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LA BOTTEGA E LA SCUOLA
di Michele Crispino

La scuola è un'istituzione nobile e preziosa che vanta tanti meriti passati e presenti.
Chi non ha avuto una istruzione scolastica è, si dice, un analfabeta. Occorre subito una distinzione che è la seguente: c'è l'analfabeta, tale non per colpa sua, e qui non ci piove, direbbero alcuni.
Ma di tempi siffatti oggi non si dovrebbe più parlare perché l'obbligo scolastico è sancito per legge, e pertanto un minimo di istruzione scolastica la posseggano tutti.
Gli intenditori però parlano di un ritorno dell'analfabetismo, il che smentisce le conquiste sopravvenute nel tempo. Naturalmente parlo di scuola italiana, che ha raggiunto ormai da tempo i più piccoli e lontani paesi della nostra penisola.
Vien da ribadire, a tal proposito, che tale conquista è irreversibile, ma c'è anche chi parla di analfabetismo di "ritorno", cioè quello che rischia di annullare i vantaggi finora conseguiti.
È questo un discorso critico, che forse è meglio accantonare, magari per riprenderlo un'altra volta, con maggiore disponibilità di argomenti e proprietà di termini.
Mi permetto dire che con i mezzi di informazione e di istruzione di cui oggi si dispone,l'analfabetismo è oramai vinto per sempre, quello che un tempo non lontano aveva una seria stratificazione o ramificazione che dir si voglia.
Sulla scuola il discorso è lungo e talora anche critico, ma il mio intento è un altro, quindi mi fermo qui.
Per me scuola è soprattutto quella che un tempo si frequentava per apprendere un mestiere, scuola vera, autentica e quella che preparava alla vita.
Su di essa bisognerebbe tentare di fare un più approfondito discorso. La frequentavano i bambini, i figli della prima infanzia e poi della seconda infanzia, prima di diventare un po' più adulti e quindi poi avviati al lavoro. Tra la prima scuola e la seconda corre un abisso, anche perché l'una ti dà i primi rudimenti, gli elementi base del mestiere, quelli che poi ti faranno diventare un uomo, un futuro cittadino e un padre di famiglia.
Un proverbio memorabile ed antico dice "prima impara e poi fa'". Un altro proverbio appropriato dice "chi prima fa è alla metà dell'opera", il che significa che conviene prima esercitarsi e poi completare l'opera.
Quella dell'infanzia, che è scuola di vita, rappresenta una prima data indispensabile, seguita poi dal resto che viene da sè e completa l'opera.
È difficile, se non sopravvengono fatti contrari, che uno devii dal corso iniziale.
Se questo non avviene è perché sono sopraggiunte circostanze diverse, per non dire avverse.
Il seguito non fa altro che continuare e perfezionare l'opera, che se bene impostata e poi altrettanto bene conseguita non può fallire. Il senso del nostro parlare è chiaro e non delude le attese, che sono quelle previste, sempre che la buona sorte ci aiuti e noi non erriamo dal retto sentiero.
Dice un vecchio motto latino: "quisque faber suae fortunae". Tutto è racchiuso nella mano dell'uomo, che può fare tanto, non solo, ma anche disfare. Il Creatore primo è Dio, il secondo creatore, meglio chiamato subcreatore è l'uomo. Di tale grande verità spesso siamo soliti dimenticarci ed allora le conseguenze sono inevitabili, quelle cioè dovute alle mani dell'uomo il quale sbaglia nel suo andare e nel suo fare.
Senza voler toccare un ambito fuori posto, ma dicendo onestamente e concretamente la verità, l'uomo è un "semidio"; tale definizione è adatta a fotografare, a qualificare la prima caratteristica dell'uomo, uomo cioè "creatore", artefice di sè e delle sue fortune. Il che vale sia nel bene che sul male. La definizione uomo-dio- in tale senso deve essere intesa e non allude alle virtù di un uomo sovrumano.

Tutto consiste nell'iniziare bene e poi proseguire sul solco tracciato. Sempre che il ciel ci aiuti e non metta le sue zampine la mala sorte.
Il discorso è valido fin dall'inizio e poi nelle sue estreme conclusioni. Quanto detto non porti chi ci legge ad intendere, la nostra, come un'autentica ed arbitraria manipolazione.
Forse la penna ci ha portato un po' lontano, mentre si voleva semplicemente accennare a quello che l'uomo può fare nella piccola sfera che lo racchiude e lo fa operare nel suo paese, cioè in una ristretta realtà che non lo apre, se non in casi rarissimi, ad una più ampia visuale di vita e di fatti che sono connessi a lui.
Conviene però riprendere il discorso e dire che, quanto ai mestieri di una volta, molto per non dire tanto è cambiato. Frutto certamente del tempo, si potrebbe aggiungere, ma io pur riconoscendo che l'uomo migliora, non sono, al riguardo, sempre convinto.
Il nostro paese, pur in una dimensione ridotta, ce ne fornisce un eloquente esempio, ma ciò vale per il passato, perché onestamente non meritano la nostra piena approvazioni, non vorrei arrivare a dire che l'artigianato è morto, ma è tanto diverso da quello che è stato un tempo.
Quello però che soprattutto vale è la mano dell'uomo, il suo estro, la sua fantasia e, se vogliamo, l'arte che vi imprime per arrivare a compiere un piccolo capolavoro frutto d'ingegno e di impronta del tutto personale.
Intendo dire che la macchina compie delle meraviglie, ma non sempre essa è capace di impiegare le buone qualità e doti che sono proprie della mano dell'uomo.
Non vorrei giungere ad ammettere che il nostro tempo è un tempo di fallimenti, di vere e proprie deviazioni ed errori umani.
Saul prodotto, la macchina non sempre, anzi quasi mai riesce ad uguagliare quanto soltanto l'estro, la fantasia e tutte le qualità intrinseche che l'uomo possiede riesce a raggiungere. Dire che l'uomo di oggi ha, alla fine, conseguito delle perdite, è un dire che corrisponde alla verità, in certo qual modo.
Dovremmo allora concludere che l'artigianato, quello buono, quello che rasentava la genialità, il compimento di una vera e propria opera d'arte, è del tutto scomparso, restando oggi solo retaggio del passato? Questo non pare proprio essere il mio più genuino pensiero, ma gli è quasi vicino.
Nei nostri piccoli paesi, un tempo, con modesti mezzi si effettuavano delle piccole opere d'arte, vuoi in falegnameria, vuoi in altro in cui si esercitava la mano dell'uomo, di un sarto ad esempio, di un calzolaio o di un altro artigiano, quello ad esempio del ferro, del vasaio, del cestaio per fare solo dei riferimenti concreti.
Costoro ed altri simili sono quelli che hanno dato alle comunità l'impronta e l'avvio dell'arte in cui operavano, e forse poco o niente hanno ricevuto in cambio. Siamo proprio ai confini di una civiltà o, per dirla con le giuste parole, ad una perdita di civiltà, che non ha ottenuto in cambio il giusto riconoscimento o la necessaria continuazione.
La civiltà odierna è un'espressione ambigua e se vogliamo essere onesti, alquanto truffaldina. Il discorso evidentemente è critico e sono certo che non mancheranno gli obiettori a tale riguardo.
Con una espressione che potrebbe sembrare irriverente, il presente non merita nessun confronto col passato che forse aveva il merito di far conseguire risultati soddisfacenti, validi ed in fondo gratificanti.
Il cammino della civiltà è costellato assai spesso di veri e propri insuccessi, dai quali l'uomo non tutte le volte sa riprendersi e riabilitarsi.

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