|
Il 14 giugno ricorre l'anniversario della morte di
Giacomo Leopardi, avvenuta in Napoli il 14 giugno 1837, dopo 39 anni
dalla nascita. Poco prima il poeta scriveva al padre queste toccanti
parole "I miei patimenti fisici giornalieri e incurabili sono arrivati
con l'età a un grado tale che non possono più crescere: spero che superata
finalmente la piccola resistenza che oppone loro il moribondo mio corpo,
mi condurranno all'eterno riposo che invoco caldamente ogni giorno non
per eroismo, ma per il rigore delle pene che provo "(v. I Grandi Maestri:
Giacomo Leopardi, Opere, Edizioni Casini, Roma 1969).
Il grande di Recanati fu uno dei poeti umanamente più infelici ! La
sua breve vita fu travagliata da sofferenze di ogni genere, che tuttavia
gli consentirono di assumere la statura di gigante del pensiero e di
esprimere la sua altissima ispirazione lirica, orientata soprattutto
al canto del dolore e dell'angoscia che per un destino avverso gli resero
amara e insopportabile la sua giornata terrena. Il mondo e l'Italia
non possono obliterare, in segno di omaggio e di ammirazione, la sua
opera immortale che non subisce l'usura del tempo e si proietta nello
spirito e nella sensibilità degli uomini di ogni epoca con il suo fascino
ineguagliabile. La generazione alla quale appartengo, come altre precedenti,
ha trovato in Leopardi il poeta prediletto, forse il più amato in senso
assoluto. Il suo carisma deriva dall'atmosfera di magia, e nello stesso
tempo di malinconia e di dolcezza, che si effonde dai suoi versi. In
tale prospettiva, cerchiamo di individuare quelli che, secondo noi,
furono gli orientamenti essenziali della poetica leopardiana. Il suo
canto si dispiegò in una triplice direzione : 1°) un intenso bisogno
di amore non soltanto come rapporto uomo-donna ma anche nel senso di
energia cosmica del creato; 2°) l'angoscia esistenziale, con tutti i
risvolti di sofferenza e di dolore della condizione umana (interrotta
in lui soltanto in qualche breve momento di gioia giovanile); 3°) lo
squarcio del mistero che avvolge la notte dell'uomo, disperatamente
alla ricerca del perché di tutte le cose. Il tema dell'amore ricorre
con accenti di turbamento e di sofferta inappagata dolcezza ("Oimè,
se quest'è amor, com'ei travaglia!"). La donna è vista nella sua bellezza
idealizzata, anche fisica ma non carnale, simbolo di desiderio e di
comunione spirituale, che attrae e lacera in un sentimento misto di
seduzione e di pudore ("Silvia, rimembri ancora / Quel tempo della tua
vita mortale, / Quando beltà splendea / Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
......Io gli studi leggiadri / Talor lasciando e le sudate carte / ......Porgea
gli orecchi al suon della tua voce..../ Lingua mortal non dice / Quel
ch'io sentivo in seno." La figura evanescente di Silvia si universalizza
in tutte le fanciulle quale alone colorato dell'adolescenza, che prelude
spesso alla delusione della realtà ("Tu pria che l'erbe inaridisse il
verno, / da chiuso morbo combattuta e vinta , perivi , o tenerella ...".
A questo clima di sconforto per le delusioni nell'amore subentrano anche
slanci improvvisi di entusiasmo, che dimostrano come il poeta fosse
in definitiva tenacemente legato alla vita (Nel ‘Passero solitario'
esplode infatti il trionfo della natura: "...ed erra l'armonia per questa
valle. / Primavera dintorno / brilla nell'aria, e per li campi esulta,
/ sì ch'a mirarla intenerisce il core"). Qui l'angoscia esistenziale
si attenua nella contemplazione del tripudio affascinante del creato,
ma l'inquietudine torna subito a prendere forza nell'animo del poeta
e lo spinge a chiedere alla luna, sua muta interlocutrice ("Che fai
tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, / Silenziosa luna ? "), quale sia
il senso della vita se l'uomo ha come tragico approdo un "abisso orrendo,
immenso / ov'ei precipitando il tutto oblia!". Nei versi dell'Infinito
la stessa domanda si ripropone in forma meno amara perché il vano tentativo
di squarciare il mistero del mondo suscita nel suo spirito una suprema
e quasi gradita rassegnazione:... "Così tra questa / immensità s'annega
il pensier mio / e il naufragar m'è dolce in questo mare". Raramente
la poesia ha toccato cime così alte! Le riflessioni avanti esposte non
hanno certo la pretesa di avere illustrato adeguatamente l'opera del
Leopardi, neppure in linea frammentaria o con aspetti innovativi rispetto
a tutto ciò che autorevolmente sia stato già ampiamente detto e scritto
da tanti studiosi, ma hanno il solo scopo di rendere omaggio, nell'anniversario
della sua morte, alla memoria di uno dei più grandi poeti, non soltanto
italiani, nel ricordo della sua infelice e breve esistenza e della sua
morte così dolorosa e prematura.
