logo_fen_mini.jpg (4384 byte) Pagina 37
“Persona: principio in seno all’etica” Nel mondo dei campanelli…
di Daniela VIVIANO e di Diana BONSIGNORE

 “Persona: principio in seno all’etica”
di Daniela VIVIANO

Oggi come oggi si assiste davvero ad una crisi anti-sostanzialistica? Questo è quanto afferma il Professor Possenti con i suoi libri: “Principio Persona”e l’”Uomo post-moderno”. Sabato 9 maggio presso la sede dell’Accademia di Scienze Umane e Sociali - “A.S.U.S.” -, a presentare i due volumi sono intervenuti il Prof. Sabino Palombieri, la Prof.ssa Freni dell’Università Salesiana e il Prof. Messinese dell’Università Lateranense. Presenti anche il Professore di Ermeneutica Gaspare Mura, Presidente dell’anzidetta Accademia. Pomeriggio particolarmente intenso in contenuti e qualità di contenuti; penso che entrambi i libri si possano ascrivere specificatamente all’ambito dell’antropologia filosofica, oltre a poter essere osservati quali luoghi fondativi di un’antropologia di natura personalista. Ci situiamo in piena filosofia del XX secolo che analizza e pone al centro del dibattito la Persona umana da un punto di vista strettamente ontologico; la “Persona continuamente scissa tra ontos ed etos, tra essere ed etica”. Ma per risanare l’etos, ci chiediamo, bisogna partire dall’ontos? Sembra proprio così, dal momento che non si può parlare di etica senza parlare di ontica. Dunque: “la Persona è principio in seno all’etica”. Eppure, ai nostri giorni non è facile risanare l’etica dal momento che la Persona è impegnata per lo più al disperato raggiungimento dell’affermazione del proprio sé; al raggiungimento di quella lontana, ma quanto mai ambita città del desiderio, a tratti offuscata, a tratti limpida; impegnata a perseguire valori effimeri, superficiali. “Il concetto Persona”, ha sempre affermato il Possenti, “è messo costantemente in crisi negli ambiti più svariati: bioetica, eugenetica, clonazione, biotecnologia; sempre più la conquista dell’io riduce l’uomo ad un fine nongià ad un mezzo”. Quindi, se è vero che “l’epoca moderna è sbocciata con l’ottimismo del futuro, il terzo millennio si presenta intriso di fobia del non-sense, è lo stato-sovrano a detenere il potere della guerra e della pace e le leggi, le norme e i codici arbitrari sono sanciti esclusivamente da singole potenti personalità”. Quindi il Possenti continua: “per anelare alla centralità dell’essere, quindi della Persona, è necessario riscoprire l’importanza di un’etica salda e sana e risvegliare presso i più il senso totale dell’uomo, quell’uomo, per sua natura, è un essere donante, ricetrasmittente, creativo, è insieme co-essere, pro-essere e in-essere; allorché perde la centralità, l’uomo non trova più ragion d’essere”. “Quindi occorre”, invita il Professor Possenti, “si faccia nostro il credo di Eraclito”: “Colui che non spera, non conseguirà l’insperato”; “solo in tal modo”, assicura Possenti, “potremo continuare a sperare in un futuro migliore, più umano, più denso di significato, là dove l’etos trova ragion d’essere nell’ontos e viceversa”. Daniela Viviano

Nel mondo dei campanelli…
di Diana BONSIGNORE

Un’antropologa, se non per indole almeno per mestiere, osserva sempre con occhi curiosi il mondo che la circonda, si lascia suggestionare, emozionare e persino rapire. Solo in un secondo momento, quando l’incanto si è lievemente assopito, inizia a porsi delle domande alla ricerca di eventuali significati. Significati che, devo riconoscere, di norma, riposano ovunque, persino nel gesto apparentemente più ovvio. Solo in una seconda fase, dunque, discretezza il continuum della percezione. E da antropologa quale, vuoi per il caso o vuoi per la vocazione, io sono, non ho potuto evitare in alcun modo che tutti quei campanelli, tutti quei