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VENEZIA E l’ISLAM 828-1797
di  Mary Falco


Venezia e l'Islam

Il 28 luglio, dopo i successi di Parigi e New York, l’interessante mostra dedicata al rapporto tra la Serenissima e il mondo islamico, dal titolo: Venezia e l’Islam 828-1797 è per così dire giunta a casa, ospitata nelle sale di Palazzo Ducale di Venezia, dove resterà fino al 25 novembre. Il luogo ne è la sede ideale, come simbolo della città e della sua millenaria storia civile.


Palazzo Ducale di Venezia

Nata dalla collaborazione scientifica tra gli studiosi dell’Institut du Monde Arabe di Parigi, del Metropolitan Museum of Art di New York e dei Musei Civici Veneziani, è curata da Stefano Carboni, organizzata e promossa dal Comune di Venezia e dalla Fondazione di Venezia, con la partecipazione di Venezia Musei, di CNS (Consorzio Nazionale dei Servizi) e Teleart. Catalogo Marsilio.
L’esposizione illustra l’articolato e intenso rapporto tra Venezia e il vasto mondo musulmano, attraverso centinaia di oggetti di un’arte raffinata e splendida (dai dipinti ai vetri, dalle ceramiche ai metalli, dai tessili ai materiali a stampa) provenienti da collezioni veneziane prestigiose e da altre grandi istituzioni museali europee e americane, che testimoniano reciproco influsso nella definizione ed evoluzione dei linguaggi artistici, intensità e continuità negli scambi, trasmissione dei saperi e delle tecniche, talento di artisti e artigiani, ma anche di commercianti e imprenditori, e, naturalmente, squisita abilità diplomatica.
Effettivamente Mille anni di storia accomunano le due civiltà: il loro inizio è collocato nel VII secolo.
L’era musulmana ha inizio nel 622 con l’egira (spostamento, migrazione) del profeta Maometto dalla Mecca a Yathrib (Medina), dove morirà dieci anni dopo e la rapidissima espansione che ne seguirà: ad occidente (in Europa), ad oriente (ai confini dell’India), oltre che sul bacino del Mediterraneo, comprendendo ben presto (638) anche la Terra Santa.
La storia di Venezia, avamposto dell’impero bizantino, si fa iniziare nel 697 con la nomina del suo primo Doge, Paoluccio Anafesto.
Data da cui è partita la leggenda della tradizionale fondazione il 25 marzo del 697, che associa la città alle festa dell’Annunciazione.
Entrambe le civiltà si sviluppano in aree che hanno visto nascere e tramontare antichi imperi, di cui ereditano e rilanciano in modo del tutto originale i valori.
Fin dal Neolitico un sofisticato sistema di percorsi carovanieri solcò la Penisola Arabica, mettendo in contatto l’Egitto con la civiltà Babilonese da una parte e coll’Oceano Indiano dall’altra; il paesaggio del deserto è infatti frutto di un'opera di

progettazione ed edificazione, perché l’uomo imparò presto ad imitare la natura scavando condotti d’acqua sotterranei per conservare e talvolta ricostruire le oasi.
Il Nilo costituisce in un certo senso un'oasi gigante, poiché la
civiltà egizia è basata sulla regolamentazione delle piene, sul controllo e la distribuzione delle acque.
Entrando in contatto commerciale con la penisola arabica e l'Asia, l’Egitto esportò inconsapevolmente il sistema di oasi protette di cui era il massimo fruitore.
In Mesopotamia il paesaggio non era meno artefatto: famosissimi furono nell'antichità i giardini pensili di Babilonia piantati su colossali terrazze artificiali sorrette da pilastri e volte impermeabilizzate con asfalto, i giardini-paradiso dei monarchi Persiani, strappati al deserto con faticose opere d'irrigazione e protetti dalla sabbia per mezzo d'alte mura, in parte coltivati a fiori e alberi disposti con rigida simmetria, come i giardini Assiri in parte boscosi e selvaggi, costituenti la riserva di caccia della corte.
La necessità di mantenere costose opere d’irrigazione determinò in Egitto come in Persia la nascita di monarchie potenti, ritenute d’origine divina, che asservivano una massa di schiavi.
Nel deserto invece fa la sua comparsa una religione d’eguaglianza e di libertà: la Bibbia vede tutti gli uomini creati ad immagine di un unico Dio, che li vuole alleati fra loro e fa una precisa distinzione tra la "buona terra", che produce i frutti necessari al sostentamento ed i giardini pagani, dove si coltivano droghe inutili e dannose.
I beduini che conducono le carovane di prodotti attraverso il deserto conoscono tutte queste civiltà, ma non ne assorbono nessuna; da buoni commercianti trovano il modo di trattare con tutti, senza legarsi stabilmente.
L’impero di Roma s’inserisce violentemente in questa realtà: conquista tutto il territorio, riducendo i vecchi stati orgogliosi ed indipendenti in province romane e distrugge Gerusalemme, causando la diaspora ebraica, ma la nuova religione cristiana mette lentamente in crisi la macchina imperiale ed alla sua caduta le opere d’irrigazione sono progressivamente abbandonate ed apparentemente torna a prevalere il deserto, con la sua faticosa civiltà di oasi e le piste battute dai cammelli, dove gli Arabi restano sostanzialmente liberi e conducono la vita di sempre, finché non vengono improvvisamente illuminati e coordinati da Maometto.
La situazione del Nord è del tutto diversa. La regione compresa fra le Alpi e l’Adriatico e delimitata dall’Adige ed dal Timavo è una terra naturalmente boscosa e fertile, quasi certamente abitata fin dal Paleolitico: prima dagli Ibero-Liguri, poi dagli Euganei, finché prevale la popolazione dei Veneti, da cui appunto è denominata Venetia. Qui si può vivere di caccia, pesca, raccolta e quando si comincia a coltivare la terra ed allevare il bestiame è solo per aumentare stabilità e benessere. Senza dubbio si tratta della zona più ricca della Val Padana, sulla quale fiorirono molte leggende: si diceva che il carro di Fetonte fosse precipitato nel Po, che le isole di questo fiume avessero spiagge d’ambra, che i troiani fuggiaschi avessero fondato nuove città: Padova, Adria, Spina. E poiché indubbiamente il mare era il veicolo primo di tutte le ricchezze, c’è sempre stata la convinzione che la laguna di Venezia, fosse il centro vivo di tutto.
Certamente da tempo immemorabile la popolazione delle isole viveva di pesca, raccolta del sale e trasporti e l’Itinerarium Antonini, datato III sec. d.C. parla di una via endolagunare che percorreva la fascia costiera adriatica, tanto che da Ravenna ad Altino si viaggiava attraverso i “Sette Mari”, come erano chiamate le lagune.

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