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I metalli
A Damasco e al Cairo, in epoca mamelucca (1250-1517), si
sviluppa una produzione di raffinati oggetti in metallo riccamente intarsiati
d’oro e d’argento. Ben presto l’Europa costituirà un mercato importante per
questi manufatti, in cui Venezia giocherà un ruolo essenziale non solo
nell’esportazione delle materie prime e nell’importazione di prodotti finiti, ma
anche, in seguito, nell’imitazione di tecniche e decori.
1326-1344.
Embargo del pontefice sul
commercio con l’Egitto.
Metà del XIV secolo.
Apertura progressiva
delle linee di navigazione delle galere verso l’Oriente (Alessandria e Beirut).
1347-1348.
Carestia e peste nera. Per
ripopolare l’Europa dopo la carestia riprende vigore il commercio degli schiavi
ed anche la Chiesa chiude un occhio: si importano bambini per imprese in gran
parte domestiche e per aiutare in casa, i più fortunati riescono ad entrare
nelle grazie dei nuovi padroni e da grandi sono affrancati. Non poche
giovanissime serve restano incinte: se la padrona è sterile il padrone adotta il
bambino, che viene dunque battezzato e naturalizzato, in caso contrario resta
comunque in famiglia, sia pure come servo. Sempre più frequenti sono i matrimoni
misti.
1388.
Trattato commerciale tra
Venezia e i Turchi.
1346-1371.
I Turchi si insediano in
Europa (Tracia) e fondano la loro nuova capitale a Edirne (Adrianopoli).
1375.
Consoli veneziani ad
Alessandria, al Cairo, a Damasco e a Beirut.
Nel commercio con l’Oriente, Venezia da sempre affida un
ruolo strategico all’impegno diplomatico, assumento atteggiamenti spregiudicati
per l’epoca; anche durante le crociate si muovono in modo da mantenere buoni
rapporti commerciali con l’Islam, venendo perciò spesso accusati di
opportunismo: i dogi intessono negoziati commerciali incontrando formalmente
sultani e altri plenipotenziari, assistiti dagli ambasciatori; a un livello più
operativo, la Repubblica installa nelle “colonie” i baili, sorta di
consoli con il compito di mantenere rapporti corretti e cordiali col potere
locale - anche pagando tributi - e fungere da arbitri in eventuali contenziosi
commerciali che vedano coinvolti veneziani. La diplomazia è dunque al servizio
del commercio; d’altro canto, lo scambio rituale di doni favorisce, da entrambe
le parti, la conoscenza e l’apprezzamento del meglio della produzione
dell’altro, finendo col contribuire anche allo scambio culturale e artistico tra
le due civiltà.
Il
papa tenterà più volte di vietare il commercio con l’infedele ma il traffico con
l’oriente è talmente vitale che i veneziani si batteranno sempre per ottenerne
la revoca, sfidando l’autorità del pontefice. Intanto all’inizio del XIV secolo
la manifattura vetraria veneziana è un’industria ben avviata i cui
risultati sono molto vicini ai modelli siriani. Nel XV secolo i vetri veneziani
finiscono col superare quelli orientali sia sul piano economico che su quello
tecnico- artistico, al punto che Venezia diventa il principale luogo di
produzione e di esportazione e gli stessi i sultani ottomani commissionano a
Venezia persino le lampade da moschea.
Venezia raggiunge in questi anni il suo massimo fulgore.
Il terreno è caro, ma va egualmente a
ruba e la gente costruisce abitazioni dai tondi comignoli e dalle mura
affrescate, che valgono alla città il soprannome di “urbs picta”, con
caratteristiche terrazze di legno sospese sui tetti dette “altane”,
soprattutto negli appartamenti senza giardino, scale di pietra viva, balconi
e finestre di “vetro cristallino” prodotto in grande quantità dai vetrai di
Murano. Gli interni han camere tappezzate dai caratteristici cuoi dorati e
sbalzati, mobili di pregio, vasi e tappeti orientali... insomma un alto
tenore di vita ed anche la nascita di uno stile proprio, in equilibrio tra
oriente ed occidente.
1402.
Sconfitta ottomana ad
opera di Tamerlano.
1404.
Venezia si espande verso
la Terraferma.
1409.
Venezia conquista la
Dalmazia.
1442.
Trattati commerciali tra
Venezia e il sultano Mamelucco.
1421-1444.
Mûrad II ristabilisce lo
Stato ottomano, annette la Serbia, conquista la Morea e arricchisce la
capitale.
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Maometto II
1444-1481.
Regno di Maometto II il
Conquistatore.
