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La scuola è
un'istituzione nobile e preziosa che vanta tanti meriti passati e
presenti.
Chi non ha avuto una istruzione scolastica è, si dice, un analfabeta.
Occorre subito una distinzione che è la seguente: c'è
l'analfabeta, tale non per colpa sua, e qui non ci piove, direbbero
alcuni.
Ma di tempi siffatti
oggi non si dovrebbe più parlare perché l'obbligo scolastico è
sancito per legge, e pertanto un minimo di istruzione scolastica la
posseggano tutti.
Gli intenditori però
parlano di un ritorno dell'analfabetismo, il che smentisce le
conquiste sopravvenute nel tempo. Naturalmente parlo di scuola italiana,
che ha raggiunto ormai da tempo i più piccoli e lontani paesi della
nostra penisola.
Vien da ribadire,
a tal proposito, che tale conquista è irreversibile, ma c'è anche
chi parla di analfabetismo di "ritorno", cioè quello che rischia di
annullare i vantaggi finora conseguiti.
È questo un discorso
critico, che forse è meglio accantonare, magari per riprenderlo
un'altra volta, con maggiore disponibilità di argomenti e proprietà
di termini.
Mi permetto dire che con
i mezzi di informazione e di istruzione di cui oggi si dispone,l'analfabetismo è oramai vinto per sempre, quello che un tempo
non lontano aveva una seria stratificazione o ramificazione che dir si
voglia.
Sulla scuola il discorso
è lungo e talora anche critico, ma il mio intento è un altro, quindi
mi fermo qui.
Per me scuola è
soprattutto quella che un tempo si frequentava per apprendere un
mestiere, scuola vera, autentica e quella che preparava alla vita.
Su di essa bisognerebbe
tentare di fare un più approfondito discorso. La frequentavano i
bambini, i figli della prima infanzia e poi della seconda infanzia,
prima di diventare un po' più adulti e quindi poi avviati al lavoro.
Tra la prima scuola e la seconda corre un abisso, anche perché l'una
ti dà i primi rudimenti, gli elementi base del mestiere, quelli che poi
ti faranno diventare un uomo, un futuro cittadino e un padre di
famiglia.
Un proverbio memorabile
ed antico dice "prima impara e poi fa'". Un altro proverbio
appropriato dice "chi prima fa è alla metà dell'opera", il che
significa che conviene prima esercitarsi e poi completare l'opera.
Quella dell'infanzia,
che è scuola di vita, rappresenta una prima data indispensabile,
seguita poi dal resto che
viene da sè e completa l'opera.
È difficile, se non
sopravvengono fatti contrari, che uno devii dal corso iniziale.
Se questo non avviene è
perché sono sopraggiunte circostanze diverse, per non dire avverse.
Il seguito non fa altro
che continuare e perfezionare l'opera, che se bene impostata e poi
altrettanto bene conseguita non può fallire. Il senso del nostro
parlare è chiaro e non delude le attese, che sono quelle previste,
sempre che la buona sorte ci aiuti e noi non erriamo dal retto sentiero.
Dice un vecchio motto
latino: "quisque faber suae fortunae". Tutto è racchiuso nella mano
dell'uomo, che può fare tanto, non solo, ma anche disfare. Il
Creatore primo è Dio, il secondo creatore, meglio chiamato subcreatore
è l'uomo. Di tale grande verità spesso siamo soliti dimenticarci ed
allora le conseguenze sono inevitabili, quelle cioè dovute alle mani
dell'uomo il quale sbaglia nel suo andare e nel suo fare.
Senza voler toccare un
ambito fuori posto, ma dicendo onestamente e concretamente la verità,
l'uomo è un "semidio"; tale definizione è adatta a fotografare,
a qualificare la prima caratteristica dell'uomo, uomo cioè
"creatore", artefice di sè e delle sue fortune. Il che vale sia nel bene
che sul male. La definizione uomo-dio- in tale senso deve essere intesa
e non allude alle virtù di un uomo sovrumano.
