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Monet. Il tempo delle ninfee |
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continua da pagina 14
Anche
per quanto riguarda il suo amore per il Giappone il suo atteggiamento
fu complesso. Nel 1875, dopo che il suo quadro Camille in abito verde
venne fortemente criticato al Salon in cui era stato esposto, egli
dipinse il suo unico, vero quadro "giapponesizzante", intitolato, per l'appunto
La Japonaise in cui ritrasse la moglie vestita di uno splendido kimono
e acconciata con una bizzarra parrucca gialla. Eppure, quarant'anni
dopo, quando il mercante Bernheim gli riferì con rispetto il prezzo
esorbitante che l'opera aveva realizzato nell'ultima vendita (150.000
franchi) egli liquidò l'argomento dicendo che quel quadro era una «vera
schifezza» dipinta più che altro per provare ai contemporanei la sua
capacità di rendere la luce e la bellezza dei ricami del kimono. Monet
si considerò e si descrisse per tutta la vita come un nomade, sempre
in viaggio tra Londra e Bordighera, la Normandia e la Norvegia e infine
Venezia, alla ricerca della luce che meglio potesse soddisfare il suo
pennello esigente. Eppure trascorse l'ultima metà della sua vita a Giverny,
ideando, costruendo, coltivando quel giardino che diverrà il più visitato
al mondo. Là egli si rinchiuse sino alla fine della sua vita, nonostante
i rivolgimenti mondiali che la politica e le guerre gli andavano tessendo
intorno. Fu anche accusato, da artisti politicamente più impegnati,
di disinteressarsi del mondo a lui circostante, eppure fu lui, per tutto
il periodo della Grande Guerra, a rifornire di frutta e verdure provenienti
dal suo giardino i vicini ospedali dei soldati feriti. Monet è, e rimase,
prima di tutto e con tutto se stesso, un pittore. Il giardino che costruì
a Giverny divenne un luogo di cui tutti parlavano e che tutti cercavano
di vedere, anche soltanto da fuori, e che lo stesso Marcel Proust descrisse
in modo quasi letterale nel primo volume della sua Recherche. Persino
nei primi anni e quando ancora continuava a viaggiare, egli non dimenticò
mai di essere anche un giardiniere che, da lontano, controllava, verificava,
indicava ciò che doveva essere fatto e piantato nel suo giardino. Strane
antinomie, queste, per un pittore da sempre considerato solo "un occhio"
secondo l'impietosa definizione di Cézanne. Un pittore che non teorizzò
mai nulla, limitandosi a guardare, con quell'inimitabile occhio, il
succedersi delle luci e dei colori della natura che egli stesso si era
costruito attorno. Eppure, a furia di voler vedere e solo vedere, di
ricostruire nella natura "privata" del suo giardino, bordure, cascate,
sentieri di colori imprevisti, si trovò, quasi suo malgrado, a compiere
un'altra delle sue grandi rivoluzioni trasportando nei suoi atelier
(fatti costruire appositamente per la necessità di ospitare pannelli
di grandezze e dimensioni spropositati) quella natura en plein air che
aveva dipinto in giardino, segnando, di fatto, la messa in crisi della
pittura su cavalletto. Al punto che, nel lungo carteggio che intrattenne
per decenni, con l'amico Georges Clemenceau, l'intellettuale e filosofo,
l'uomo politico che si era battuto per Dreyfus, il capo del governo
francese e poi ministro della guerra durante la prima guerra mondiale,
quando si trattò di parlare delle cateratte di Monet, della sua ritrosia
a operarsi, dei rischi (e del buon esito, infine) dell'operazione, lo
stesso Clemenceau non esiterà a rassicurarlo, dicendo profeticamente
che, in fondo, per lui l'atto fisico del vedere non era più così importante
dal momento che tutta la luce e i colori di quella natura lussureggiante
che egli si era costruito negli anni, Monet li aveva già introiettati
dentro di sé. E fu lo stesso Clemenceau a sostenerlo e a collaborare
con lui nella titanica e apparentemente assurda impresa di cimentarsi
a ottant'anni nell'estrema sfida di rappresentare il suo giardino d'acqua,
come se lo si potesse vedere dal bel mezzo del lago, dipingendo i
novanta metri lineari dei ventidue pannelli dell'Orangerie.
