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GERMANI E VICHINGHI: l'etica di guerra
di Mary Falco

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Date le circostanze, sarebbe anche più strano trovare uomini che dormano tranquilli nel proprio letto e si radano ogni mattina: le stesse ordinate truppe romane hanno cambiato atteggiamento quando i barbari hanno invaso la capitale! Si può dunque semplicemente concludere che la precarietà che già distingue il mondo nomade, si acuisce in tempo di guerra tanto che il comportamento estatico un tempo tipico degli sciamani si estende a tutta la classe guerriera.
Non abbiamo elementi per dire se quest'allargarsi della componente sciamanica facesse piano di un sistema di difesa o fosse invece una reazione spontanea.
Odino, come personaggio delineato a guerra ormai perduta, esprime anche l'incapacità umana di adattarsi in toto all'ideale trascendente che si prefigge, ed affronta dunque una vera e propria lotta per la vita che in se' ha ben poco di divino, e molto invece della lotta interiore.
A questo punto tutti gli studiosi sono d'accordo nel riconoscergli caratteristiche sciamaniche, ma occorre tener presente la sua creazione tardiva: non esiste un dio dalle bizzarre caratteristiche umane, ma un ideale di furor-sacro cui si cerca di aderire con pratiche di tipo sciamanico.
Tutte le caratteristiche di Odino e le sue avventure crescono all'interno di quest'ambiguità e si spiegano in questa chiave. La sua capacità di volare con un cavallo ad otto zampe sulle ali del vento, per esempio, non è altro che un'immagine un po' colorita dell'infuriare della tempesta, nondimeno esiste una versione mitica che racconta le origini di questo cavallo: Loki, il figlio di Odino, per impedire a un gigante di costruire la fortezza di Asgard, si trasformò in giumenta ed attrasse a se' lo stallone col quale il gigante trasportava i materiali. Ma così facendo concepì Sleipnir.
Si noti come in realtà le storie non differiscano di molto tra loro: Tempesta entificata o padre di Loki, Odino fa comunque tutt'uno con questa capacità del vento di distruggere ed alterare i progetti umani che in questo caso si chiama Slepnir. Analoghe riflessioni può ispirare la storia dell'idromele bevanda mitica che dona l'entusiasmo poetico.
In origine questo potere apparteneva ad un essere umano, Kvasir, ucciso da due nani malvagi che ne raccolsero il sangue in un calderone e lo mescolarono al miele, dando la bevanda magica così ottenuta in custodia alla figlia di un gigante: Gunnlöd.
Odino seduce la ragazza e sottrae l'idromele trasformandosi in aquila. In realtà l'idromele era ricavato dalla fermentazione del miele ed era ritenuto, come tutte le bibite alcooliche, un veicolo estatico, col quale si libava ai sacrifici, almeno fino al periodo del conflitto coi romani, in cui per ragioni di praticità fu sostituito dalla birra, con grave dissenso da parte dei saggi che videro nella sostituzione un presagio di sventura.
Odino dunque si mette in una posizione molto critica rispetto a questa bevanda, perché non è in grado, nonostante l'indiscutibile astuzia dimostrata, ne' di risuscitare Kvasir, ne' di far a meno della bibita sacra.
Sciamanica anche la vicenda che vede Odino trasformare un frassino ed un olmo nella prima coppia umana o, secondo un'altra versione, procura un'anima a due fantocci incontrati incontrati per caso nella foresta: egli non ha ne' capacità ne' volontà creatrice, anche se la mitologia tardiva ne ha fatto il padre di tutti gli dei.
Al contrario, si tratta di un ente eterno che, identificato di volta in volta con le caratteristiche umane, non possiede da parte sua alcuna volontà in merito.
Quando Odino si prefigge scopi di conoscenza personale non solo non può creare nulla, ma si trova addirittura a pagar di suo: per acquistare una profonda intelligenza, per esempio, deve bere al pozzo sacro che conferisce questo potere, e non riuscendo ad eludere la sorveglianza del custode, un gigante, si" trova addirittura a cedergli un suo occhio.
Per apprendere la sapienza deve sottoporsi ad un apprendistato, come qualsiasi mortale, appendendosi per nove giorni e nove notti al Frassino del mondo: Yggdrasil, come ricordava De Vries: "La mitologia irlandese insiste su tale natura sciamanica di Odino; abbiamo nelI'Edda una strofa che canta come Odino abbia acquistato la conoscenza dei caratteri runici… Non mi hanno sostentato ne' con pane ne' con il corno da bere; In basso io guardavo, cogliendo le rune, Gridando le colsi da lì ricaddi." (Jan, de Vries: La religione dei Germani, in "Storia delle Religioni" a cura di H.C.Puech Parigi 1970 Trad. Maria Novella Pierini Univ. Laterza Bari 1977 p. 6717)

