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COLOBRARO
COME ARLECCHINO
Colobraro
è fatto di pezze … cade a pezzi.
Se Arlecchino vestiva così era per la sua povertà con la conseguente bontà
degli amici di regalargli una pezza ciascuno per l'abito.
Colobraro investe puntualmente denari in pezze perché il suo abitato sembri quanto più incongruo e senza storia possibile.
Il paesaggio urbano e ambientale continua ad essere
contaminato di manufatti, tecniche costruttive, materiali, colori,
diversi tra loro, da quelli originari e totalmente avulsi dal contesto.
È dagli anni sessanta del secolo scorso
che si va avanti con demolizioni, sostituzioni e completamenti quantomeno
aggettivabili.
Partiamo da fuori paese per fare un giro di esempi: i costoni rocciosi sotto
la tempa Caprera non hanno a monte quasi più alcun terrazzamento di orti e
al di sotto si svolge l'attività di una cava di pietra che non si sa in
quali condizioni ambientali abbia intenzione di lasciare il sito. Il moderno
approccio agli aspetti ingegneristici del territorio vuole che prima di
sfruttare le risorse ambientali si decida in che modo si intende lasciare il
luogo: da qualche parte si progetta un parco, da qualche altra una riduzione
in pristino o in sicurezza con alberatura; ma da noi al danno si vuole
aggiungere tutt'al più la beffa.
Sotto la "paranza" la situazione è pressoché analoga: il comune
potrebbe rilevare e donare a qualche pensionato dei terreni, col patto che
ripristino i terrazzamenti e le coltivazioni, per il benessere e
la sicurezza di tutti.
Al bosco si è quasi persa la continuità boschiva tra Siriani e Serra
Cortina e, al di là del monte, con il Trumacchio. Questo sembra non
impensierire nessuno al di là delle bestie selvatiche e delle piante
sopravvissute agli interventi di forestazione produttiva del 2000 circa. Da
segnalare che questo intervento si arrestò al taglio degli arbusti
"giudicati" inidonei (e alla vendita del legname ricavato), ma non si è
avuto l'impianto di nuovi arbusti di specie idonee. Anni prima si erano
piantati dei pini, ma sembra che le querce soffrano la loro vicinanza, a
giudicare dalle estremità secche.
In paese possiamo parlare delle pavimentazioni stradali, che già dagli anni
settanta si sono rifatte in pietra bianca pugliese: chiara, liscia e
scivolosa per intenderci. Sarebbe bene cominciare a rifare queste
pavimentazioni in pietra locale o, ove non fosse possibile aprire cave, in
pietra di Gorgoglione, bruna e simile alla nostra. Non va bene neanche
quell'ardesia usata recentemente alla Caprera o alla Paranza: è tagliata
sottile (male per carichi eccessivi e per le azioni del ghiaccio) e non è
proprio delle parti nostre.
Se si sostituissero le pavimentazioni bianche potremmo utilizzarne le pietre
per fare le cunette dei margini stradali asfaltati alle rotabili nuove.
Anche fuori paese si richiedono sempre asfalto e cemento armato per la
viabilità, con quello che costano, con le opere di sostegno che necessitano
e con come vengono ridotte dai mezzi agricoli. Dal Lazio in sù, invece,
splendide ville e campagne sono accessibili tramite strade sterrate comode e
manutenute, con un piccolo manto di breccia e terra (come sarebbe il
materiale fino di risulta di una cava colobrarese).
Il paesaggio urbano e il Monte Calvario sono, invece, minacciati da tre
incombenti pale eoliche. Col vento che tira da noi potevamo fare un vero e
proprio parco eolico, anche di una trentina di pale del genere, ma non lì,
non vicino alla Croce, non sul punto panoramico e preminente del nostro
territorio, non dove andiamo in processione, non dove si stavano
predisponendo altri progetti di rivalutazione ambientale e di attrazione.
