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IL MANTELLO VERDE DI COLOBRARO
di Michele Crispino 

Su Colobraro paese di vento abbiamo detto e scritto abbastanza.
Aggiungiamo, così per inciso, che oggi, spira, come direbbe un bollettino marinaro, forza 3 ed allora quali conseguenze si possono immaginare per i poveri malcapitati marinari, che si avventurano sulle infide superfiici acquee, e per gli abitanti di paesi.
Ma quando il vento spira sulla terra non è ugualmente senza conseguenze, perché abbatte antenne, sradica piante e persino grossi tronchi di alberi, ornamento degli orti e dei giardini.
Non parliamo di selve e di boschi, dove quando penetra la forza del vento, allora è tutta una sinfonia di voci al contrasto, anzi una vera sarabanda infernale.
A tal riguardo, penso e rivedo i vicini boschi e selve del mio paese, oggi in verità un po' povero del suo mantello vegetale, ma un non lontano tempo ornamento e vanto della nostra zona.
Il bosco Serracortina ad esempio, quello di Sirianni ed altri boschi minori tra cui quello delle ginestre, di Pardiceno ecc. offrivano una ricca varietà di vegetali.
Chi è di alcuni anni ha qualche bel ricordo al riguardo.
A due passi dal paese inizia il bosco di Serracortina, che un tempo accoglieva, oltre che una particolare fauna, anche una discreta flora. Quanto alla fauna, c'era qui il noto gatto selvatico, cioè il pardo, che ha dato il nome ad una contrada del paese, chiamato appunto "Pardo".
Detto bosco accoglieva anche altri animali quali il lupo, la volpe,la lepre,la faina, il tasso e fino a qualche anno fa persino la lince.
Di quest'ultima oggi non se ne parla più, e di cinghiali c'è una discreta presenza che per gli amatori costituisce un vero allettamento.
I cacciatori avranno così di che rallegrarsi.
In qualche testo di storia si parla di Colobraro in cui un tempo affluivano dalle contrade vicine ed anche lontane numerosi cacciatori che si davano appuntamento per battute di caccia nella non distante contrada Caprarico.
Lorenzo Giustiniani, che è uno storico del '700, esalta il paese di Colobraro come luogo di caccia, di volatili e di varia fauna, meta preferita dai cacciatori.

Il colombaccio selvatico, ad esempio, era frequente nelle nostre zone fino a non molti decenni fa, anzi se vogliamo dar credito a qualche linguista alla ricerca delle origini dei nomi, la stessa etimologia di Colobraro fa risalire a colombi e pennuti vari. Columbarium, secondo lo storico Giacomo Racioppi, ha dato il nome al nostro paese e non è da meravigliarsi che sia proprio così.
È un po' inaccettabile l'altra ipotesi quella di un "Colunbano", che era un crociato del '200 e che troverà morte proprio qui in paese cadendo dall'alto del castello.
Il motto latino dice "Nomina sunt consequentia rerum (i nomi sono conseguenza delle cose)". Vederci chiaro in materia non è sempre possibile; pensiamo che certi nomi hanno una complessa origine, anche perché le versioni possono essere diverse, e qualcuna non accettabile affatto.
Al riguardo aggiungiamo che in un lontano tempo Colobraro era chiamato col nome di "Montedoro", probabilmente legato al fatto che il suo mantello vegetale era un bosco di ginestre e nel tempo della fioritura appariva tutto doro.
Di vegetazione il paese è ugualmente dotato, anche se non nell'abbondanza proverbiale di un tempo.
A voler risalire alla Lucania degli antichi romani, era totalmente boscoso il suo territorio. Il nome Lucania, senza andar troppo lontano nella ricerca dell'etimologia deriva da Lucus (bosco) che ci sembra la più appropriata ipotesi.
Da quando nel 1870 cominciò la politica dei disboscamenti e degli scempi vari, il nostro patrimonio si è impoverito e di boschi se ne contano veramente pochi.
È confortevole sapere che oggi c'è un maggior rispetto per il nostro patrimonio forestale, nonostante la piaga dei frequenti incendi colposi o dolosi che siano, ma il fenomeno trova applicazione un po' da per tutto e a noi purtroppo non  resta che lamentarne la perdita.
Dicono che ne pagheremo le conseguenze, a non lungo avvenire.
La terra, in conclusione, è una valle di lacrime.
Speriamo che ci si ravveda un poco per non piangere di più nel presente e nell'avvenire.
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