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COLOBRARO RUBRICA ARCHÈ
di Francesco Luca Bernardo

COLOBRARO COME ARLECCHINO

Colobraro è fatto di pezze … cade a pezzi.
Se Arlecchino vestiva così era per la sua povertà con la conseguente bontà degli amici di regalargli una pezza ciascuno per l'abito. Colobraro investe puntualmente denari in pezze perché il suo abitato sembri quanto più incongruo e senza storia possibile.
Il paesaggio urbano e ambientale continua ad essere  contaminato di manufatti, tecniche costruttive, materiali, colori, diversi tra loro, da quelli originari e totalmente avulsi dal contesto.
È dagli anni sessanta del secolo scorso che si va avanti con demolizioni, sostituzioni e completamenti quantomeno aggettivabili.
Partiamo da fuori paese per fare un giro di esempi: i costoni rocciosi sotto la tempa Caprera non hanno a monte quasi più alcun terrazzamento di orti e al di sotto si svolge l'attività di una cava di pietra che non si sa in quali condizioni ambientali abbia intenzione di lasciare il sito. Il moderno approccio agli aspetti ingegneristici del territorio vuole che prima di sfruttare le risorse ambientali si decida in che modo si intende lasciare il luogo: da qualche parte si progetta un parco, da qualche altra una riduzione in pristino o in sicurezza con alberatura; ma da noi al danno si vuole aggiungere tutt'al più la beffa.
Sotto la "paranza" la situazione è pressoché analoga: il comune potrebbe rilevare e donare a qualche pensionato dei terreni, col patto che ripristino i terrazzamenti e le coltivazioni, per il benessere e  la sicurezza di tutti.
Al bosco si è quasi persa la continuità boschiva tra Siriani e Serra Cortina e, al di là del monte, con il Trumacchio. Questo sembra non impensierire nessuno al di là delle bestie selvatiche e delle piante sopravvissute agli interventi di forestazione produttiva del 2000 circa. Da segnalare che questo intervento si arrestò al taglio degli arbusti "giudicati" inidonei (e alla vendita del legname ricavato), ma non si è avuto l'impianto di nuovi arbusti di specie idonee. Anni prima si erano piantati dei pini, ma sembra che le querce soffrano la loro vicinanza, a giudicare dalle estremità secche.
In paese possiamo parlare delle pavimentazioni stradali, che già dagli anni settanta si sono rifatte in pietra bianca pugliese: chiara, liscia e scivolosa per intenderci. Sarebbe bene cominciare a rifare queste pavimentazioni in pietra locale o, ove non fosse possibile aprire cave, in pietra di Gorgoglione, bruna e simile alla nostra. Non va bene neanche quell'ardesia usata recentemente alla Caprera o alla Paranza: è tagliata sottile (male per carichi eccessivi e per le azioni del ghiaccio) e non è proprio delle parti nostre.
Se si sostituissero le pavimentazioni bianche potremmo utilizzarne le pietre per fare le cunette dei margini stradali asfaltati alle rotabili nuove.
Anche fuori paese si richiedono sempre asfalto e cemento armato per la viabilità, con quello che costano, con le opere di sostegno che necessitano e con come vengono ridotte dai mezzi agricoli. Dal Lazio in sù, invece, splendide ville e campagne sono accessibili tramite strade sterrate comode e manutenute, con un piccolo manto di breccia e terra (come sarebbe il materiale fino di risulta di una cava colobrarese).
Il paesaggio urbano e il Monte Calvario sono, invece, minacciati da tre incombenti pale eoliche. Col vento che tira da noi potevamo fare un vero e proprio parco eolico, anche di una trentina di pale del genere, ma non lì, non vicino alla Croce, non sul punto panoramico e preminente del nostro territorio, non dove andiamo in processione, non dove si stavano predisponendo altri progetti di rivalutazione ambientale e di attrazione.
Le case private in pietra, soprattutto al centro storico, versano in stato di abbandono o sono state intonacate e tinteggiate come se fossimo un paesino del mare del Salento.
Il Convento comincia a perdere finalmente la patina dell'intonaco (e speriamo che segua presto l'annessa Chiesa di S. Antonio), ma innanzi avanza lo scempio di ben quattro tipi di pavimentazione differenti e nessuno di questi è locale! Il completamento di quel piazzale dovrebbe avvenire uniformando il tutto con la pietra locale o di Gorgoglione bocciardata a grana grossa, con i marciapiedi e il sagrato. Si potrebbe ripristinare, inoltre, un cenno alla continuità del recinto che era antistante la chiesa e di cui è testimone quel piccolo muretto agganciato alla Chiesa. Si è ancora in tempo ad arrestare l'attuale intervento che impiega quella sorta di pietrarsa etnea.
Difficile parlare di scempi se il restauro della medioevale Chiesa Matrice di S. Nicola è stato seguito dalla Sovrintendenza. Viene da Chiedersi molte cose, che potevano essere esplicate con una mostra dei progetti e del cantiere alla consegna dei lavori, quando la gente non riconosceva più in quell'edificio la Sua Chiesa. Scelte discutibili: quella del colore delle pareti interne, del completamento delle decorazioni a stucco, dell'introduzione di un controsoffitto (che taglia la bifora sul portale, oltretutto), della pavimentazione chiara e marmorea, del trattamento della superficie del campanile. Qui d'avanti si conserva ancora un esempio di pavimentazione colobrarese grezza. Le pietre sono appena sbozzate ed annegate in un manto, lasciando fuori la parte più piana. Non è regolare e va conservata per la sua particolarità con un attento intervanto di rimontaggio, dopo aver rifatto il fondo, ormai avvallato molto, e rifacendo le fughe con catramina.

