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ANTONIO CERVINO OLTRE IL TEMPO
Terza Edizione cartacea
riprodotta on line


PRESENTAZIONE DELLA 1^ EDIZIONE DI “OLTRE IL TEMPO” ALL’UNITRE DI Basilicata – 25.01.2000

Il 17 u.s. mi telefonava a Policoro il caro amico e stimatissimo notaio dott. Mimmo Zotta dicendomi che il dott. Aprea, atteso il mio vivo desiderio, lo pregava di presentare il lavoretto dal titolo “Oltre il tempo”. Il notaio mi diceva: “Caro Don Antonio io non sono un uomo di lettere, pur tuttavia farò la presentazione”.
Ascoltando ora la forbita relazione dicevo fra me…- è questo perché non è uomo di lettere, immaginasi un po’ se si mettesse a scrivere non solo volontà testamentaria, atti societari, donazioni e transazioni varie! E’ proprio vero quanto scritto nel libro dei Proverbi: “ Pietra preziosa è la modestia, è un dono per chi l’ha, dovunque si rivolge ottiene tutto”.
    A voi tutti, signore e signori, tanti, ma tanti auguri d’ogni bene e felicità per la vita e in particolar modo in quest’anno giubilare.
    Nella prefazione del mio primo lavoro dal titolo: “ Senectutis Solarium”, fra l’altro scrissi:.. “Amerei pensare che il lettore di questi versi, ritmati e non rimati, non mi ritenesse un poeta…non ho pretese d’arte, non è proprio il caso.
Mi ritengo un giullare che girando osserva, annota e canta dove e quando ne ha voglia”. La vera poesia, quella lirica, epica o drammatica, è tutt’altra cosa se confrontata con la mia. Se Montale scriveva: “ Dicevano gli antichi che la poesia è scala a Dio. Forse non è così se mi leggi”…, Figurarsi se si leggono i miei versi!
    La poesia per definizione è quella parte della letteratura caratterizzata da una forma chiusa, legata da una forma metrica (che si contrappone alla prosa, che ha forma aperta senza norme ritmiche).
    La prima è sorretta da una serie di moduli retorici miranti allo scopo di rendere più nobile e più alto il linguaggio del testo, in questo si distingue nettamente da quello della prosa e dalla parola comune, onde giungere ad uno stile particolarmente elevato che abbia i caratteri della soggettività musicale, della forza evocativa, della creatività fantastica, della intensità patetica e della ricchezza del pensiero.
    La mia è una poesia che non ha rilevanti caratteristiche letterarie, ne ha creatività di pensiero tale che porti alla scoperta di cose nuove, ma ha , forse, al suo attivo la semplicità del linguaggio e la scelta ritmica delle parole adatte a renderne scorrevole e quasi musicale la lettura e far sì che il lettore comprenda, con parole facili, quei concetti religiosi e morali che talvolta, ad alcuni, sembrano misteri, o argomenti prettamente ecclesiali, lontani dalla comune quotidianità. Oggi, giustamente, si tende a non fare più distinzione fra prosa e poesia: nella buona prosa vi è poesia, mentre nella poesia parolaia, incapace di dare nutrimento al lettore, vi è una poesia fallita comunemente chiamata “ poesia prosaica”.
    Giovanni Gentile scriveva: “ ….E’ stato dimostrato che l’essenza della buona poesia è nella lirica che è nel fondo stesso del dramma della vita, in cui il mondo rappresentato è sempre il mondo visto con certi occhi e con una certa commozione del poeta, la cui potenza apparisce appunto nell’energia con cui egli sa infondere al suo mondo la vibrazione dell’animo suo.
Ma unificate così le varie forme della poesia… non era possibile non fare un passo più avanti e non riconoscere che non c’è modo di concepire comunque un oggetto qualsiasi, senza che in esso non intervenga quel modo singolare di essere che è proprio del soggetto nell’atto vivente del suo riversarsi in quel concetto; e che pertanto lirica non è soltanto ogni poema , ma ogni discorso.
