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VENEZIA E l’ISLAM 828-1797
di Mary Falco

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I metalli A Damasco e al Cairo, in epoca mamelucca (1250-1517), si sviluppa una produzione di raffinati oggetti in metallo riccamente intarsiati d’oro e d’argento. Ben presto l’Europa costituirà un mercato importante per questi manufatti, in cui Venezia giocherà un ruolo essenziale non solo nell’esportazione delle materie prime e nell’importazione di prodotti finiti, ma anche, in seguito, nell’imitazione di tecniche e decori.
1326-1344. Embargo del pontefice sul commercio con l’Egitto.
Metà del XIV secolo. Apertura progressiva delle linee di navigazione delle galere verso l’Oriente (Alessandria e Beirut).
1347-1348. Carestia e peste nera. Per ripopolare l’Europa dopo la carestia riprende vigore il commercio degli schiavi ed anche la Chiesa chiude un occhio: si importano bambini per imprese in gran parte domestiche e per aiutare in casa, i più fortunati riescono ad entrare nelle grazie dei nuovi padroni e da grandi sono affrancati. Non poche giovanissime serve restano incinte: se la padrona è sterile il padrone adotta il bambino, che viene dunque battezzato e naturalizzato, in caso contrario resta comunque in famiglia, sia pure come servo. Sempre più frequenti sono i matrimoni misti.
1388. Trattato commerciale tra Venezia e i Turchi.
1346-1371. I Turchi si insediano in Europa (Tracia) e fondano la loro nuova capitale a Edirne (Adrianopoli).
1375. Consoli veneziani ad Alessandria, al Cairo, a Damasco e a Beirut.
Nel commercio con l’Oriente, Venezia da sempre affida un ruolo strategico all’impegno diplomatico, assumento atteggiamenti spregiudicati per l’epoca; anche durante le crociate si muovono in modo da mantenere buoni rapporti commerciali con l’Islam, venendo perciò spesso accusati di opportunismo: i dogi intessono negoziati commerciali incontrando formalmente sultani e altri plenipotenziari, assistiti dagli ambasciatori; a un livello più operativo, la Repubblica installa nelle “colonie” i baili, sorta di consoli con il compito di mantenere rapporti corretti e cordiali col potere locale - anche pagando tributi - e fungere da arbitri in eventuali contenziosi commerciali che vedano coinvolti veneziani. La diplomazia è dunque al servizio del commercio; d’altro canto, lo scambio rituale di doni favorisce, da entrambe le parti, la conoscenza e l’apprezzamento del meglio della produzione dell’altro, finendo col contribuire anche allo scambio culturale e artistico tra le due civiltà.
Il papa tenterà più volte di vietare il commercio con l’infedele ma il traffico con l’oriente è talmente vitale che i veneziani si batteranno sempre per ottenerne la revoca, sfidando l’autorità del pontefice. Intanto all’inizio del XIV secolo la manifattura vetraria veneziana è un’industria ben avviata i cui risultati sono molto vicini ai modelli siriani. Nel XV secolo i vetri veneziani finiscono col superare quelli orientali sia sul piano economico che su quello tecnico- artistico, al punto che Venezia diventa il principale luogo di produzione e di esportazione e gli stessi i sultani ottomani commissionano a Venezia persino le lampade da moschea.
Venezia raggiunge in questi anni il suo massimo fulgore. Il terreno è caro, ma va egualmente a ruba e la gente costruisce abitazioni dai tondi comignoli e dalle mura affrescate, che valgono alla città il soprannome di “urbs picta”, con caratteristiche terrazze di legno sospese sui tetti dette “altane”, soprattutto negli appartamenti senza giardino, scale di pietra viva, balconi e finestre di “vetro cristallino” prodotto in grande quantità dai vetrai di Murano. Gli interni han camere tappezzate dai caratteristici cuoi dorati e sbalzati, mobili di pregio, vasi e tappeti orientali... insomma un alto tenore di vita ed anche la nascita di uno stile proprio, in equilibrio tra oriente ed occidente.
1402. Sconfitta ottomana ad opera di Tamerlano.
1404. Venezia si espande verso la Terraferma.
1409. Venezia conquista la Dalmazia.
1442. Trattati commerciali tra Venezia e il sultano Mamelucco.
1421-1444. Mûrad II ristabilisce lo Stato ottomano, annette la Serbia, conquista la Morea e arricchisce la capitale.