bizzarri e preziosi oggetti, mi affascinassero tanto, probabilmente alla maniera in cui resta colpito un bambino davanti all’aspetto variopinto dell’arcobaleno. Ho letto “Percorrimi”, lo splendido libro della dottoressa Pagano; una lirica che tocca il cuore e scuote la mente, ho ascoltato le sue interessanti parole con ammirazione, però, quello che maggiormente ha carezzato la mia immaginazione sono stati i tanti campanelli di cui quest’artista ama circondarsi. E se qualcuno di voi non avesse ancora visto il video-intervista in cui la dottoressa Pagano si racconta, consiglio vivamente di provvedere al più presto perché si tratta di minuti dal sapore magico, si tratta di un breve viaggio in una sorta di “Isola che non c’è”. Così, trascorsi i giorni, sempre da brava antropologa, oltre all’incanto che i campanelli nelle loro diverse fattezze hanno evocato nella mia fantasia, ho iniziato ad interrogarmi, chiamando in causa, quando necessario, il bagaglio di conoscenze che durante i miei studi nell’ambito dell’etnografia e delle tradizioni popolari ho accumulato. I campanelli, le campane, i campanacci e tutti gli strumenti appartenenti a questa famiglia (strumenti a percussione), oltre al loro uso pratico, posseggono una valenza rituale-simbolica la cui origine si perde indietro nel tempo e si irradia in tutte le parti del globo. Le campane erano conosciute in Cina già prima del 2000 a. C. , come anche in Egitto, Grecia e Roma, ed erano usate sia in virtù della loro possibilità di inviare segnali che per il loro presunto potere magico, come amuleti, in tal caso, appesi alla soglia di casa. L'uso delle campane nelle chiese d'Europa è testimoniato nel corso di tutto l'Alto Medioevo e il loro apporto allo sviluppo della cultura medievale ) è stato fondamentale (ad esempio nella scansione e relativa formazione del concetto di tempo. In molte zone europee ed extra-europee le campane sono associate ai riti finalizzati a marcare “passaggi” sul piano umano-sociale e naturale-cosmico.
Come ha osservato Lévi-Strauss in Il crudo e il cotto il rumore generato da determinati oggetti, fra cui gli strumenti a percussione, un rumore volutamente disordinato che si colloca nell’ambito del frastuono rituale, è stato in molte circostanze associato a particolari tradizioni come il cosiddetto charivari o alle eclissi di luna e sole. Il frastuono prodotto durante lo charivari, spesso accompagnato da fischi e persino da canzoni scurrili e mimica oscena, ha il compito di sanzionare comportamenti ritenuti scorretti dalla comunità, patti matrimoniali che si sottraggono alla norma a causa di forti differenze di età e di censo, e, in senso estensivo, a condotte ritenute immorali : l’adulterio, la leggerezza di costumi femminili. Il frastuono in corrispondenza di eclissi, invece, si riscontra in tutto il mondo, in modo particolare in Africa. Addirittura, l’antica origine di questa pratica è attestata dal fatto che già Tito Livio e Tacito la menzionano nei loro scritti. Lo scopo del rumore prodotto, in questo caso, sarebbe quello di mettere in fuga il mostro pronto a divorare il corpo celeste, il caos che minaccia il cosmos. L’analisi di Lévi-Strauss non si limita a evidenziare il ruolo centrifugo di questi suoni (fra cui appunto quello della campana), ovvero quello di scacciare il mostro che mette in pericolo la vita naturale e i protagonisti di comportamenti che minacciano la vita sociale. Ma, in maniera più sottile, lo studioso sottolinea che la vera funzione del suono è quella di segnalare un’anomalia nello svolgimento di una catena sintagmatica, cioè una rottura dell’ordine cosmico (eclissi) e umano (charivari). Quindi, in ambedue le circostanze, il “dramma” sonoro avrà lo scopo di ripristinare la normalità, di imporre il cosmos sul caos.

