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All'inizio dei tempi
l'Universo era composto di materia inerte in cui una Dea soffiò la
vita mettendosi inaspettatamente e gioiosamente a cantare, creando, o
evocando da spazi sconosciuti, lune, soli e stelle, che iniziarono
lentamente a danzare attorno alla magica Voce... allora si svegliarono altri
Dei, che popolarono la terra di animali e di uomini e solo a questi ultimi
la Dea insegnò a ballare.
Troppo fantastico?
Forse solo per la scelta del linguaggio, perché in realtà
questa leggenda, comune a molti popoli indoeuropei, nasconde almeno due
fenomeni storicamente dimostrati. Fin dal V sec. a. C. infatti in tutta la
Mesopotamia, la regione che comprende l'attuale Iraq, Kuwait e parte
dell'Iran, della Turchia e della Siria ci sono testimonianze tangibili di un
culto tributato alla Dea Madre, di probabile origine indiana, noto anche in
Egitto, Arabia Saudita, in Fenicia e nell'odierno Libano. Tale forma
primitiva di religiosità si esprime in modi diversi da un paese
all'altro, ma sempre collegati all'esercizio della danza, termine che deriva
dal sanscrito "tanha"=gioia di vivere.
A questa realtà culturale, documentata da una folla di
statuette e dipinti rupestri, s'accosta l'osservazione
scientifico-antropologica, che ha ben messo in luce come la danza goda di
tanta maggior popolarità quando la gente sente che la propria vita
è "a rischio", come durante guerre, carestie e calamità
naturali di vario tipo e vuol affermare, al contrario, la prepotente voglia
di vivere e superare le difficoltà. Basta pensare al successo dei
nuovi balli lanciati dagli americani nelle zone appena liberate...
Insomma, forse l'idea d'una voce creatrice è poetica, ma la
danza è una delle prime attività umane documentate.
Le immagini iconografiche sono un po' aride e bisogna ricorrere alle
testimonianze dei primi storici greci, come Pausania,
 per poter capire come
i nostri antenati, anzi, prevalentemente le donne, si muovessero; così
abbiamo uno scarto di parecchi secoli tra le une e le altre, tuttavia i
Greci concordano all'unisono sul fatto che questa danza in onore della vita
fosse tramandata da un'antichissima tradizione orientale, configurandosi in
movenze semplici e al tempo stesso sfrenate, senza le complicate regole
comportamentali che poi, in epoca più recente, caratterizzarono le
danze di corte o il balletto classico.
Questa danza rituale, nota
appunto come danza del ventre per il risalto dato a questa parte del corpo,
imitava al tempo stesso l'atto sessuale
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ed il parto e consisteva in una
serie di esercizi a corpo libero: vibrazione ritmica delle spalle,
spostamento del collo, movimento sinuoso delle mani, oscillazioni del
bacino, nonché una delicata vibrazione di tutti i muscoli del corpo,
compresi i pettorali che sostengono le mammelle, esercizio di grand'effetto
che le danzatrici eseguivano sia in piedi, dondolando ritmicamente le spalle
ed i fianchi, che prone, appoggiate sulle mani, tenendo l'addome ed il
torace inarcati, contorcendosi e ruotando ritmicamente la parte inferiore
del tronco.
Per chi come, noi, concepisce ormai la danza come uno spettacolo,
questo tipo d'esibizione può sembrare un po' noioso, la musica
è infatti relativamente monotona ed i movimenti si ripetono sempre
uguali, senza varietà ne' vivacità, ma a detta degli
"intenditori" le ritmiche roteazioni emanano una specie di torpore
ed hanno sullo spettatore un effetto ipnotico.
Quando cerchiamo di rappresentarci l'abito di queste danzatrici le
testimonianze sono un po' contradditorie.
Le statuette antiche e le rappresentazioni delle tombe egizie presentano
sempre le danzatrici completamente nude o al massimo vestite di preziosi
gioielli: una cintura bassa sui fianchi, che copre il sesso di frange
ondeggianti, detta "cinto di Venere" in onore forse della più
famosa tra le Dee madri, collane pesanti, cavigliere e braccialetti a
sonagli. La rituale discesa agli inferi della dea Isthar, però, che
si configura in tutto e per tutto come una danza, nonché la famosa
esibizione di Salomé citata dalla Bibbia, descrivono la spogliazione
rituale d'una donna che si presenta all'inizio completamente velata. Le
danzatrici folkloristiche, che ripropongono oggi gli antichi rituali, sono
in realtà più che vestite, spesso con i caratteristici
"pantaloni alla turca" e con vistosi corpetti di lustrini, su cui
son gettate giacchine di mussola trasparente corte e svolazzanti.
Ma dalle statuette preistoriche alle danzatrici di oggi abbiamo
"inghiottito" settemila anni di storia ed è necessario
tornare un momento indietro.
Fermiamoci dunque davanti all'altare d'Artemide, la dea greca della
luna, poi Diana per i Greci o a quello d'Afrodite, più nota come
Venere.
Perché questi nomi?
Potremmo chiamarla Astarte, Isthar o Cibele... ma nelle usanze
greche c'è qualche dato storico in più, mentre per le Dee
precedenti conosciamo soltanto gli anatemi gettati sui loro culti dai
profeti d'Israele.
Sugli altari di Artemide e Venere invece, lo sappiamo per certo, si
ballava. Lo si faceva per la Dea e non per gli uomini, che pure accorrevano
numerosi a celebrare i sacrifici, tant'è vero che la danzatrice, nuda o
vestita che fosse, guardava le spalle ai fedeli e si volgeva invece la Dea.
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