    Leggendo passi celebri della così detta “Prosa” dobbiamo pur convenire che si supera di molto la poesia.
Un po’ tutti ricordiamo i celebri passi manzoniani dei capitoli VIII e XXXIV dei Promessi Sposi. “ Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo, cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto dei suoi più familiari; torrenti dei quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; addio ecc. E come non ricordare quel passo strappalacrime “ Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci…   A conferma di quanto detto dal Gentile basta osservare con attenzione ed ascoltare la musicalità nel parlare comune della nostra gente, nella gioia, nel dolore, nel lavoro, nella vita dei campi, nella preghiera, nelle manifestazioni religiose, nel canto delle nenie, nel pianto funebre come nei detti e proverbi popolari: la lirica quindi non è solamente nella poesia ma anche nel sapiente linguaggio parlato da tutti noi. Nello scenario incomparabile della vita siamo tutti attori e ognuno di noi recita la sua parte o suona lo spartito che gli è stato assegnato: tutti insieme formiamo l’armonia dell’universo.
Mi accorgo di essere stato un po’ patetico e retorico! Voglio chiudere, a proposito di poeti, con un brano dei Promessi Sposi.
La scena è ambientata nell’albergo della Luna Piena, dopo che Renzo aveva arringato in Piazza del Duomo. “ …Renzo, dice il Manzoni, ringraziò la guida e tutti quegli altri che avevan prese le sue parti.- Bravi amici!- disse: - ora vedo proprio che i galantuomini si danno la mano e si sostengono.
Poi spianando la destra per aria sopra la tavola, e mettendosi di nuovo in attitudine di predicatore, - gran cosa, - esclamò- che tutti quelli che regolano il mondo, voglion fare entrare per tutto carta, penna e calamaio! Sempre la penna per aria! Grande smania che hanno quei signori d’adoprar la penna! – Ehi, quel galantuomo di campagna! volete saperne la ragione? – disse ridendo uno di quei giocatori, che vinceva.- Sentiamo un poco, - rispose Renzo. La ragione è questa disse colui: - che quei signori son loro che mangian l’oche, e si trovan lì tante penne, tante penne che qualcosa bisogna che ne facciano.
Tutti si misero a ridere fuorché il compagno che perdeva.- Tò, disse Renzo: - è un poeta costui.Ce n’è anche qui de’poeti: già ne nasce per tutto.
N’ho una vena anch’io, e qualche volta ne dico delle curiose…ma quando le cose vanno bene. Per capire questa baggianata del povero Renzo, prosegue il Manzoni, bisogna sapere che, presso il volgo di Milano,e del contado ancora più, poeta non significa già, come è per tutti i galantuomini, un sacro ingegno, un abitator di Pinto, un allievo delle Muse; vuol dire un cervello bizzarro un po’ balzano, che , nei discorsi e nei fatti, abbia più dell’arguto e del singolare che del ragionevole.
Tanto quel guastamestieri del volgo e ardito a manomettere le parole, e a far dire loro le cose più lontane dal loro legittimo significato! Perché, vi domando io, cosa ci ha a che fare poeta con un cervello balzano?- La ragione giusta la dirò io- soggiunse Renzo: - e perché la penna la tengon loro: e così , le parole che dicon loro, volan via, e spariscono; le parole che dice un povero figliuolo, stanno attenti bene, e presto presto le infilzan per aria, con quella penna, e te le inchiodan sulla carta, per servirsene a tempo e luogo”. Amo sperare che il paziente lettore di questo volumetto di posie non mi liquidi annoverandomi fra i bizzarri poeti di manzoniana memoria.
    A tutti grazie.

