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DE SENECTUTE
di Alberto Vigilio (*)

Sono consapevole che il titolo di queste riflessioni é stato già ampiamente utilizzato da illustri autori del passato recente e meno recente o addirittura remoto, ma tento anch'io di esprimere qualche opinione sulla condizione degli anziani , con specifico riferimento allo stato di emarginazione in cui la società ingiustamente li colloca nel tratto della vita durante il quale più avrebbero bisogno di affetto e di vicinanza.
Sono anche consapevole che scrivere di certe cose non é piacevole perché si scoprono lembi della psicologia umana che forse sarebbe preferibile tenere nascosti a sé stessi e agli altri.
Tuttavia, lo stimolo a dire alcune verità é più forte del criterio di opportunismo che suggerirebbe il silenzio.
Comincerò con i ricordi delle esperienze rivelatemi da illustri personaggi che ho avuto l'onore di conoscere nel corso della mia lunga vita.
Uno di essi, che fu all'apice di una delle istituzioni più prestigiose dello Stato, mi confidò con un senso di bonaria ironia che non si era mai accorto, prima di allora, di avere tanti parenti, tanti amici, tanti conoscenti di antica data.
Quando giunse allo stadio della pensione le parentele e le amicizie si erano improvvisamente dileguate e si era trovato a dover affrontare in solitudine l'ultima fase dell'esistenza.
Egli era presago di un tale destino perché teneva sulla scrivania questa ottava dell'Ariosto: "Alcun non può saper da chi sia amato, / quando felice in sulla ruota siede; / però che ha i veri e i finti amici a lato, / che mostran tutti la medesma fede. / Se poi si cangia in tristo il lieto stato, / volta la turba adulatrice il piede; / e quel che di cor ama, riman forte, / ed ama il suo signor dopo la morte."
Parole ammonitrici, al cui senso amaro il mio amico era rassegnato, come io stesso ero fermamente convinto – sebbene in quell'epoca ancora molto giovane – della sorte che tutti, chi più chi meno, siamo costretti a subire nella tarda età.
Ho avuto infatti modo di sperimentare personalmente la verità di questo fenomeno.
Durante la mia vita attiva, nello svolgimento dei compiti professionali e sociali assegnatimi dal destino, sono stato sempre circondato da un numero elevatissimo di persone di ogni categoria, tra parenti, colleghi, amici, conoscenti, compaesani.
Verso tutti sono stato largo di sentimento e di azioni perché non di rado mi sono stati chiesti favori e interessamenti di varie specie. A ogni richiesta ho corrisposto con gioia, ovviamente sempre nei limiti del lecito giuridico e del moralmente plausibile, per aiutare chiunque si fosse rivolto a me, ma non ho mai preteso (anzi ho sempre rifiutato con cortesia ma con fermezza) alcuna espressione di gratitudine o di semplice riconoscenza.
Ho pregato tutti di non usare la parola gratitudine nei miei confronti, anzi di dimenticare con sé stessi il favore ricevuto, ma nello stesso tempo di non togliermi il dono della loro amicizia.
Ma una siffatta constatazione non mi ha mai dissuaso dal fare del bene in ogni occasione e ad ogni costo (anche correndo il rischio di procurarmi dei nemici) perché ho considerato un dovere morale amare e aiutare il prossimo, secondo il concetto del cristianesimo, senza aspirare mai a nessuna ricompensa, neppure solo d'ordine astrattamente psicologico.
Ho tratto più volte insegnamento dalla massima del severo moralista francese La Rochefoucauld, secondo la quale "Gli uomini non sono soltanto soggetti a perdere il ricordo dei benefici e delle

ingiurie: odiano altresì coloro da cui furono beneficati e cessano di odiare coloro da cui furono oltraggiati. Applicarsi a ricompensare il bene e a vendicarsi del male sembra loro una schiavitù".
La cruda realtà di questa tesi non ha tuttavia influito sul mio spirito, come non ha influito sulle azioni di tanti soggetti del passato e del presente, che hanno trovato e trovano nella pratica del bene l'intima soddisfazione di un dovere sociale compiuto.
Le cose fin qui esposte sarebbero semplici divagazioni personali (volte principalmente a dimostrare che ciascuno deve, secondo le proprie possibilità, dedicarsi appunto alla pratica del bene verso gli altri), se non mi servissero da spunti per trarne delle massime di carattere generale, valide per tutti coloro che a qualsiasi livello di attività, manuale o intellettuale, abbiano avuto occasione di operare proficuamente a favore dei propri simili.
Costoro giungono alla fase del riposo con il prezioso bagaglio morale del lavoro espletato e dotati di grande esperienza, con i ricordi e le aspettative connaturali alla loro sopravvenuta condizione di bisogno, di affetto e di assistenza.
La società purtroppo delude quasi totalmente queste speranze (non é il mio caso) perché non dedica agli anziani le premure alle quali avrebbero diritto sul piano sentimentale e materiale.
Giammai si é visto il fenomeno della solitudine dei vecchi nelle proporzioni in cui oggi si presenta.
La loro vita passata viene ignorata , spesso disconosciuta nei profili che riguardano i meriti acquisiti verso la collettività, con la conseguenza di un gelido clima d'indifferenza che avvolge e angoscia la categoria sempre più numerosa della terza età.
La dimensione del pianeta anziani é diventata di tale entità da comportare un problema alla cui soluzione devono collaborare armonicamente le famiglie e le istituzioni.
Il grande clinico Nicola Pende ammoniva già nel lontano passato che la sopravvivenza dei vecchi é soprattutto collegata anche alla possibilità ad essi offerta di esercitare ancora tutte le attività compatibili con le loro residue energie.
Bisogna aggiungere vita agli anni e non soltanto anni alla vita, come egli disse con espressione felice.
Questa esigenza richiede un radicale mutamento della coscienza collettiva nei confronti degli anziani, i quali sono ben lieti di essere chiamati a svolgere un ulteriore ruolo utile alle proprie famiglie e alla società.
Occorre evitare che essi trascorrano le giornate sulle panchine dei giardini pubblici o accasciati sulle poltrone di casa, perché questo spettacolo deprimente aggrava l'angoscia dei protagonisti e non giova alla collettività.
I mutamenti anche profondi verificatisi nel ritmo attuale della vita possono costituire una spiegazione, ma giammai una giustificazione, per il clima di disinteresse che oggi purtroppo circonda il mondo degli anziani.
Saprà la cultura sociale dell'epoca che viviamo reagire in modo adeguato per porre rimedio a questa situazione?
Il prolungamento della vita media e il crescente numero della popolazione anziana hanno posto in primo piano uno dei problemi più urgenti e doverosi, che va affrontato e risolto sia individualmente che collettivamente.
Dalla risposta a questa domanda dipenderà in futuro il tasso di civiltà del nostro Paese e anche quello dell'intera umanità.

(*) Procuratore generale onorario della Corte di Cassazione

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