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Monet. Il tempo delle ninfee
dal 30 aprile al 27 settembre al Palazzo Reale di Milano
di Riccardo Moretti

Wisteria Flower Kameido Tokio
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Dal 30 aprile al 27 settembre a Palazzo Reale è aperta una nuova mostra da grandi numeri assicurati: "Monet. Il tempo delle ninfee". Grazie al più grande prestito mai concesso all'estero dal Museo Marmottan Monet, si possono ammirare venti grandi tele che Monet ha dedicato allo studio del suo giardino di Giverny nell'ultima stagione della sua vita e della sua ricerca artistica. Venti tele dipinte tra il 1887 e il 1923, dedicate al suo amato giardino, progetto di una vita: nel 1890 infatti Claude Monet, a cinquan'anni, acquista la casa e il giardino di Giverny, a nord di Parigi, lungo la Senna. Accanto al giardino francese, con i fiori piantati in un primo tempo, costruirà un giardino acquatico e, in uno stagno, circondato da felci, salici, rododendri e azalee, metterà a dimora le più diverse specie di ninfee: è il suo giardino giapponese, oggi il più visitato al mondo. Quegli anni, dall'ultimo decennio dell'Ottocento al 1926, anno della sua morte, saranno per Monet "il tempo delle ninfee", il momento a cui è interamente dedicata l'esposizione, che sarà allestita nelle sale nobili di Palazzo Reale. In mostra, oltre alle opere di Monet, immagini fotografiche coeve del giardino e, a rotazione, stampe di Hokusai e Hiroshige provenienti dal Museo Guimet di Parigi, a testimonianza del forte richiamo all'arte giapponese che ebbe un ruolo determinante nell'ultima stagione della vita del maestro impressionista. Dunque Monet, ma non solo. Il pittore era nato a Parigi nel 1840, in rue Laffitte 45-47 secondo figlio di Claude Auguste, proprietario di una drogheria e di Louise Justine Aubry. Cominciò a quindici anni a disegnare, con matita e carboncino, ed a vendere caricature, alla buona somma di 10 o 20 franchi l'una, di personaggi della città, acquistando una certa fama e un discreto gruzzolo. Nel 1854 studia disegno con Jacques François Ochard, insegnante nella scuola frequentata da Monet e allievo di David, e conosce il pittore Eugène Boudin, il suo vero, primo maestro, che gli insegna come ogni cosa dipinta sul posto abbia sempre una forza, un potere, una vivacità di tocco che non si ritrovano più all'interno dello studio; lo indirizza così alla pittura del paesaggio en plein air; con lui, espone a Rouen la sua prima tela, Veduta di Rouelles. Monet attribuirà a Boudin la propria vocazione artistica, affermando che "con instancabile gentilezza, intraprese la sua opera di insegnamento. I miei occhi finalmente si aprirono e compresi veramente la natura; imparai al tempo stesso ad amarla. L'analizzai con una matita nelle sue forme, la studiai nelle sue colorazioni. Sei mesi dopo [...] annunciai a mio padre che desideravo diventare un pittore". Effettivamente è sempre stato considerato il "padre" degli impressionisti, colui che con il suo quadro "Impression, soleil levant" dette, suo malgrado, il nome al movimento, addossandosi il peso della satira dei giornalisti benpensanti. E fu anche l'artista che, in vita, ottenne il massimo riconoscimento dallo Stato francese, che costruì il padiglione dell'Orangerie per accogliere le sue Ninfee, da lui donate nel 1918, in segno di pace, alla Francia. In realtà fu un uomo laconico, burbero, sprezzante delle teorie sull'arte, un artista molto più complesso e contradditorio di quanto volle apparire ai suoi contemporanei ed anche ai posteri.
Il concetto di "impression" non è, per Claude Monet, una sorta di nuova teoria dell'arte, ma intende esprimere piuttosto la fenomenologia di un mondo in continuo movimento, un flusso continuo in cui il