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dopo la sua morte), aveva riconosciuto nelle stampe giapponesi una capacità originale nell'uso del colore ma, soprattutto, una visione panteista della natura, che tutti ci circonda e tutti ci comprende. In qualche modo il Giappone era stato, cioè, per Monet, quello che l'Africa sarebbe stata per Picasso e l'Oriente per Matisse, una sorta di "scusa", o di controprova, che era possibile superare il mondo antropocentrico e mimetico della cultura rinascimentale, per guardare alla natura con occhi diversi. Dal momento di questa scoperta in poi, Monet dipinse quasi esclusivamente paesaggi, sprofondando sempre di più nell'immagine che soltanto la sua retina era in grado di scorgere. E qui si giunse, a mio parere, a uno di quei cortocircuiti che a volte i grandi artisti sanno provocare. La passione per il Giappone spinse Monet a guardare con occhi diversi, non più da semplice "impressionista", la natura com'era, ma lo indusse anche a creare una natura adatta al suo sguardo, un magnifico esempio vivente di giardino giapponese. D'altra parte, invece, il lavoro nel giardino gli fece scoprire la sua anima di giardiniere, che piantava i fiori e le ninfee al solo scopo di poterle ammirare. Eppure, una volta realizzato, fu il giardino stesso a divenire la natura di cui Monet aveva bisogno fino a trasformare la sua anima e rendere il suo occhio ancora più acuto e sensibile a ciò che avveniva oltre l'apparenza, spingendolo a ritrovare, nello specchio della natura, una più ampia e più profonda verità "ulteriore". E fu così che il suo giardino d'acqua, le sue ninfee, persero i loro connotati di elementi materiali e legati a una tradizione culturale, per divenire icone di un pensiero che andava al di là del cavalletto, al di là del dipinto, al di là del pur grande salone dell'Orangerie, per divenire un enigma di per se stesse, uno dei punti di partenza di quello che sarà il grande filone dell'esperienza astrattista del Novecento. Questa mostra narra la vicenda di un pittore che forse non si era chiesto fino a che punto stesse dilatando gli spazi del mondo dell'arte (e Clemenceau fu il solo a intuirlo da subito). La sua pittura è nata anche dalla scoperta del Giappone, ma ha avuto la sua apoteosi nella serie, ormai per nulla più giapponesizzante, delle Ninfee. È una mostra che, proprio per questo, abbiamo scelto di distendere nello spazio à rebours. Partendo cioè dagli stupefacenti, e a volte sconcertanti, pannelli degli ultimi anni incentrati sulle Ninfee, per poi andarne a ricercare le origini nella straordinaria serie di 53 stampe di grandi maestri giapponesi, Hokusai e Hiroshige (che purtroppo, per motivi di conservazione, saranno divise in due gruppi non potendo mai essere esposte per più di sessanta giorni alla volta), e ritrovarne le tracce in una serie emozionante di ponti giapponesi e di grandi dipinti di fiori tra cui quei famosissimi "glicini" di tre metri di lunghezza, che si possono ammirare talvolta, quando sono esposti, solo al Musée Marmottan di Parigi. Infine, una preziosa raccolta di fotografie giapponesi dell'Ottocento – realizzate da Felice Beato e da alcuni dei maggiori fotografi dell'epoca, e poi dipinte a mano – testimonierà di un'altra piccola storia nella storia. Di come erano, nella realtà, i giardini giapponesi contemporanei e di come, per quel meraviglioso gioco delle parti costruito dalla vita, le loro immagini si rincorrano senza che sia più possibile distinguere all'intelletto, se è la fotografia che copia la stampa, o questa la realtà; o se forse, ambedue, sono solo prove di luci e di colori in attesa di essere scoperte dall'occhio magico di Monet. Orari da martedì a domenica, dalle 9.30 alle 19.30 lunedì, dalle 14.30 alle 19.30 giovedì, dalle 9.30 alle 22.30 la biglietteria chiude un'ora prima Biglietti Euro 9 intero Euro 7,50 ridotto per gruppi di almeno 15 persone, minori di 18 e maggiori di 65 anni, studenti fino a 26 anni, portatori di handicap, forze dell'ordine non in servizio, insegnanti, titolari di coupon e convenzioni, possessori di CartaViaggio Trenitalia e del biglietto ferroviario Eurostar AV Italia con destinazione Milano (valido entro 4 giorni dall'emissione), possessori Cartapiù Feltrinelli (con accompagnatore) e dipendenti Feltrinelli, possessori biglietto ingresso Orticola (valido solo nei giorni 8-9-10 maggio 2009) Euro 4,50 ridotto speciale per gruppi scolastici di ogni ordine e grado, abbonati annuali e dipendenti ATM Gratuito per minori di 6 anni, un accompagnatore per ogni gruppo, due accompagnatori per ogni gruppo scolastico, un accompagnatore per disabile, funzionari della Soprintendenza per i Beni Architettonici, giornalisti, soci ICOM Prenotazione Euro 1,50 individuale Riccardo Moretti.
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