1453.
Presa di Costantinopoli e
fine dell’Impero Bizantino. Nel ’58 il sultano stabilisce la propria
capitale nella città conquistata che diventa Istanbul.
È la fine del mondo greco.
Mentre oggi infatti il termine
“Grecia” si ricollega automaticamente, all’Attica, nel quattrocento Pietro
Bembo afferma con orgoglio: “Noi siamo confinanti dei Greci” estendendo i
confini della Grecia al Peloponneso, Tessaglia, Macedonia, parte dell’Epiro
e naturalmente tutte le isole, cioè a tutto l’impero Bizantino. Ancora Paolo
Sarpi nel 1600 ed Antonio Arrighi nel 1749 intendono con la parola “Grecia”
indicare tutte le aree grecofone.
Curioso fenomeno davvero, dato che i
bizantini invece chiamavano la loro terra “Romania” perché si ritenevano i
più diretti discendenti di Roma Antica… e custodi dei valori occidentali!
Il 4 febbraio 1438 era sbarcata a
Venezia una nutrita schiera di delegati al concilio di Ferrara, che l’anno
successivo sarà replicato a Firenze, senza modificare in nulla la posizione
della Chiesa Orientale, ma offrendo ai dotti bizantini la possibilità di
conoscere la Serenissima, che appare subito a tutti un possibile asilo dato
l’imminente crollo. Così il “vinti nuove … de mazo” del 1453, come annota
diligentemente Nicolò Barbaro, quando “Dio diè la aspra sententia contra
griexi, che el volse che questa città andasse in questo zorno in man de
Macomet bei” cioè quando Dio punì l’oriente scismatico consegnandolo in mano
ai turchi, colorita visione dei fatti che sarà conservata intatta anche da
Francesco Morosini e Nicolò Trevisan, gran parte dell”intelligentia”
bizantina trovò rifugio a Venezia e di lì cercò sistemazione a Roma ed a
Firenze. Si può ben dire che questa sventura politica, se non fu proprio la
causa del rinato amore per l’Ellade, certo lo influenzò profondamente. Anche
perché a dispetto di molti laici che odiavano i Greci e ritenevano giusto
ch’essi finissero in mano ai Turchi, alla guida della Chiesa c’era Enea
Silvio Piccolomini, papa Pio II, che aveva incaricato il cardinale
Bessarione di salvare tutto il salvabile in fatto di testi classici. Ecco
così approdare a Venezia nel 1468 ben 900 codici antichi, di cui più della
metà in greco. Pare dunque naturale considerare Venezia una nuova Atene e
Giorgio da Trebisonda, nel dedicare alla Serenissima Repubblica la
traduzione latina delle “Leggi” di Platone, osservava giustamente che gli
ideali ivi espressi ispiravano in parte il governo dei dogi. Le idee
classiche non solo vengono valorizzate e custodite, ma continuano a
circolare, alimentando un patriziato cittadino che vive di mercatura e
quindi non immobilizza mai i beni. Nasce così il commercio di testi greci di
Lauro Querini, che alimenta biblioteche pubbliche e private. Ma non è solo
la cultura classica quella che si rifugia a Venezia: qui per la prima volta
la religione greco-scismatica viene riconosciuta e protetta dall’autorità
costituita, che permette ai Greci di vivere secondo il proprio rito tanto a
Venezia che nelle terre d’oltremare. Un atteggiamento di tolleranza che
costerà carissimo alla Repubblica nei tempi della sacra inquisizione e
dell’interdetto, ma che pure non fu mai abbandonato. Per questo forse già
nel 1478 i Greci formavano una colonia di 4.000 persone su un totale di
110.000 abitanti. Un piccolo mondo a parte fatto in gran parte di
“Madonneri” = pittori d’icone sacre, orafi, capitani di mercantili,
tipografi, commercianti, militari… e commercianti di vini e spezie, che
passato lo spavento della guerra riallacceranno presto le relazioni coi
Turchi, tanto che il “vin di Cipro” comparirà addirittura, nel 1753 fra le
mani orgogliose del marchese di Forlipopoli, uno dei personaggi più gustosi
uscito dalla penna goldoniana. I Greci più colti, naturalmente, insegnano la
lingua e non solo classica, c’è anche una piccola miniera di scritture di
governo, dalla difficile terminologia burocratica, che si riproporrà,
snellita e rinnovata, nel diritto, soprattutto marittimo, veneziano e per
finire Venezia scopre le “grechesche”= poesie in musica che avranno un loro
ruolo nel canto rinascimentale.
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