Le case private in pietra, soprattutto al centro storico, versano in stato
di abbandono o sono state intonacate e tinteggiate come se fossimo un
paesino del mare del Salento.
Il Convento comincia a perdere finalmente la patina dell'intonaco (e
speriamo che segua presto l'annessa Chiesa di S. Antonio), ma innanzi
avanza lo scempio di ben quattro tipi di pavimentazione differenti e nessuno
di questi è locale! Il completamento di quel piazzale dovrebbe avvenire
uniformando il tutto con la pietra locale o di Gorgoglione bocciardata a
grana grossa, con i marciapiedi e il sagrato. Si potrebbe ripristinare,
inoltre, un cenno alla continuità del recinto che era antistante la chiesa
e di cui è testimone quel piccolo muretto agganciato alla Chiesa. Si è
ancora in tempo ad arrestare l'attuale intervento che impiega quella sorta
di pietrarsa etnea.
Difficile parlare di scempi se il restauro della medioevale Chiesa Matrice
di S. Nicola è stato seguito dalla Sovrintendenza. Viene da Chiedersi molte
cose, che potevano essere esplicate con una mostra dei progetti e del
cantiere alla consegna dei lavori, quando la gente non riconosceva più in
quell'edificio la Sua Chiesa. Scelte discutibili: quella del colore delle
pareti interne, del completamento delle decorazioni a stucco,
dell'introduzione di un controsoffitto (che taglia la bifora sul portale,
oltretutto), della pavimentazione chiara e marmorea, del trattamento della
superficie del campanile. Qui d'avanti si conserva ancora un esempio di
pavimentazione colobrarese grezza. Le pietre sono appena sbozzate ed
annegate in un manto, lasciando fuori la parte più piana. Non è regolare e
va conservata per la sua particolarità con un attento intervanto di
rimontaggio, dopo aver rifatto il fondo, ormai avvallato molto, e rifacendo
le fughe con catramina.
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Parleremo altrove del colpevole
abbandono in cui versano tutt'ora i ruderi del Castello là vicino e del
fatto che nel secondo dopoguerra ne fu fatta saltare la torre (forse
normanna, dalle descrizioni) per far posto all'acquedotto e ad una
scalinata.
A viale Vittorio Veneto l'anno scorso si è consolidato il muro di
sostegno e si è aggiunta una passeggiata pedonale in cemento
armato a sbalzo. Non si capisce perché non sia stato conservato o rimontato
il muretto, però. Quei 70 cm di pietre sagomate con bauletto superiore di
calcestruzzo camminavano intorno a al paese, dai Pini alla Caprera, erano la
nostra cinta. Oggi non rimane quasi niente, tra il belvedere in piazza e i
marciapiedi della paranza, eppure una cosa non escludeva l'altra. Ebbene,
questo materiale di risulta della demolizione del muretto non può essere
trattato alla stregua di semplice rifiuto e se è loro vicinanza, a
giudicare dalle estremità secche.
In paese possiamo parlare delle pavimentazioni stradali, che già dagli anni
settanta si sono rifatte in pietra bianca pugliese: chiara, liscia e
scivolosa per intenderci. Sarebbe bene cominciare a rifare queste
pavimentazioni in pietra locale o, ove non fosse possibile aprire cave, in
pietra di Gorgoglione, bruna e simile alla nostra. Non va bene neanche
quell'ardesia usata recentemente alla Caprera o alla Paranza: è tagliata
sottile (male per carichi eccessivi e per le azioni del ghiaccio) e non è
proprio delle parti nostre.
Se si sostituissero le pavimentazioni bianche potremmo utilizzarne le pietre
per fare le cunette dei margini stradali asfaltati alle rotabili nuove.
Anche fuori paese si richiedono sempre asfalto e cemento armato per la
viabilità, con quello che costano, con le opere di sostegno che necessitano
e con come vengono ridotte dai mezzi agricoli. Dal Lazio in sù, invece,
splendide ville e campagne sono accessibili tramite strade sterrate comode e
manutenute, con un piccolo manto di breccia e terra (come sarebbe il
materiale fino di risulta di una cava colobrarese).