 

Parleremo altrove del colpevole abbandono in cui versano tutt'ora i ruderi del Castello là vicino e del fatto che nel secondo dopoguerra ne fu fatta saltare la torre (forse normanna, dalle descrizioni) per far posto all'acquedotto e ad una scalinata.
A viale Vittorio Veneto l'anno scorso si è consolidato il muro di sostegno e si è aggiunta una passeggiata pedonale in cemento armato a sbalzo. Non si capisce perché non sia stato conservato o rimontato il muretto, però. Quei 70 cm di pietre sagomate con bauletto superiore di calcestruzzo camminavano intorno a al paese, dai Pini alla Caprera, erano la nostra cinta. Oggi non rimane quasi niente, tra il belvedere in piazza e i marciapiedi della paranza, eppure una cosa non escludeva l'altra. Ebbene, questo materiale di risulta della demolizione del muretto non può essere trattato alla stregua di semplice rifiuto e se è loro vicinanza, a giudicare dalle estremità secche.
In paese possiamo parlare delle pavimentazioni stradali, che già dagli anni settanta si sono rifatte in pietra bianca pugliese: chiara, liscia e scivolosa per intenderci. Sarebbe bene cominciare a rifare queste pavimentazioni in pietra locale o, ove non fosse possibile aprire cave, in pietra di Gorgoglione, bruna e simile alla nostra. Non va bene neanche quell'ardesia usata recentemente alla Caprera o alla Paranza: è tagliata sottile (male per carichi eccessivi e per le azioni del ghiaccio) e non è proprio delle parti nostre.
Se si sostituissero le pavimentazioni bianche potremmo utilizzarne le pietre per fare le cunette dei margini stradali asfaltati alle rotabili nuove.
Anche fuori paese si richiedono sempre asfalto e cemento armato per la viabilità, con quello che costano, con le opere di sostegno che necessitano e con come vengono ridotte dai mezzi agricoli. Dal Lazio in sù, invece, splendide ville e campagne sono accessibili tramite strade sterrate comode e manutenute, con un piccolo manto di breccia e terra (come sarebbe il materiale fino di risulta di una cava colobrarese).
Il paesaggio urbano e il Monte Calvario sono, invece, minacciati da tre incombenti pale eoliche. Col vento che tira da noi potevamo fare un vero e proprio parco eolico, anche di una trentina di pale del genere, ma non lì, non vicino alla Croce, non sul punto panoramico e preminente del nostro territorio, non dove andiamo in processione, non dove si stavano predisponendo altri progetti di rivalutazione ambientale e di attrazione.
Le case private in pietra, soprattutto al centro storico, versano in stato di abbandono o sono state intonacate e tinteggiate come se fossimo un paesino del mare del Salento.
Il Convento comincia a perdere finalmente la patina dell'intonaco (e speriamo che segua presto l'annessa Chiesa di S. Antonio), ma innanzi avanza lo scempio di ben quattro tipi di pavimentazione differenti e nessuno di questi è locale! Il completamento di quel piazzale dovrebbe avvenire uniformando il tutto con la pietra locale o di Gorgoglione bocciardata a grana grossa, con i marciapiedi e il sagrato. Si potrebbe ripristinare, inoltre, un cenno alla continuità del recinto che era antistante la chiesa e di cui è testimone quel piccolo muretto agganciato alla Chiesa. Si è ancora in tempo ad arrestare l'attuale intervento che impiega quella sorta di pietrarsa etnea.
Difficile parlare di scempi se il restauro della medioevale Chiesa Matrice di S. Nicola è stato seguito dalla Sovrintendenza. Viene da Chiedersi molte cose, che potevano essere esplicate con una mostra dei progetti e del cantiere alla consegna dei lavori, quando la gente non riconosceva più in quell'edificio la Sua Chiesa. Scelte discutibili: quella del colore delle pareti interne, del completamento delle decorazioni a stucco, dell'introduzione di un controsoffitto (che taglia la bifora sul portale, oltretutto), della pavimentazione chiara e marmorea, del trattamento della superficie del campanile. Qui d'avanti si conserva ancora un esempio di pavimentazione colobrarese grezza. Le pietre sono appena sbozzate ed annegate in un manto, lasciando fuori la parte più piana. Non è regolare e va conservata per la sua particolarità con un attento intervanto di rimontaggio, dopo aver rifatto il fondo, ormai avvallato molto, e rifacendo le fughe con catramina.
Parleremo altrove del colpevole abbandono in cui versano tutt'ora i ruderi del Castello là vicino e del fatto che nel secondo dopoguerra ne fu fatta saltare la torre (forse normanna, dalle descrizioni) per far posto all'acquedotto e ad una scalinata.
A viale Vittorio Veneto l'anno scorso si è consolidato il muro di sostegno e si è aggiunta una passeggiata pedonale in cemento armato a sbalzo. Non si capisce perché non sia stato conservato o rimontato il muretto, però. Quei 70 cm di pietre sagomate con bauletto superiore di calcestruzzo camminavano intorno a al paese, dai Pini alla Caprera, erano la nostra cinta. Oggi non rimane quasi niente, tra il belvedere in piazza e i marciapiedi della paranza, eppure una cosa non escludeva l'altra. Ebbene, questo materiale di risulta della demolizione del muretto non può essere trattato alla stregua di semplice rifiuto e se è stipato da qualche parte, come dovrebbe essere, è bene che si provveda a rimontare a tratti quell'opera colobrarese.
Allora, possiamo ancora parlare di tradizioni costruttive colobraresi? L'immagine di un luogo si modifica e, con la capacità di trasporto, nuovi materiali si introducono su un vissuto. Qua si è fatto tabula rasa di una storia e di un paesaggio. Così non si va da nessuna parte … Arlecchino si ribelli!

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