E che l’uomo, con varie azioni rituali, avverta la necessità costante di ribadire la certezza dinanzi all’incertezza è una verità ben nota ad ogni studioso di scienze umane. Però, oltre che nell’ambito del frastuono rituale, la campana è presente anche in relazione alla Pasqua, alla cultura pastorale e alle maschere di Carnevale. Nel primo caso, il potere benefico del suo suono che, non a caso, chiude il dramma pasquale nella cultura cristiana, è originato in massima parte dal materiale di cui la campana è costituita, ovvero un metallo. Nella nostra tradizione, anche in questo caso una tradizione vecchia di millenni, viene attribuita ai metalli una valenza salvifica. Inoltre, non va sottovalutato il fatto che la Pasqua è una festa cristiana che, come molte altre, quali ad esempio il Natale, si colloca su un sostrato pagano, su un retroterra agro-pastorale. Quindi, la presenza della campana di metallo, in questo speciale periodo dell’anno, ha anche il ruolo di propiziare una buona annata, di assicurare alle società tradizionali che il ciclo delle stagioni si rinnovi. Molto probabilmente, l’uso delle campane rientra in quel movimento, messo in atto dalla liturgia ufficiale, tendente ad oscurare con una simbologia propria le antiche persistenze pagane, quindi, le campane sostituirebbero altri oggetti precedentemente scossi e percossi per propiziare la natura durante il periodo critico, liminare, degli equinozi. Va altresì rilevato che l’espulsione del male mediante la ritualità del battere appartiene comunque al repertorio semantico e formale sia della cultura ecclesiastica sia della cultura popolare. Ambedue, infatti, condividono l’ideologia e la pratica dell’esorcismo, secondo cui si scaccerebbe il maligno attraverso la battitura di cose che si credono sue e del corpo della persona che si ritiene posseduta. In questo senso si può comprendere perché non siano state eccessivamente ostacolate le tante pratiche popolari in cui il suono dei “sacri bronzi” rivestiva, e talvolta ancora riveste, funzioni scongiuratorie (contro il maltempo, i terremoti, le carestie, le pestilenze), propiziatorie (per invocare la pioggia in tempo di siccità) e anche esorcistiche (per esempio, in molte feste e pellegrinaggi siciliani, i cosiddetti “spiritati”, ossessi, venivano liberati al ritmo delle campane). Nel caso delle campane appese dal pastore al collo degli armenti, il loro ruolo è duplice: da un lato segnalano la posizione dell’animale e dall’altro lo proteggono contro eventuali minacce, nella fattispecie dovrebbero tenere lontani i predatori. La duplice efficacia pratico-simbolica relativa all’impiego di questi oggetti è testimoniata da varie consuetudini. Indicativo è, per esempio, l’uso di mettere i campanacci alle greggi, in molte parti dell’Italia meridionale, dopo la pausa invernale, alla mattina di Pasqua, quando le campane attaccavano il “Gloria” per celebrare la Resurrezione. Infine, vari tipi di campane costituiscono parte integrante di molti costumi carnascialeschi in tutta l’area euro-americana (per rimanere nell’ambito della mia isola, ovvero la Sicilia, esistono molti costumi tradizionali, come quello dell’orso o del giardiniere, dotati di sonagli e campanelli vari). E, anche per il Carnevale, vale quanto detto per la Pasqua, ovvero si tratta anche in questo caso di una festa che si colloca in un delicato periodo dell’anno per le società tradizionali. Potrei ancora dilungarmi menzionando ulteriori usi simbolici delle campane, come ad esempio l’antica tradizione di porre dei campanellini sulle culle dei neonati per far sì che gli spiriti dei defunti, gli antenati della casa, li proteggano, però, credo che, già da questo mio breve excursus, venga chiaramente fuori come le campane, ovviamente anche nella loro declinazione di piccoli e suggestivi campanellini, siano ammantate da un alone mistico. Bene, potrò