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Sono consapevole che il titolo di
queste riflessioni é stato già ampiamente utilizzato da illustri autori
del passato recente e meno
recente o addirittura remoto, ma tento anch'io di esprimere qualche
opinione sulla condizione degli anziani , con specifico riferimento allo
stato di emarginazione in cui la società ingiustamente li colloca nel
tratto della vita durante il quale più avrebbero bisogno di affetto e di
vicinanza.
Sono anche consapevole che scrivere di certe cose non é piacevole perché
si scoprono lembi della psicologia umana che forse sarebbe preferibile
tenere nascosti a sé stessi e agli altri.
Tuttavia, lo stimolo a dire alcune verità é più forte del criterio di
opportunismo che suggerirebbe il silenzio.
Comincerò con i ricordi delle esperienze rivelatemi da illustri personaggi
che ho avuto l'onore di conoscere nel corso della mia lunga vita.
Uno di essi, che fu all'apice di una delle istituzioni più prestigiose
dello Stato, mi confidò con un senso di bonaria ironia che non si era mai
accorto, prima di allora, di avere tanti parenti, tanti amici, tanti
conoscenti di antica data.
Quando giunse allo stadio della pensione le parentele e le amicizie si erano
improvvisamente dileguate e si era trovato a dover affrontare in solitudine
l'ultima fase dell'esistenza.
Egli era presago di un tale
destino perché teneva sulla scrivania questa ottava dell'Ariosto: "Alcun
non può saper da chi sia amato, / quando felice in sulla ruota siede; / però
che ha i veri e i finti amici a lato, /
che mostran tutti la medesma fede. / Se poi si cangia in tristo il lieto
stato, / volta la turba adulatrice il piede; / e quel che di cor ama, riman forte, / ed ama il suo signor dopo la morte."
Parole ammonitrici, al cui senso amaro il mio amico era rassegnato, come io
stesso ero fermamente convinto – sebbene in quell'epoca ancora molto giovane – della sorte
che tutti, chi più chi meno, siamo costretti a subire nella tarda età.
Ho avuto infatti modo di sperimentare personalmente la verità di questo fenomeno.
Durante la mia vita attiva, nello svolgimento dei compiti professionali e
sociali assegnatimi dal destino, sono stato sempre circondato da un numero elevatissimo di
persone di ogni categoria, tra parenti, colleghi, amici, conoscenti,
compaesani.
Verso tutti sono stato largo di sentimento e di azioni perché non di rado
mi sono stati chiesti favori e interessamenti di varie specie. A ogni
richiesta ho corrisposto con gioia, ovviamente sempre nei limiti del lecito giuridico e del moralmente plausibile, per aiutare chiunque si
fosse rivolto a me, ma non ho mai preteso (anzi ho sempre rifiutato con
cortesia ma con fermezza) alcuna espressione di gratitudine o di semplice
riconoscenza.
Ho pregato tutti di non usare la parola gratitudine nei miei confronti, anzi
di dimenticare con sé stessi il
favore ricevuto, ma nello stesso tempo di non togliermi il dono della loro
amicizia.
Ma una siffatta constatazione non mi ha mai dissuaso dal fare del bene in
ogni occasione e ad ogni costo
(anche correndo il rischio di procurarmi dei nemici) perché ho considerato
un dovere morale amare e
aiutare il prossimo, secondo il concetto del cristianesimo, senza aspirare
mai a nessuna ricompensa,
neppure solo d'ordine astrattamente psicologico.
Ho tratto più volte insegnamento dalla massima del severo moralista
francese La Rochefoucauld, secondo la quale "Gli uomini non sono soltanto
soggetti a perdere il ricordo dei benefici e delle |
ingiurie:
odiano altresì coloro da cui furono beneficati e cessano di odiare coloro
da cui furono oltraggiati. Applicarsi a ricompensare il bene e a vendicarsi
del male sembra loro una schiavitù".
La cruda realtà di
questa tesi non ha tuttavia influito sul mio spirito, come non ha influito
sulle azioni di tanti soggetti del passato e del presente, che hanno trovato
e trovano nella pratica del bene l'intima soddisfazione di un dovere sociale compiuto.
Le cose fin qui esposte sarebbero semplici divagazioni personali (volte
principalmente a dimostrare che ciascuno deve, secondo le proprie possibilità, dedicarsi appunto alla pratica del bene verso gli altri), se non mi servissero
da spunti per trarne delle massime di carattere generale, valide per tutti
coloro che a qualsiasi livello
di attività, manuale o intellettuale, abbiano avuto occasione di operare
proficuamente a favore dei propri simili.
Costoro giungono alla fase del riposo con il prezioso bagaglio morale del
lavoro espletato e dotati di grande esperienza, con i ricordi e le
aspettative connaturali alla loro sopravvenuta condizione di bisogno, di
affetto e di assistenza.
La società purtroppo delude quasi totalmente queste speranze (non é il mio
caso) perché non dedica agli anziani le premure alle quali avrebbero
diritto sul piano sentimentale e materiale.
Giammai si é visto il fenomeno
della solitudine dei vecchi nelle
proporzioni in cui oggi si presenta.
La loro vita passata viene
ignorata , spesso disconosciuta nei profili che riguardano i meriti
acquisiti verso la collettività, con la
conseguenza di un gelido clima d'indifferenza che avvolge e angoscia la
categoria sempre più numerosa
della terza età.
La dimensione del pianeta anziani é diventata di tale entità da comportare un problema alla cui soluzione devono
collaborare armonicamente le famiglie e le istituzioni.
Il grande clinico Nicola Pende ammoniva già nel lontano passato che la sopravvivenza dei vecchi é
soprattutto collegata anche
alla possibilità ad essi offerta di esercitare ancora tutte le attività
compatibili con le loro residue energie.
Bisogna aggiungere vita agli
anni e non soltanto anni alla vita, come egli disse con espressione felice.
Questa esigenza richiede un radicale mutamento della coscienza collettiva
nei confronti degli anziani, i quali sono ben lieti di essere chiamati a
svolgere un ulteriore ruolo
utile alle proprie famiglie e alla società.
Occorre evitare che essi
trascorrano le giornate sulle panchine dei giardini pubblici o accasciati
sulle poltrone di casa, perché
questo spettacolo deprimente aggrava l'angoscia
dei protagonisti e non giova alla collettività.
I mutamenti anche profondi verificatisi nel ritmo attuale della vita possono
costituire una spiegazione, ma giammai una giustificazione, per il clima di
disinteresse che oggi purtroppo
circonda il mondo degli anziani.
Saprà la cultura sociale
dell'epoca che viviamo reagire in
modo adeguato per porre rimedio a questa situazione?
Il prolungamento della vita media e il crescente numero della popolazione
anziana hanno posto in primo piano uno dei problemi più urgenti e doverosi,
che va affrontato e risolto sia individualmente che collettivamente.
Dalla risposta a questa domanda dipenderà in futuro il tasso di civiltà
del nostro Paese e anche quello dell'intera umanità.
(*) Procuratore
generale onorario della
Corte di Cassazione
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