|
Il
tema delle riforme sembra essersi trasformato in una sorta di telenovela
che la classe politica recita da oltre venti anni a periodi alterni,
soprattutto nelle situazioni di travaglio e come antidoto per superare
difficoltà del momento. Tutti i tentativi e gli sforzi finora compiuti
per affrontare il problema con una certa fiducia di risolverlo con la
partecipazione più ampia possibile delle componenti politiche si sono
rivelati totalmente infruttuosi. Le esortazioni del Capo dello Stato
volte a promuovere dialoghi costruttivi sulla delicata materia sono
state sostanzialmente disattese. Il governo attribuisce prevalenza alla
riforma della giustizia, uno degli obiettivi principali e prioritari
nel suo programma. Tale obiettivo s'inquadra in quello più generale
della revisione di alcune parti della Costituzione del 1948, nel presupposto
che siano ormai superate dalla evoluzione del sistema politico-istituzionale.
Si parla di introduzione nel sistema di una nuova struttura costituzionale,
secondo i modelli del semipresidenzialismo alla francese, del cancellierato
tedesco o di altri esempi tratti da paesi esteri, ma praticamente tutto
si ferma allo stadio di proposte teoriche, senza neppure un accenno
di azione concreta. Prima di esaminare brevemente i vari aspetti del
tema della giustizia, riteniamo opportuno premettere che la Carta fondamentale
della Repubblica, anche se risale ad anni lontani, conserva ancora un
grande valore morale e politico, specialmente nella parte in cui enuncia
i princìpi fondamentali, i diritti e i doveri dei cittadini, i rapporti
civili, etico-sociali ed economici. Si tratta di un condensato normativo
di grande pregio per chiarezza di dettato e per il contenuto specifico
delle singole disposizioni, elaborato da illustri personalità di ogni
orientamento politico e intellettuale , anche stilisticamente ammirevole,
difficilmente emendabile neppure in forma lieve o contenuta. Questa
riflessione vale anche per le rimanenti sezioni del documento, che potranno
anche richiedere alcune modifiche, ma senza che queste tocchino l'impianto
strutturale dell'ordinamento della Repubblica, fondato sul principio
della separazione dei poteri dello Stato secondo la tradizionale tripartizione
tra legislativo, esecutivo e giudiziario. Alla rigorosa conservazione
di tale principio, comune a tutte le democrazie liberali, sembrano essere
principalmente rivolti gli autorevoli interventi del Presidente Giorgio
Napolitano, il quale ha più volte sottolineato l'esigenza di non turbare,
in occasione delle riforme del sistema ritenute necessarie, gli equilibri
istituzionali perché essi, si può aggiungere, esprimono l'essenza stessa
della democrazia. Per quanto riguarda specificamente il settore della
magistratura, bisogna considerare che l'autonomia e l'indipendenza dell'ordine
giudiziario da ogni altro potere furono un punto fermo e una conquista
di civiltà giuridica in sede di deliberazione della Carta del 1948,
dopo un lungo travaglio storico durante il quale i giudici erano soggetti
al controllo del potere esecutivo. Tornare indietro anche di poco, rispetto
all'attuale assetto che la magistratura ha nel quadro costituzionale,
significherebbe indebolire la prerogativa di autonomia e indipendenza
di cui ora gode l'ordine giudiziario, con discapito dell'interesse collettivo
per una giustizia rapida e imparziale. Non intendiamo negare che occorrano
provvedimenti atti a imprimere maggiore efficienza nell'assolvimento
del servizio della giustizia, e che sono anche opportuni alcuni rilievi
rivolti recentemente ai magistrati dal Capo dello Stato in qualità di
Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, ma questi problemi
vanno risolti con spirito di concordia e di collaborazione non solo
all'interno della classe dei magistrati, ma anche in un clima di reciproco
rispetto tra tutte le pubbliche istituzioni. L'interesse generale del
Paese è l'obiettivo comune di tutti e di ciascun organo pubblico, per
cui non è concepibile che le istituzioni mostrino contrapposizioni e
contrasti di idee tra esse, anziché collaborare attivamente, ciascuna
nel suo ruolo, al conseguimento dell'obiettivo sopra indicato. Imboccare
questa strada significa non soltanto aderire all'invito del Presidente
della Repubblica, che esprime il più alto e imparziale livello dei pubblici
poteri, ma anche dare segno di comprensione e di civiltà politica e
sociale. La speranza è che questo clima si ristabilisca , torni cioè
come è stato nei decenni passati. Per la questione delle riforme di
carattere generale sembra indispensabile che una commissione di ampia
portata e di alto profilo, eletta in Parlamento e della quale facciano
parte anche giuristi di ogni tendenza, particolarmente esperti in diritto
pubblico (che in Italia certamente non mancano), affronti il problema
con la massima attenzione e con la massima cautela, tenendo conto della
nostra tradizione storica e giuridica, che non è certo inferiore a quella
di altri paesi.
|