ancora scrivere di questo tintinnante argomento, ma adesso mi preme lasciar parlare il cuore, solo il cuore… nel vedere il video sono rimasta a bocca aperta...non solo le parole della Pagano sono splendide, tutta l’atmosfera è “magica”. Per anni ho studiato sui libri il valore antropologico dei campanelli, la loro associazione ai riti, il significato dei metalli e via ancora, mai un istante ho invece pensato a come quelle nozioni si potessero applicare alla vita. Per ventisei anni ho riempito la mente senza dar loro un senso. Forse è proprio questo che differenzia gli studiosi dagli artisti: i primi conoscono il mondo, i secondi, oltre a conoscerlo, sono capaci di cambiarlo, di arricchirlo e lei, “la signora dei campanelli”, appartiene alla seconda categoria! Bello il Modello Pedagogico che ha ideato, bella l’idea di girare per incontrare i giovani, bella l’idea di fissare i suoi pensieri sulle opere d’arte che crea, bella persino l’idea di disegnarsi abiti, bello quel suo: “Io il libro me lo metto addosso” mentre continua: “Non cultus magnificus addit hominibus auctoritatem se vestis cultus fa l’uomo autorevole, l’Uomo elegante, Ornatus in dicendo, Urbanus, Homo nitidus”. Credo lei si sfidi sul meraviglioso nonché arduo piano della Bellezza. Così leggevo di Lei da qualche parte e qui lo confermo…: “ E’ proprio il valore della Bellezza che ha operato sui suoi percorsi mentali consentendo di creare: liriche, opere teatrali, filastrocche, racconti e i romanzi che presto pubblicherà e inusitate forme di conversazione con altre sensibilità che si colorano di questo principio che è equivalente alla vita, com’è suggestiva dialettica…ed ecco perché le metafore han preso materia di oggetti d’arte pregni di messaggi inneggianti alla vita e alla conoscenza”. Ecco, leggevo ancora: “ Bellezza, Vita e Conoscenza il triangolo virtuoso all’interno del quale situa gran parte dei suoi progetti, delle sue performances pedagogiche, delle sue coordinate didattiche”. Dunque: il progetto per il quale tentare di indossare l’Abito, che materialmente costruisce sulla scena, è simbolicamente significante: ”abito della conoscenza, l’habitus” che “da parola si fa peplo prezioso e racconta la storia dell’uomo e del percorso di conoscenza che lo eleva al di sopra di tutte le creature del Creato”. Tutte le sue metafore, materializzate in Opere d’Arte, “dipanano la Babele inconsapevole e rinnovano l’Urlo alla Vita incorniciandolo nell’Arte e dell’Arte. La Vita è l’Arte per eccellenza” per la Pagano e “’Arte:la festa per esaltarne il valore”. La “Città ideale” cui pensa lei si propone quale “alternativa bella, chance di Bellezza alla Città Babele”. E per tornare al poema della Pagano:”Percorrimi”, ebbene l’ho riletto ben tre volte, addirittura ne ho parlato ad una mia amica lontana…ho persino scritto una delle sue frasi su un cartellone colorato che ho appeso in camera mia vicino ad un campanellino. “Percorrimi” non è solo un esempio di meravigliosa poesia…Percorrimi lascia proprio un segno quando lo si legge…alcune frasi, in specie nei momenti difficili, me le ripeto mentalmente ed hanno un grande effetto. “Così fan tutti è il motto del tuo presente; via seppelliscilo! E scorda il luogo. Non omologazione, non homo, un non uomo è figlio di un logos putrido. Devia da quel logos”. Quanto sarebbe utile, oggi più che mai, che più persone al mondo avessero le intuizioni e la sensibilità di Antonella Pagano. Ho contattato il Direttore della rivista “La fenice” e gli ho chiesto di poter fare questo dono alla “Signora dei campanelli” incontrata nell’aereoporto Marco Polo di Venezia in un giorno della primavera appena passata e che ritornerà, ritornerà, ritornerà di primavera in primavera a portarmi il profumo delle campanule nei viottoli della vita. Il Direttore Lucarelli me lo ha concesso. Grazie.

pagina 366 sommario pagina 38