Monet

Les Apaganthes 1914 - 1917
Les Apaganthes 1914 - 1917

pittore è immerso e che riesce a cogliere soltanto sotto forma di impressione o di percezione. Queste "immagini del mondo fluttuante" non hanno nulla a che vedere con il concetto occidentale e rinascimentale di paesaggio, in cui una natura statica, che dalla metà dell'Ottocento dovrà divenire anche "fotografabile", è raffigurata come una sorta di "contorno" necessario alla presenza umana. La natura di Monet è, infatti, in continua evoluzione, in una sorta di risonanza cosmica che tutto abbraccia nel fluire naturale del mondo. Qualcosa che si avvicina molto alla concezione moderna della natura e che a tratti assume un modo di descriverla che oggi chiameremmo informale. Eppure Monet trasse questa visione così moderna del fluire degli elementi naturali da una delle più antiche culture figurative, quella giapponese. Lo stesso uomo, che non amava i musei (e visitando, con Renoir, il Louvre si annoiò a morte), fu però, tra i pittori suoi contemporanei, il maggiore collezionista di stampe giapponesi, colui che, dopo avere inventato la pittura en plein air, decise di costruire quel giardino di Giverny che sarebbe diventato, negli anni, la "sua" unica natura. L'intento della mostra era di provare a mettere insieme diversi aspetti (mai presentati in Europa) della "leggenda" di Monet e il Giappone, a partire dalla sua passione – condivisa con la maggior parte degli artisti contemporanei – per le stampe giapponesi, che egli collezionò da quando aveva sedici anni, fino alla volontà pervicace, nella seconda metà della sua vita – a onta di tutti i problemi e le difficoltà postigli dalla burocrazia e dal malvolere dei vicini – di costruire nella sua casa di Giverny un vero giardino giapponese. Eppure, Monet, si è rivelato ben presto uomo troppo contraddittorio e complesso per poter essere definito dai tratti di una "storia" semplice. A cominciare dal suo rapporto con l'Impressionismo, movimento di cui fu cofondatore e sostenitore, senza mai lasciarsi trascinare da una qualsivoglia ideologia a deviare dalla sua continua ricerca visiva e dalle conseguenti trasformazioni del suo modo di dipingere. Finché si giunse, caso unico nella storia dell'arte, alla pubblicazione del necrologio di Monet, comparso su "Le Gaulois" del 24 gennaio 1880, a firma di tutto il gruppo degli impressionisti, tra cui Degas, Mary Cassatt, Caillebotte, Pissarro, ecc. Esso recita: «La scuola impressionista ha l'onore di farvi partecipi della perdita dolorosa da essa subìta in conseguenza della scomparsa di M. Claude Monet, uno dei suoi maestri venerati. I funerali di M. Claude Monet verranno celebrati il primo maggio prossimo alle dieci del mattino… alla chiesa del Palazzo dell'Industria. Vi invitiamo a non assistervi. De Profundis!» e segnò la definitiva frattura con il gruppo degli ex compagni di strada. Il suo rapporto con i mercanti fu ambiguo e contraddittorio, fatto di continue richieste di prestito, per pagare l'affitto o per poter curare la moglie malata, ma anche di grandi generosità. Pur trovandosi nelle peggiori condizioni finanziarie egli non reagì, per esempio, quando venne a sapere che Paul Durand-Ruel, in seguito a uno dei suoi ripetuti fallimenti, aveva portato una gran parte dei suoi quadri, senza pagarli, negli Stati Uniti, per fare fronte ai suoi debiti.. Con Hoschedé invece, che aveva conosciuto come ricco collezionista e commerciante di articoli di lusso, e che solo dopo, in seguito al fallimento della sua attività commerciale era divenuto mercante delle sue opere, il rapporto fu tale da indurlo a ospitare, nella prima casa di Giverny, che Monet aveva affittato vicino agli Hoschedé, la moglie e i figli del mercante, che nel frattempo era scappato per sfuggire ai debitori. Eppure, quest'uomo che viene descritto come un tipo forse troppo semplice, burbero e laconico in città, molto più a suo agio in campagna, non ebbe alcuna esitazione ad accollarsi l'intera famiglia del mercante e poi, nonostante l'esecrazione generale, a sposarne, una volta divenuto vedovo, la moglie.

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