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INTERVENTO AL CONVEGNO SUL BRIGANTAGGIO POST-UNITARIO BRIGANTI COLOBRARESI di Pietro Giovanni Lucarelli |
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e signore buonasera, porto il saluto dell'Associazione Icona.
Devo dire subito ad onor del vero che il fenomeno brigantesco non lo abbiamo mai visto come associazione, ma è stato trattato da me sulla rivista "La fenice" di cui sono il proprietario e direttore responsabile, ed anche come giornalista della testata "Lucania " prima, e de " Il quotidiano della Basilicata" dopo, quindi posso dire che il fenomeno è prima di tutto sociale. Per avere una reale visione, storica, bisogna partire dal 1789 con la rivoluzione francese. Ovviamente non vi tedierò con tutti i passaggi storici ma solo quelli che riguardano Colobraro. 1799 I giovani della Provincia Lucana che risiedevano a Napoli per motivi di studio, rimasero impressionati dalle notizie relative agli avvenimenti rivoluzionari francesi del 1789. Certamente influì notevolmente sulla loro formazione il movimento massonico, che in Basilicata ebbe impulso per la presenza dei "Liberi Muratori" (1793), fra i quali si annoveravano il Preside dell'Udienza di Matera, Giovanni de Gemmis, e a Potenza l'allievo del Genovesi Leonardo Cortese. Quest'ultimo teneva frequenti riunioni a cui partecipavano uomini provenienti dai vari paesi, lucani, erano persone più desiderose di conoscere le nuove idee così anche gli amici più interessati e fidati si costituì una locale Loggia Massonica. Le Logge si diffusero ovunque in Basilicata; proprio perché vi erano rappresentanti di quasi tutti quei giovani che studiavano a Napoli ed erano affiliati alla Massoneria. Rientrando al paese d'origine venivano ascoltati con interesse e curiosità e spesso riuscivano a raccogliere nuovi adepti. Fu in questo contesto che Ferdinando IV di Borbone salì al trono alla morte del padre Carlo III nel 1759 e che, consapevole del profondo malcontento presente nelle province del Regno, emanò il 23 febbraio del 1792 la "Prammatíca de Administratione Universitatum" questa, senza ledere i diritti dei Baroni, dava facoltà alle Università di sottrarre ai possessori dei feudi una parte dei demani soggetti agli usi civici per assegnarla in enfiteusi (1794) ai contadini sprovvisti di terra, nella misura in cui potessero coltivarla. La Prammatica non ebbe gli effetti sperati perché fortemente contrastata dai Baroni che vedevano in pericolo i propri possessi. Per quanto riguarda i feudi lucani dei Principi Carafa, nostri feudatari, ed altri feudi lucani, alcuni di loro avevano già tentato di impadronirsi dei territori demaniali come quelli di Anzi, per evitare che fossero concessi ai cittadini quale demanio soggetto agli usi civici (1796), e perdere la loro manodopera. Molti ostacoli all'attuazione del provvedimento vennero anche dai galantuomini irritati per essere stati posposti ai contadini nella concessione del diritto di usufruire delle terre, avendo interesse ad ottenere terreni per il pascolo dei propri animali, a secondo delle stagioni. Il malcontento non fu quindi dissipato, i fermenti rivoluzionari vennero alimentati dai nuovi eventi; fra questi importante fu il riconoscimento della Repubblica francese da parte del Sovrano. Nell'estate del 1793 alcuni esponenti di spicco della Massoneria, tra cui Francesco Pomarici di Anzi, Vincenzo Sarli e Luigi Verga di Abriola, Girolamo Vaccaro di Avigliano con gli altri giovani lucani affiliati si riconobbero giacobini e costituirono la Società Patriottica, distribuita in diverse sezioni o clubs; qui troviamo la famosa pattuglia colobrarese capeggiata da Nicola Gialdino, di Colobraro (1793). "Proprietario" partecipò attivamente ai fatti svoltesi nel suo paese sin dal 1799, fu arrestato dopo la caduta della Repubblica Napoletana, uscì coll'indulto e fu incluso nel "Notamento dei rei di Stato". Gli adepti giurarono di rovesciare il Borbone, se necessario, anche con atti rivoluzionari, e di realizzare un governo popolare repubblicano, di riproporre i diritti dell'Uomo, di sopprimere gli abusi, di abiurare alla religione, più sentita del momento, (CATTOLICA), ritenendola estranea agli ordini naturali, voluta dal Papato e dai Principi per garantire la stabilità del loro potere. Furono