 

La seconda edizione del libro di Don Antonio Cervino, cancelliere della Curia
TRA SOGNO E REALTA’ SI CELEBRA IL PATRONO DELLA BASILICATA SAN GERARDO MAIELLA IN 42 CAPITOLI

L’autore, cancelliere della Curia Metropolitana di Potenza- Marsico- Muro Lucano, ha avuto buona fortuna con la precedente pubblicazione sul santo di Muro Lucano, tanto che s’è resa necessaria una ristampa, e per l’occasione la rilettura dell’opera che risulta leggermente ritoccata, qua e là, e quindi redatta in seconda stesura. Il testo è confortato da ben 27riproduzioni fotografiche e pittoriche a colori, inframezzate nei 42 capitoli in versione originale di endecasillabi sciolti, una vera novità nel campo dell’agiografia; oltre le due immagini di copertina che riproduce il santo con la mappa geografica della Basilicata ed il santuario sorto in suo onore a Materdomini in provincia di Avellino. Il testo riporta altresì il decreto pontificio dell’elevazione del Maiella a patrono della Provincia ecclesiastica regionale della Lucania. Narrare in poesia la vita di un personaggio non è cosa semplice. Bisogna evitare di cadere in lodi sperticate e pertanto gratuite, quindi poco sincere.E’ quanto il Cervino ha lodevolmente compiuto, astenendosi da quella lode spontanea, ma talora superflua, che fa di un servo di Dio un soggetto speciale destinato a destare ammirazione più che riflessione. E su questa linea si svolgono una dopo l’altra le pagine, tutte intessute di quel crisma di sincerità e soprattutto attualità. Per cui le azioni esemplari di san Gerardo non sono riportate come carismi personali di dote straordinaria, bensì quali mezzi ed occasioni d’oro per riportare il prossimo a Dio, del quale il suo animo era pieno e traboccante. Alcuni aspetti della sua vita risultano pertanto più vicini alla moderna psicologia dell’uomo d’oggi. Titoli significativi introducono quali chiave opportune ad annunziare Dio che bussa alla porte dell’anima intabarrata da mille problemi. Gli anni, le stagioni, le ore, sono i tempi di Dio lungo l’arco esistenziale dei giorni volti alla vita per superare i grigiori lucidi di costumi sbagliati. Un’analisi completa si stende negli insegnamenti morali derivanti dagli atti e dalle vicende dei suoi brevi anni. La virtù della povertà invita a viverla integralmente nello spirito della beatitudine evangelica. Il rispetto per le istituzioni e la società invita ad essere cittadini degni del nome cristiano da onorare in qualunque condizione di vita è dato inserirsi. La scelta religiosa è pure esempio di risposta al piano di Dio insito nella stessa creazione sin dal momento della nascita. Le prove, i sacrifici affrontati, le privazioni, le sofferenze, i dolori, le gioie, le conquiste migliori dello spirito, cosa sono se non invito agli uomini di oggi a rispondere alla volontà di Dio, ognuno nelle situazioni in cui la Provvidenza s’è degnata di riporre presente e futuro delle creature? Una buona, utile, proficua rassegna dunque di qualità e doti altamente presenti nell’animo macellano, ma pur necessari, oggi in modo particolare, negli attuali frangenti spirituali, in modo particolare della famiglia contemporanea, piuttosto anemica, priva di quegli stimoli che neppure la scuola ed altre componenti sociali finora han dimostrato di esercitare a pro della sana antropologia e della cultura religiosa contemporanea.
                             Aldo Viviano

Recensione pubblicata dal quotidiano “Lucania”
del 03.11.2002 LA LIRICA SPIRITUALE DI MONS- ANTONIO CERVINO, CANCELLIERE DI CURIA POTENZA, TRILOGIA SUL PATRONO DELLA LUCANIA SULLA MORALE SOCIALE E STADI ESISTENZIALI

