

- Sì, certo, ma nel tempo non perse nulla della vivacità iniziale, così quando mi han chiesto un'immagine ho pensato a lui.
Volevo un pittore veneziano per illustrare la storia, ma negli anni in cui si svolge la vicenda si usavano ancora affreschi e mosaici di stampo bizantino … -
- Come quelli che terrorizzano la povera Astarte quando comincia a frequentare la chiesa! - La interrompo cominciando a leggere il libro a pag. 52:
"Ai vespri però non andava.
Man mano che il giorno avanzava, riempiendo di luce anche le navate silenziose della chiesa, le figure dipinte andavano animandosi, soprattutto la sera, quando il sole arrossava l'oro dello sfondo, facendole risaltare scure e cupe; idoli muti perennemente accigliati. La domenica bisognava farsi forza... e d'altra parte, al mattino, il sole non era radente, ma dalle altre funzioni per fortuna era stata esonerata." Questa è una descrizione degli affreschi di Torcello così come possiamo vederli oggi! – osservo soddisfatta.
- Si certo, - conviene Aurora – la cattedrale almeno è rimasta quella d'allora, anche se non si può dire lo stesso di tutta l'isola.
Nella casa dove è vissuta Astarte adesso hanno costruito un ristorante e lo splendido pioppeto di allora, come i campi coltivati e le praterie dove effettivamente si allevavano i cavalli, li ho solo immaginati, leggendo i libri di storia. -
- Eppure sembra tutto così reale … -
- Lo è; o almeno nell'XI secolo Torcello era così, ma ora da tempo nessuno più ci vive stabilmente e perciò il paesaggio s'è modificato. Anche i famosi "idoli" a parte gli affreschi della cattedrale, non sono più visibili, ma per questo non ho dovuto forzare più di tanto la mente, perché Venezia ne è piena! -
Questa volta rido io: - Ti riferisci al risveglio di Astarte dopo il suo arrivo nell'isola – osservo e comincio a leggere da pag. 43: … "Era stato allora che si era accorta degli idoli.
Ne tenevano dappertutto. Teste d'animali sconosciuti, forse inesistenti come draghi e leoni alati, erano scolpite nel marmo sul pozzo, circondate da fitti intrecci di croci e fiori.
Le stesse figure comparivano dipinte allegramente di giallo e di verde sulle stoviglie di terracotta, incise nell'argento del vasellame e nei manici di corno dei coltelli e dei pettini o modellate su formelle bianche che ornavano i muri esterni delle case, mentre all'interno erano appese zampe di cinghiale e corna di cervo.
Donne sedute con bambini in braccio erano dipinte agli angoli delle strade, e davanti a loro ardeva giorno e notte un fanale, atto ad illuminare la via; figure umane, talvolta alate, si affacciavano procaci dai cassettoni d'avorio, sugli schienali delle sedie e dalle zampe degli sgabelli.
Alle pareti erano appesi tessuti ricamati, che raccontavano intere storie e le stesse immagini, realizzate in mosaico, scintillavano d'oro sui muri delle case di preghiera.
Ma la più spaventosa di tutte era la grande madre, che la padrona si teneva in camera da letto.

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