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GERMANI E VICHINGHI: l'etica di guerra
di Mary Falco

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Questa dimora è finita perché legata alle vicende del mondo stesso e la condanna di coloro che vi finiscono non è dunque eterna, per quanto, dopo il lungo soggiorno infernale, corrono più facilmente il rischio di far tutt'uno con le forse del male, capeggiate da Loki, nella battaglia ingaggiata contro gli dèi solari, meritando così condanna definitiva.
La presenza occulta e infida di questo mondo infernale, sia pure ancora subordinato alle leggi naturali, induce il guerriero a staccarsi progressivamente dalla materia.
Ancora una volta però è impossibile separare ideologia e vicende storiche di effettiva sconfitta. Secondo le notizie raccolte da M. Caiani (A. Mari Caiani 1 Vichinghi di Jomsborg. Sansoni FI 82), comunque, nella fortezza di Jomsborg, la fortezza d'Islanda che resta pagana fino al 1274, al guerriero viene, di regola, interdetta la vita di famiglia.
Egli è tenuto a vivere coi suoi compagni alla fortezza e non può ne' assentarsi oltre un tempo determinato, ne' condurre donna con se'.
Girard non si stupisce di norme di tale genere poiché vede nella sessualità, come in ogni potere che sfugga a una completa pianificazione dell'uomo, una possibile fonte di violenza: "... Lo stesso rapporto tra sessualità e violenza, retaggio comune a tutte le religioni, si basa su una serie assai impressionante di convergenze... essa causa malattie, reali o immaginarie; sfocia nei dolori del parto... provoca, innumerevoli gelosie, rancori, lotte; è un'occasione permanente di disordine anche nelle comunità più armoniose." (Rene Girard La violenza ed il sacro. Parigi 1972 trad. Adelphi 1980 pag. 55)
Alfonso di Nola ritrova le stesse limitazioni sessuali nelle regole che organizzano la vita dei cacciatori (Alfonso di Nola: Cacciatori (religione dei...) Enciclopedia delle religioni. Vallecchi 1970 pag. 1417), ma sdrammatizza la questione osservando che la buona condizione sociale di cui gode la donna nelle società di cacciatori smentisce ogni differenza che non sia improntata semplicemente al buon senso: per non disperderle le energie del giovane cacciatore e non mettere a repentaglio la donna gravida permettendole di avvicinarsi ad animali feroci; quanto ai tabù che riguardano il sangue mestruale, niente altro che una prova in più di come il concetto di impuro, per il primitivo, sia materiale e non spirituale.
In ogni caso si tratta di limitazioni contingenti: Girard parla di norme di moralità familiare atte a prevenire l'incesto. Alfonso di Nola di un'astinenza periodica prima delle battuta di caccia. Ai Vichinghi di Jomsborg, invece, è proibita la sessualità coniugale per tutta la vita, con l'esito storico, a tutti noto, di moltiplicare le trasgressioni.
Questa norma si mostra subito come un'esasperazione dell'originario modello germanico. Tacito infatti osservava con ammirazione la saldezza famigliare dei Germani, le cui donne partecipavano anche alla vita di guerra.
Neppure tra gli sciamani la vocazione estatica comportala necessariamente la castità, se non in particolari periodi di ritiro. Con l'avanzare del tempo, invece, in corrispondenza all'affermarsi della famiglia come cellula socio-economica della società, aumentano anche le classi di esclusi, sia tra i religiosi che tra le compagini militari.
L'etica della cavalleria medioevale, delineata già dalla Riforma di Gregorio VII e precisata, con successione di leghe di pace e di concili di pace fino al "Liber ad amicorum" di Bonizone di Sutri, da alla chiesa un braccio secolare molto affine, negli intendimenti come nelle trasgressioni alla compagine della fortezza di Jomsbord.
Ma c'è di più, anche il "guerriero" della realizzazione interiore, di cui parlano i testi di Castaneda e di Collins, deve attenersi il più possibile alla castità.
Le motivazioni addotte da Castaneda non sono neppure di carattere morale, ma fanno riferimento a quello stesso concetto materiale di energia che guida i cacciatori. Castaneda non tocca neppure il lato morale della questione. osserva semplicemente che la persona innamorata è più accessibile, che la sessualità è dispersione di forze, quando egli stesso diviene veggente afferma addirittura di vedere il corpo astrale come un ovoide luminoso, con buchi neri nelle persone che hanno avuto dei figli.

