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MIO PADRE RACCONTA IL NOVECENTO
di Aldo Viviano

Recensione

ARMENTI Teresa - "Mio Padre racconta il Novecento" - pagg. 128 cm. 15x21 - Edizioni G.C.F. Guarini - Montoro Inferiore (SA) - luglio 2006 - s.i.p.
Dopo aver letto l'agile saggio estivo del prof. di Castelsaraceno (PZ) ci siamo chiesti: può la vicenda familiare di un cittadino assurgere alla dignità di interprete del trascorso secolo che ha consegnato pari pari all'attuale appena iniziato le inquietudini socio-belliche, linguistico-letterarie, politico-religiose? La risposta non è stata facile! Così variegato ed estensivo il teatro, la platea ed il palcoscenico in cui  hanno operato, agito, interpretato i numerosi attori sudditi e detentori del potere.
Naturalmente qui si tratta di un revival di provincia, dove l'eco delle dilatate proporzioni di popoli e tiranni ambiziosi assume il ruolo lontano di un suono percettibile nella misura del coinvolgimento obbedienzale alle cosiddette "chiamate alle armi, per servire la Patria".
E solo su tale tessuto o trama si svolge la rievocazione storica, talvolta ripetitiva fino a diventare obsoleta, che l'autrice fa, raccogliendo dalla viva voce del genitore una summola esperienziale ben omologata nel giudizio della memoria o nell'albo dei ricordi.
Di qui l'immagine di copertina che presenta il narratore nella divisa di milite affidata alla

cornice vero trofeo importato dai luoghi di servizio nazionale obbligato.
Giustamente l'Armenti, che pubblica per la Collana Historia, ed ha al suo attivo una nutrita produzione di temi contenutistico-culturali, attinge più alla vicende fuori casa, per così dire, e si serve di quelle casalinghe a mò di cornice; perché il nostro contadino, al di là ed al di qua dell'esodo migrazionale, non è mai uscito dal proprio habitat se non a causa della "chiamata" o richiamata dello Stato che lo ha mandato al "Fronte" per esporlo in prima linea e celebrarne poi per qualcuno il martirio con la solita retorica del marmo post mortem.
Su tale sfondo di esistenza la saggistica riveste il quotidiano di famiglia, e per non cedere al solo risvolto monotematico accende i colori indigeni della vita di quartiere o di borgo, resa talvolta incandescente da folklore stagionale e ricreativo.
Una narrazione maculata di parentesi grigie, nere (come la "spagnola", la malaria, la prigionia).
Tra le pagine migliori di questa  consegna generazionale segnaliamo "i canti della mietitura", "il matrimonio per procura", il ritorno "al paese", "la scuola particolare", "al cantiere", "sul monte Raparo", per "mille lire al giorno. Andavamo la mattina di notte a piedi, per due ore "di cammino" (pagine 114)

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