Il paesaggio urbano e il Monte Calvario sono, invece, minacciati da tre
incombenti pale eoliche. Col vento che tira da noi potevamo fare un vero e
proprio parco eolico, anche di una trentina di pale del genere, ma non lì,
non vicino alla Croce, non sul punto panoramico e preminente del nostro
territorio, non dove andiamo in processione, non dove si stavano
predisponendo altri progetti di rivalutazione ambientale e di attrazione.
Le case private in pietra, soprattutto al centro storico, versano in stato
di abbandono o sono state intonacate e tinteggiate come se fossimo un
paesino del mare del Salento.
Il Convento comincia a perdere finalmente la patina dell'intonaco (e
speriamo che segua presto l'annessa Chiesa di S. Antonio), ma innanzi
avanza lo scempio di ben quattro tipi di pavimentazione differenti e nessuno
di questi è locale! Il completamento di quel piazzale dovrebbe avvenire
uniformando il tutto con la pietra locale o di Gorgoglione bocciardata a
grana grossa, con i marciapiedi e il sagrato. Si potrebbe ripristinare,
inoltre, un cenno alla continuità del recinto che era antistante la chiesa
e di cui è testimone quel piccolo muretto agganciato alla Chiesa. Si è
ancora in tempo ad arrestare l'attuale intervento che impiega quella sorta
di pietrarsa etnea.
Difficile parlare di scempi se il restauro della medioevale Chiesa Matrice
di S. Nicola è stato seguito dalla Sovrintendenza. Viene da Chiedersi molte
cose, che potevano essere esplicate con una mostra dei progetti e del
cantiere alla consegna dei lavori, quando la gente non riconosceva più in
quell'edificio la Sua Chiesa. Scelte discutibili: quella del colore delle
pareti interne, del completamento delle decorazioni a stucco,
dell'introduzione di un controsoffitto (che taglia la bifora sul portale,
oltretutto), della pavimentazione chiara e marmorea, del trattamento della
superficie del campanile. Qui d'avanti si conserva ancora un esempio di
pavimentazione colobrarese grezza. Le pietre sono appena sbozzate ed
annegate in un manto, lasciando fuori la parte più piana. Non è regolare e
va conservata per la sua particolarità con un attento intervanto di
rimontaggio, dopo aver rifatto il fondo, ormai avvallato molto, e rifacendo
le fughe con catramina.
Parleremo altrove del colpevole abbandono in cui versano tutt'ora i ruderi
del Castello là vicino e del fatto che nel secondo dopoguerra ne fu fatta
saltare la torre (forse normanna, dalle descrizioni) per far posto
all'acquedotto e ad una scalinata.
A viale Vittorio Veneto l'anno scorso si è consolidato il muro di
sostegno e si è aggiunta una passeggiata pedonale in cemento armato a
sbalzo. Non si capisce perché non sia stato conservato o rimontato il
muretto, però. Quei 70 cm di pietre sagomate con bauletto superiore di
calcestruzzo camminavano intorno a al paese, dai Pini alla Caprera, erano la
nostra cinta. Oggi non rimane quasi niente, tra il belvedere in piazza e i
marciapiedi della paranza, eppure una cosa non escludeva l'altra. Ebbene,
questo materiale di risulta della demolizione del muretto non può essere
trattato alla stregua di semplice rifiuto e se è stipato da qualche parte,
come dovrebbe essere, è bene che si provveda a rimontare a tratti
quell'opera colobrarese.
Allora, possiamo ancora parlare di
tradizioni costruttive colobraresi? L'immagine di un luogo si modifica e,
con la capacità di trasporto, nuovi materiali si introducono su un vissuto.
Qua si è fatto tabula rasa di una storia e di un paesaggio. Così non si va
da nessuna parte … Arlecchino si ribelli!
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