Nel sesto libro di Castaneda, "II dono dell'aquila" (Carlos Castaneda: Il dono dell'aquila New York 1981 trad. di Francesca Dragone Bandel - Rizzoli MI 1985) i guerrieri si riuniscono in formazione.
Si parla allora finalmente del potere segreto che guidava don Juan: c'è un essere celeste che i veggenti percepiscono come aquila luminosa (il che non si discosta dalla posizione dell'aquila nella mitologia indoeuropea), che divora la consapevolezza umana subito dopo la morte, ma fa grazia ad una coppia di Nagual (condottiero) maschio e femmina, di conservare la propria consapevolezza per se', per i propri adepti, purché rigidamente uniti ai capi e ai due Nagual che si sceglieranno come successori prima di andarsene.
La formazione scompare dalla faccia della terra non appena trasmesso il messaggio alla nuova coppia, senza però entrare in un ordine organizzato in modo alternativo. (Carlos Castaneda: op. cit. parte III pag. 145 e segg)
A questo punto il mito germanico della "dimora degli uccisi" risulta veramente come un ideale indistruttibile, adombrato, ma non falsificato, da un'etica diversa che non ha ancora dimostrato di essere migliore.
Questa stessa etica, inoltre, è teorizzata dalla "Bhagavad-gita" immaginata proprio come il dialogo che lo stesso dio Krsna indice col suo discepolo Arjuna, guerriero coinvolto in una guerra fratricida e desideroso di evitarla, sul campo stesso di battaglia.
La tradizione fissa questa vicenda nel 3.000 a.C. e l'archeologia è riuscita in parte a documentare le vicende narrate.
Per quanto il libro sia frutto della devozione indiana, appare subito evidente la stretta analogia che intercorre tra questo guerriero interiore e le classi considerate finora.
Il guerriero viene ad essere l'immagine stessa dell'uomo, strumento nelle mani di un Dio che ha già deciso vita e morte secondo i meriti di ognuno.
Naturalmente non sempre si tratta di far materialmente battaglia, ma l'atteggiamento giusto consigliato di fronte a tutte le occasioni della vita è proprio quello rappresentato dall'etica di guerra: "Combatti per dovere senza considerare gioia e dolore, perdita o guadagno, vittoria o sconfitta; così non incorrerai mai nel peccato." (Bhagavad-gita cap. II verso 58)
Lo stato d'animo del guerriero, che combatte per una volontà che trascende la propria e non ha nessuna possibilità di trarre frutti dal suo operare, è dunque vista non già come una necessità contingente da abbandonare non appena le condizioni esterne lo permettano, ma come lo stato d'animo giusto che permette di liberarsi dalle leggi di soggezione alla materia.
Pertanto va coltivato in se stessi con risultati addirittura superiori a quelli attuati mediante la perfezione voga, almeno a quanto si afferma nella "Bhagavad-gita": "Colui che non è attaccato al frutto delle sue azioni ed agisce con senso del dovere è nell'ordine di rinuncia ed è il vero mistico: non colui che non accende il fuoco e non compie nessuna azione." (Bhagavad-gita. VI cap. verso I)
In armonia col mondo germanico quello vedico riconosce sia l'eternità dell'anima, anche se l'eccessivo attaccamento alla materia distrugge la memoria delle passate esperienze, sia l'esistenza di numerosi altri mondi in cui le condizioni di vita cambiano, ma permane la soggezione alla morte come momento di scontro tra le forze creative e distruttive.
Si riconosce anche un regno delle ombre, che tuttavia non si trova più sulla terra, ma nella luna, nel quale l'anima può finire anche senza colpa, qualora la morte avvenga in un momento poco propizio. Aldilà di queste dimensioni esiste anche una dimora suprema, preservata dalla distruzione universale, il Gimlè di memoria germanica che qui è invece la dimora di Krsna.
Ecco dunque che l'etica di guerra, superando l'attaccamento alle cose che ha originato la vicenda storica, s'innalza fino a costituire una religione a se' stante.
Resta da chiederci se anche la morale germanica in origine s'elevasse a queste altezze, o se l'induismo rappresenti un'elaborazione del tutto indipendente, fortemente debitrice nei confronti delle religioni locali.

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