Maometto II

1444-1481. Regno di Maometto II il Conquistatore.
1453. Presa di Costantinopoli e fine dell’Impero Bizantino. Nel ’58 il sultano stabilisce la propria capitale nella città conquistata che diventa Istanbul.
È la fine del mondo greco.
Mentre oggi infatti il termine “Grecia” si ricollega automaticamente, all’Attica, nel quattrocento Pietro Bembo afferma con orgoglio: “Noi siamo confinanti dei Greci” estendendo i confini della Grecia al Peloponneso, Tessaglia, Macedonia, parte dell’Epiro e naturalmente tutte le isole, cioè a tutto l’impero Bizantino. Ancora Paolo Sarpi nel 1600 ed Antonio Arrighi nel 1749 intendono con la parola “Grecia” indicare tutte le aree grecofone.
Curioso fenomeno davvero, dato che i bizantini invece chiamavano la loro terra “Romania” perché si ritenevano i più diretti discendenti di Roma Antica… e custodi dei valori occidentali!
Il 4 febbraio 1438 era sbarcata a Venezia una nutrita schiera di delegati al concilio di Ferrara, che l’anno successivo sarà replicato a Firenze, senza modificare in nulla la posizione della Chiesa Orientale, ma offrendo ai dotti bizantini la possibilità di conoscere la Serenissima, che appare subito a tutti un possibile asilo dato l’imminente crollo. Così il “vinti nuove … de mazo” del 1453, come annota diligentemente Nicolò Barbaro, quando “Dio diè la aspra sententia contra griexi, che el volse che questa città andasse in questo zorno in man de Macomet bei” cioè quando Dio punì l’oriente scismatico consegnandolo in mano ai turchi, colorita visione dei fatti che sarà conservata intatta anche da Francesco Morosini e Nicolò Trevisan, gran parte dell”intelligentia” bizantina trovò rifugio a Venezia e di lì cercò sistemazione a Roma ed a Firenze. Si può ben dire che questa sventura politica, se non fu proprio la causa del rinato amore per l’Ellade, certo lo influenzò profondamente. Anche perché a dispetto di molti laici che odiavano i Greci e ritenevano giusto ch’essi finissero in mano ai Turchi, alla guida della Chiesa c’era Enea Silvio Piccolomini, papa Pio II, che aveva incaricato il cardinale Bessarione di salvare tutto il salvabile in fatto di testi classici. Ecco così approdare a Venezia nel 1468 ben 900 codici antichi, di cui più della metà in greco. Pare dunque naturale considerare Venezia una nuova Atene e Giorgio da Trebisonda, nel dedicare alla Serenissima Repubblica la traduzione latina delle “Leggi” di Platone, osservava giustamente che gli ideali ivi espressi ispiravano in parte il governo dei dogi. Le idee classiche non solo vengono valorizzate e custodite, ma continuano a circolare, alimentando un patriziato cittadino che vive di mercatura e quindi non immobilizza mai i beni. Nasce così il commercio di testi greci di Lauro Querini, che alimenta biblioteche pubbliche e private. Ma non è solo la cultura classica quella che si rifugia a Venezia: qui per la prima volta la religione greco-scismatica viene riconosciuta e protetta dall’autorità costituita, che permette ai Greci di vivere secondo il proprio rito tanto a Venezia che nelle terre d’oltremare. Un atteggiamento di tolleranza che costerà carissimo alla Repubblica nei tempi della sacra inquisizione e dell’interdetto, ma che pure non fu mai abbandonato. Per questo forse già nel 1478 i Greci formavano una colonia di 4.000 persone su un totale di 110.000 abitanti. Un piccolo mondo a parte fatto in gran parte di “Madonneri” = pittori d’icone sacre, orafi, capitani di mercantili, tipografi, commercianti, militari… e commercianti di vini e spezie, che passato lo spavento della guerra riallacceranno presto le relazioni coi Turchi, tanto che il “vin di Cipro” comparirà addirittura, nel 1753 fra le mani orgogliose del marchese di Forlipopoli, uno dei personaggi più gustosi uscito dalla penna goldoniana. I Greci più colti, naturalmente, insegnano la lingua e non solo classica, c’è anche una piccola miniera di scritture di governo, dalla difficile terminologia burocratica, che si riproporrà, snellita e rinnovata, nel diritto, soprattutto marittimo, veneziano e per finire Venezia scopre le “grechesche”= poesie in musica che avranno un loro ruolo nel canto rinascimentale.

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