Favorevole eco di successo sta riscuotendo la lirica spirituale di Mons. Antonio Cervino cancelliere di curia a arcivescovile metropolitana della diocesi di Potenza- Muro Lucano- Marsico. Su questo autore che già larghi consensi ha riscosso nella collaborazione giornalistica di “Basilicata sette” sul quotidiano “ Avvenire”, è d’obbligo ritornare per la qualità del suo verso, ma soprattutto per la natura dei temi squisitamente interiori. Trasponendo il pensiero del bucolico-georgico pagano e precristiano agli aspetti del tutto nuovi, perenni, completi della letteratura biblico- evangelica, possiamo chiamare il Virgilio dei giorni nostri. Delicato e sensibile nel riporto delle grandi conquiste umane, offre ai lettori la pubblicazione d’una trilogia di opere incentrate sul patrono della Lucania San Gerardo Macella di Muro Lucano, sulla morale sociale, sui vari stadi esistenziali della persona a confronto con la realtà circostante vicina o lontana che sia. Dal primo s’è scritto e parlato molto; però riportare la sua vita in versi, dalla nascita alla morte, non è impresa facile. La prosa, si sa, lascia il tempo che trova, e relega subito il libro o in biblioteca oppure nel cassetto. L’opera in versi è di altro stampo: è suscettibile di consegnare alla memoria parole ed immagini, specie se arricchite da rima o comunque accostate tra di loro in un immaginifico di osservazioni destinate a colorire la figura del santo, anziché renderla sbiadita dalla pura analisi e sintesi documentaristica. Citiamo soltanto alcuni titoli della sua ampia panoramica di particolari; hanno già il sapore dell’eloquenza celebrativa e non solo formale: “ Chi bussa a quest’ora? povero fra poveri- il santo ed il fisco- il segreto (anche Petrarca ci cimentò col Secretum o de contemptu mundi, ma di altra valenza terrena) – fra chi non ha voce- i bisogni nello spirito – la notte dell’anima ( che ci richiama un po’ alla mistica spagnola dell’Avila e di S. Giovanni della Croce) – segno di Dio – il buio- l’innocenza- l’artista in erba- sembianze mutate- come te stesso”. C’è però in Cervino la cura attenta per le cose in chiaro riferimento a particolari che le determinano nei diversi aspetti fugaci delle ore o dei colori, dei sapori e degli impatti nella psiche, dei riflessi nel comportamento, dei modi nell’essere. Egli non ha bisogno di chiedere in prestito la vasta gamma del ventaglio osservazionale dei giorni: gli basta l’impatto cadenzato sul calendario; non quello murale asfittico e freddo, bensì il modo come è tradotto nella dinamica dei risvolti caratteriali del singolo, dei gruppi o del volgo. Sintomatici sono alcuni anticipi: “ Il linguaggio di Dio – Se parlasse il santo- Dal telegiornale di oggi- Alle adolescenti della colonia- La scommessa- La clonazione- I mostri- La nullità- Il profilattico nella scuola…- I miei settant’anni –La tassa sulla pioggia- Ucraini in colonia –Ma chi m’ha fatta fa”. Una teoria di argomenti presi quasi con le pinze dal quotidiano e rivalutati nella identità autentica della retta interpretazione , pesati e soppesati alla luce d’una caratura che non è placca o rivestimento verboso ad accurato effetto, quanto soprattutto intervento positivo per curare le sinuosità e dare ridondanza efficace ai valori della memoria. Una specie di alto tribunale della coscienza che non si ripiega su se stessa per accusare o condannare, niente di tutto questo. Un interrogatorio sublime concepito alla luca del bello che ancora si annida nel cuore dell’uomo e lo riscatta dalle frequenti infedeltà attestate sul passivo pesante delle colpe irredente. Ciò spiega a nostro avviso il favore incontrato dal Cervino nella felice diffusione delle sue pubblicazioni, date alle stampe non per saturare il mercato popoloso dei dilettanti allo sbaraglio, ma per segnare in perfetta libertà di iniziativa spontanea le certezze acquisizionali di ogni singolo individuo , a qualunque appartenenza possa fare capo, in grado sempre e comunque di rivisitare se stesso ed interrogarsi per gli altri.
                                  Aldo Viviano
Articolo pubblicato dal quotidiano “Lucania” del 4 novembre 1999.

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