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Tutto consiste
nell'iniziare bene e poi proseguire sul solco tracciato. Sempre che il ciel ci aiuti e non metta
le sue zampine la mala sorte.
Il discorso è valido
fin dall'inizio e poi nelle sue
estreme conclusioni. Quanto detto non porti chi ci legge ad intendere,
la nostra, come un'autentica ed arbitraria manipolazione.
Forse la penna ci ha
portato un po' lontano, mentre si voleva semplicemente accennare a
quello che l'uomo può fare nella piccola sfera che lo racchiude e lo
fa operare nel suo paese, cioè in una ristretta realtà che non lo
apre, se non in casi rarissimi, ad una più ampia visuale di vita e di
fatti che sono connessi a lui.
Conviene però
riprendere il discorso e dire che, quanto ai mestieri di una volta,
molto per non dire tanto è cambiato. Frutto certamente del tempo, si
potrebbe aggiungere, ma io pur riconoscendo che l'uomo migliora, non
sono, al riguardo, sempre convinto.
Il nostro paese, pur in
una dimensione ridotta, ce ne fornisce un eloquente esempio, ma ciò
vale per il passato, perché onestamente non meritano la nostra piena
approvazioni, non vorrei arrivare a dire che l'artigianato è morto,
ma è tanto diverso da quello che è stato un tempo.
Quello però che
soprattutto vale è la mano dell'uomo, il suo estro, la sua fantasia
e, se vogliamo, l'arte che vi imprime per arrivare a compiere un
piccolo capolavoro frutto d'ingegno e di impronta del tutto personale.
Intendo dire che la
macchina compie delle meraviglie, ma non sempre essa è capace di
impiegare le buone qualità e doti che sono proprie della mano
dell'uomo.
Non vorrei giungere ad
ammettere che il nostro tempo è un tempo di fallimenti, di vere e
proprie deviazioni ed errori umani.
Saul prodotto, la
macchina non sempre, anzi quasi mai riesce ad uguagliare quanto soltanto
l'estro, la fantasia e tutte le qualità intrinseche che l'uomo
possiede riesce a raggiungere. Dire che l'uomo di oggi ha, alla fine,
conseguito delle perdite, è un dire che corrisponde alla verità, in
certo qual modo.
Dovremmo allora
concludere che l'artigianato, quello buono, quello che rasentava la
genialità, il compimento di una vera e propria opera d'arte, è del
tutto scomparso, restando oggi solo retaggio del passato? Questo non
pare proprio essere il mio più genuino pensiero, ma gli è quasi
vicino.
Nei nostri piccoli
paesi, un tempo, con modesti mezzi si effettuavano delle piccole opere
d'arte, vuoi in falegnameria, vuoi in altro in cui si esercitava la
mano dell'uomo, di un sarto ad esempio, di un calzolaio o di un altro
artigiano, quello ad esempio del ferro, del vasaio, del cestaio per fare
solo dei riferimenti concreti.
Costoro ed altri simili
sono quelli che hanno dato alle comunità l'impronta e l'avvio
dell'arte in cui operavano, e forse poco o niente hanno ricevuto in
cambio. Siamo proprio ai confini di una civiltà o, per dirla con le
giuste parole, ad una perdita di civiltà, che non ha ottenuto in cambio
il giusto riconoscimento o la necessaria continuazione.
La civiltà odierna è
un'espressione ambigua e se vogliamo essere onesti, alquanto
truffaldina. Il discorso evidentemente è critico e sono certo che non
mancheranno gli obiettori a tale riguardo.
Con una espressione che
potrebbe sembrare irriverente, il presente non merita nessun confronto
col passato che forse aveva il merito di far conseguire risultati
soddisfacenti, validi ed in fondo gratificanti.
Il cammino della civiltà
è costellato assai spesso di veri e propri insuccessi, dai quali
l'uomo non tutte le volte sa riprendersi e riabilitarsi. |