inquisite 107 persone fra cui Vincenzo Sarli forse di Colobraro e le autorità, pur avendo elementi comprovanti la loro adesione alla Setta dei Giacobini, non le sottopose ad alcun giudizio. Nonostante l'attenta azione della polizia nelle province del Regno, furono sempre più accentuate le reazioni, le ribellioni e le rivendicazioni del popolo; a Napoli le idee di libertà continuarono ad essere tenute sempre vive dai Clubs giacobini e dai liberali, fra cui erano presenti l'illustre giureconsulto Francesco Mario Pagano di Brienza e molti giovani lucani. Il 23 gennaio del 1797 fu costituito un governo provvisorio. Mario Pagano, fu eletto Presidente del Comitato legislativo, venne organizzata la milizia repubblicana e furono promulgate le leggi e i decreti per dare un nuovo ordine alle cose. Fra i sostenitori della Municipalità di Colobraro ci furono i Signori Modarelli,Tripani, Marsico e Latronico. Con il ritorno dei Borboni sul trono di Napoli la reazione fu violenta e sanguinosa; furono istituiti tribunali speciali per giudicare i nemici del trono e dell'altare, cioè i rei di Stato. La Corona ricorse a ogni mezzo affinché nessuno sfuggisse alla giustizia, giungendo a promettere l'impunità a chi avesse denunziato i compagni repubblicani. La Regia Udienza di Matera esaminò la posizione antiborbonica di 1.307 lucani; il 23 febbraio 1801 fu completato l'elenco dei rei di Stato e per ordine del Re Ferdinando (Decreto del 10 gennaio 1803) furono distrutti tutti gli atti relativi ai processi riguardanti i fatti del 1799. Terminava così un lungo periodo intriso di eventi violenti. La borghesia che aveva diretto la vita cittadina, anche se per un breve periodo, non solo venne privata di ogni prerogativa, ma molti suoi esponenti furono inquisiti subendo processi e condanne, "I rei di Stato di Colobraro" che subirono questi eventi traumatici non si abbandonarono a reazioni violente; infatti tutti i ceti sociali avevano subito diverse conseguenze in termini di libertà personale, odi profondi, con le famiglie divise in opposte fazioni. Riusciva difficile ai "bracciali" e ai massari rinunziare alle terre che in passato numerose volte, anche con azioni violente, avevano cercato di mettere a coltura, anche questa volta fu un nuovo fallimento e si dovette aspettare più di un secolo (1948) per occuparli definitivamente. Per opporsi all'applicazione della legge sulle nuove tasse, la sera del 23 agosto 1806, traendo spunto dal bando fatto emanare, gli ex Luogotenenti del regno rimasti fermi a Port la terra, contestarono il bando affermando che, essendo stata abolita la feudalità, non si dovesse pagare più alcuna tassa, ma non fu così. Con l'arrivo dei francesi a causa delle nuove tensioni sociali si ebbe una recrudescenza del fenomeno che raggiunse il massimo della virulenza nel 1809 e che fu sfruttato dai filoborbonici per ripristinare la deposta monarchia. Nasce il fenomeno del brigantaggio (1807-1809) Le condizioni politiche contingenti non costituirono le motivazioni profonde del brigantaggio, che erano da ricercare nella miseria, nell'eccessiva pressione demografica, nella mal vista coscrizione militare, ma anche nella ferma opposizione dell'emergente borghesia che temeva un ritorno ad istituzioni ed organizzazioni socio-politiche non più rispondenti ai propri bisogni e interessi. In Basilicata, come in tutto il regno, si formarono numerose bande di militari dissidenti ed oppressi contadini, questi commettevano ogni sorta di atrocità. Fu così che molti uomini ed anche donne provenivano dai ceti sociali più umili; non mancavano comunque i borghesi o pseudi nobili a farne parte. A Colobraro la situazione diventò sempre più incontrollabile, non solo a causa delle notizie degli eccidi e distruzioni avvenute nei paesi vicini, ma anche per il rinvigorirsi del gruppo dei filoborbonici che spinsero molti a darsi al brigantaggio,sperando nel ritorno dei borboni. I briganti facevano razzia di armi nelle case dei più facoltosi ed ovunque ne trovano; dopo il bottino lasciavano un piccolo presidio di tre o quattro uomini che, a notte fonda, si muovevano per raggiungere la comitiva, ma a Colobraro furono fermati sul Monte Calvario da alcuni galantuomini che pretesero da loro almeno il prezzo dei cavalli presi dalle stalle, prima di farli proseguire. |