|
Lucia Pasciucco… "Chi era costei?", ci si
potrebbe chiedere, parafrasando la celebre interrogazione manzoniana. Nata a
Stigliano nel 1949 e attualmente residente a Matera, da molti anni si diletta in
pittura, oltre a essere moglie e madre a tempo pieno.
Alcuni riconoscimenti e apprezzamenti da parte di "addetti ai lavori" e di
gente comune l'hanno convinta a far conoscere la propria opera al di fuori
delle mura domestiche.
I soggetti delle tele prendono spunto prevalentemente dalla campagna stiglianese,
dalle spiagge tirreniche della Lucania, dalla murgia materana.
Nelle prime due settimane di agosto, Colobraro ha ospitato, per iniziativa della
pro-loco, una mostra di pittura della suddetta (L'intensità
del Sud), attirando visitatori, in numero non cospicuo, ma manifestamente
lieto di aver usufruito di tale opportunità.
Mi sono chiesta il perché di questo duplice fenomeno: da un lato, la decisione
di tanti, informati dell'evento, di non varcare la soglia dell'edificio
ospitante la mostra (la "vecchia scuola" - come lo si chiama in paese –
del 1936); dall'altro, lo stupore, se non l'entusiasmo, di coloro che hanno
ceduto alla curiosità.
Non è questa la sede per un approccio socio-culturale a proposito, da cui ben
mi guardo, ritenendomene incapace e considerandolo francamente inutile.
Credo sia importante, tuttavia, prendere atto di un certo atteggiamento umano
nei confronti del Bello, fondamentale, a mio avviso, nella vita di ogni singolo,
in quanto dà un'impronta a tutto, dal rapporto con la natura a quello con le
persone amate e con il lavoro.
Dalle tele di Lucia Pasciucco trasuda, in varia misura, la Bellezza.
Lucia non è un'artista "originale", di quelli incensati dalla critica
intellettual-chic che, portando alle estreme conseguenze l'assurdo teorema per
cui non la bellezza, bensì solo l'originalità tout-court, sarebbe arte, è
giunta a osannare, non molti anni fa, a Venezia, un water! Non è un'artista
originale perché i suoi quadri rappresentano, per lo più, paesaggi, luoghi in
cui la stessa ha soggiornato per periodi più o meno lunghi.
Si tratta di opere autobiografiche, la cui vera originalità risiede, cioè,
nell'essere soprattutto stralci di una biografia dell'anima, originale,
unica e irripetibile com'è ogni anima.
|
Non cartoline anonime, dunque, ma immagini liriche; non si arrestano
all'occhio: lo penetrano per puntare decisamente al cuore.
La gran parte dei visitatori ha potuto semplicemente esclamare: "Che
bello!". Alcuni hanno notato il realismo dei massi che sembrano bucare la
tela, altri si sono inteneriti davanti alla mucca che nutre il proprio piccolo,
altri, ancora, hanno contemplato a lungo la barca in balìa delle onde del mare.
Coloro che hanno ravvisato un accenno di bellezza in quelle opere hanno ammesso,
umilmente, di non essere esperti del settore (solo alcuni, peraltro entusiasti,
possedevano conoscenze in materia), ma di averne comunque apprezzato la capacità
di parlare al cuore.
"La Bellezza è lo splendore del Vero": è per questo che l'arte più vera
non può essere appannaggio di esperti, ma è subito riconosciuta da tutti,
dall'umile contadino al dotto professore. Il vero è l'intima essenza delle
cose: della realtà che ci circonda e di quel che siamo noi. Allorché degli
spiragli di verità si comunicano da uomo a uomo - da artista a visitatore, nel
nostro caso -, il cuore non può non stupirsi e non riconoscere ciò che lo
accomuna al cuore degli altri: uno struggente desiderio di bellezza, verità,
giustizia, amore, che nessuno può sopprimere totalmente e che emerge, di tanto
in tanto, malgrado l'anestetizzante chiasso del mondo.
I paesaggi di Lucia Pasciucco, anche quelli apparentemente più scontati,
comunicano, forse anche al di là delle stesse intenzioni dell'autrice, questo
struggimento malinconico per un luogo fatto per noi, ma di cui abbiamo smarrito
la strada. Sarà questo il senso del viottolo, soggetto ricorrente in più di
una tela? A ben guardare, anche dove non sia rappresentata una vera e propria
"strada", tutto sembra invitare a cercare una via e a percorrerla: qui
delineata dal profilo delle colline stiglianesi che si allontanano verso
l'orizzonte, quasi a incuriosire lo spettatore; là suggerita
dall'inquietudine del mare (mai in tempesta, tuttavia incapace di tranquillità)
o, ancora, dai cieli carichi di nubi gravide di un mistero ineffabile.
La figura umana non ricorre sovente in queste tele.
Quando è presente, appare tesa alla ricerca di qualcosa – si tratti
dell'uomo in cammino verso il borgo, o di quello intento all'aratura, o
dell'altro assiso in riva al mare. Negli altri casi, è comunque lo sguardo
dell'artista sulla realtà ad assumere una concretezza da cui è impossibile
prescindere, come un discreto invito a contemplare e indagare il mistero
dell'essere. |