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Una mattina di giugno
del 2005 Enrico Vrowel campione di nuoto ed appassionato di pesca con barca
in acque interne decide di fare un giro di pesca nelle acque del Lago Verde,
conscio dei racconti e degli eventi verificatisi lo scorso mese di maggio,
si reca dal suo amico Fabio proprietario di una buona barca attrezzata per
la pesca, con la quale molte volte insieme all'amico Fabio aveva partecipato
alla pesca.
Fabio sapendolo abile gli affidò la barca dopo avergli ricordato i
nuovi pericoli del lago dicendo Enrico "questo è uno dei motivi che mi
spinge ad andare, infatti mi sono attrezzato di binocolo per non essere
colto di sorpresa".
Dopo qualche ora di pesca e una buona cattura di carpe e qualche trota già
slamati e depositati in una grossa cesta di plastica apposita per contenere
il pescato, si guarda intorno col binocolo e scopre in lontananza una figura
a pelo d'acqua che gli ricorda in modo inequivocabile la figura di un
Celacanto apparsa recentemente in un documentario televisivo ove si
dibatteva sulla storia di questo primordiale essere.

CELACANTO
Il Celacanto fu catturato
da un gruppo di pescatori dell'Oceano Indiano nel 1938 vicino alle coste
dell'Africa del Sud.
Sconosciuto ai pescatori per la grandezza, lungo quasi due metri ma di
grossa corporatura e soprattutto per il suo colore che è blu, l'animale
presenta su tutto il corpo larghe e spesse scaglie e robuste pinne
carnose, decisero di consegnarlo all'imminente biologo marino J.L. Smith, per
avere una giusta collocazione nel regno animale, la sorpresa del prof.
sarebbe stata poco maggiore se avesse visto un dinosauro a passeggiare per la
strada.
Smith non esagerava l'importanza del ritrovamento: il pesce era un celacanto,
noto fino
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a quel momento solo da reperti fossili in rocce vecchie di
400 milioni di anni, vale a dire 200 milioni di anni più antiche dei
dinosauri.
Visto che la specie dei celacanti è stata documentata oltre dai reperti
fossili anche per la cattura di più di un esemplare nelle predette acque
e dati per storicamente certi, Enrico viene assalito dai molti dubbi, circa
la reale esistenza di quello storico animale nelle nostre acque. Il pensiero
corre immediatamente allo strano Anaconda e cerca di guardare meglio ma
l'animale non era più la; solo un solco si era formato nelle acque diretto
verso la sua barca.
Enrico immediatamente cambia direzione e si allontana da quel punto, ma
appena le acque si chiudono facendo scomparire ogni traccia, Enrico rallenta
la marce e cerca di rendersi conto di quello che stava accadendo.
In un primo momento non si notava alcunché, ma ecco che la barca si
impenna e una testa indescrivibile inghiottiva uno dopo l'altro le carpe
pescate.
Enrico non si perde d'animo, si getta in acqua impegnando tutte le sue forze
e capacità di atleta del nuoto per raggiungere la riva; guadagnata questa,
corre verso la salvezza, (le carpe quindi gli avevano appena salvato la vita),
ma la barca viene affondata dall'Anaconda.
Enrico raggiunge l'amico Fabio squassato, ed in preda ad uno shoc, che lo
riduce quasi in un morto, che appena si muove, non parla, respira con
grossa fatica.
Dopo molte ore e le cure del caso, Enrico riprende colore e con un filo di
voce descrive l'accaduto, ma l'amico Fabio che gli aveva prestato la barca
non gli crede perché secondo lui avrebbe contenuto la bestia sia pure tre
volte più grossa di come l'aveva descritta il biologo russo.
Enrico dopo aver subito l'immane spavento dovette subire anche la beffa
degli amici e pagare il costo per recuperare la barca e la messa a nuova
della stessa.
Dopo l'avvenuto recupero ed espletati gli esami del caso da parte degli
inquirenti, venne confermato ancora una volta la presenza dell'Anaconda
nelle acque del Lagoverde.
L'unica soddisfazione di Enrico fu quella di aver superato nel nuoto la
velocità del mostro.
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