Le rune rappresentano un interessante compromesso con la civiltà, essendo un sistema di scrittura non usato per comunicare, almeno in origine, bensì a scopi divinatori.
Si tratta di un alfabeto di 24 segni, costituito di tratti verticali ed obliqui, con l'esclusione di tratti orizzontali e delle linee curve, forse intenzionalmente, forse semplicemente, come ipotizza Tacito, perché si scriveva su legno ed il tratto era difficoltoso.
Sempre Tacito, nella "Vita Villibrordi" osserva che la tradizionale divisione delle lettere in tre gruppi, ricordava la consuetudine di gettare la sorte per tre volte.
Ogni lettera aveva il suo nome oltre al suono indicato, per esempio B corrispondeva a Betulla, D a giorno,(il latino die precede il tedesco: tag).
Inoltre era trasmessa oralmente una breve strofa che spiegava il significato di ogni nome, così le rune potevano annunziare situazioni o stati d'animo.
Oltre al tradizionale uso divinatorio, atto a rivelare all'uomo i disegni divini, per uniformarsene, esisteva anche un uso magico, poiché si riteneva che le rune avessero la capacità di trasferire all'oggetto su cui erano scritte l'efficacia magica già insita nel segno; rune di vittoria, rune per scoglio (per i viaggi per mare), rune di membra (per guarire le ferite) rune per accelerare e facilitare il parto.
Il fatto che Odino non possieda, le rune, ma le acquisti con un apprendistato, conferma il carattere numinoso delle stesse e, ancora una volta, i limiti umani del dio. Ma l'aspetto più umano di tutta la sua vita è il fatto di soccombere di fronte ad uno dei suoi animali sacri: il lupo. Certo, per la mitologia tardiva non si tratta di un lupo guastasi ma di Fenir, figlio di Loki e della notte, ma Loki a sua volta è figlio di Odino, il che rende il mito non poco inquietante. Uno studioso moderno di storia germanica, Lafue, osserva: " ...Odino ebbe oscuri presentimenti e pensando talvolta all'abisso originale da cui egli stesso proveniva tentò di porre Loki nell'impossibilità di nuocere.
Ma preso fra l'orrore del proprio decadimento e l'oscuro amore per il nulla a cui cedette... non compì nulla di decisivo per salvare se stesso e la propria razza..." (Pierre Lafue: Storia letteratura tedesca Cappelli ed. 1972)
Ma questo oscuro amore per il nulla, certo molto esistenziale e molto tedesco, può essere provato solo qualora si trovasse un mito anteriore all'effettiva sconfitta della sua gente, il che, come si è visto, non può essere provato.
D'altra parte la mitologia di tutti i paesi è piena di figli che uccidono i padri o ne causano la rovina, piaccia o no l'interpretazione freudiana del fatto.
Ci troviamo dunque di fronte ad un'estrema razionalizzazione dell'immortalità dell'anima, viva da sempre tra i nomadi, ma non collegata alla salvezza: Odino è eterno con tutto il suo furore.
Invece del mito, spiccatamente agrario, della morte e resurrezione, l'inabissarsi del dio è un fatto positivo che da fondamento alle facoltà umane. In conformità con tutto ciò Odino appare Signore di un paradiso situato, a secondo delle fonti, su una montagna dell'Asia, o in cielo, nel secondo caso è legato alla terra da un arcobaleno solido, e tutto l'universo avrà fine quando le creature infernali riusciranno ad arrampicarvisi.
All'interno di questo spazio si apre un gran numero di dimore celesti, dai destini differenti tra loro: "Dimora della gioia" dove sono situati i troni degli dei, "Pavimento Amico" dove abitano le dèe, "Vasto splendore", "Monte del cielo", "Scoglio degli uccisi" casa personale di Odino, "Gimlè" alla soglia settentrionale del cielo, unica che resterà intatta anche dopo il crollo delle altre "Splendente", "Ancoraggio", "Campo dell'esercito", "Ricco di seggi", "Dimore del mare", raggiungibili, secondo la successiva tradizione Celtica, anche per mare, navigando in linea retta senza seguire la curvatura dell'orizzonte, "Torrente discendente", "Vallata del Tasso", "Casa degli Elfi chiari" ed infine la "Dimora degli uccisi" resa famosa dalle opere di Wagner, che non è affatto tutto il paradiso, ma una specie di rifugio per le anime dei coraggiosi che si preparano ad un nuovo tempo di lotta.
Oltre a questa stratificazione dell'aldilà, che ricorda in parte gli insegnamenti buddisti, esiste tuttavia anche un aldilà terreno: la "Casa di nebbia" non necessariamente un inferno anche se vi si accede per vie naturali: il ricettacolo di tutti coloro che, morendo annegati o per malattia, non hanno la forza di elevarsi fino alle dimore superiori.

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