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(in lingua inglese)

The Mystique of Colobraro
The Mystique of Colobraro
My grandmother, who left Colobraro in 1910 to come to the United States for a better life, was like many other grandparents
in the way she treated her grandchildren: more kind and considerate, perhaps, than she had been toward her own children,
less strict in her discipline.
My family lived in a small, two-bedroom house at 1204 Arch Street in Youngstown, Ohio—a house that my grandparents had had
built for them—and when my brother and I were young, we slept in the same bedroom with our grandmother after our grandfather had died.
Because both my mother and father had to work, our elderly grandmother took care of my brother and me.
We knew that our maternal grandparents had come from Italy, and we knew that they had lived in a small town in Basilicata.
“Near the arch of the boot,” our grandmother would say whenever we asked where Colobraro was.
Although she never talked much about the life she had left behind, she sometimes spoke fondly of her country and countrymen,
and of the family that had stayed in Colobraro.
There were other Colobraresi living in our neighborhood, enough to help flesh out the story of our grandparents’ former life.
Whenever my grandmother got together with her half sisters—Annunziata (Vecchiotto) Altieri and Filomena (Adelina Smeraldo?)
Isceri they talked about their brother, Antonio, who had remained in Colobraro. We never did discover Antonio’s family name.
Was it Gialdino, Vecchiotto, Smeraldo? We did learn that our grandparents’ eldest son, Giovanni Zito, had used the money his
parents had sent him to come to America to get married, and that he and his wife had children of their own.
And when we had to send away to Colobraro for our grandparents’ birth certificates, we finally learned the names of their own parents.
My grandfather, Giuseppe Zito, was the son of Giovanni Zito and Maria Luigia D’Alitto.
My grandmother, Rosaria Gialdino, was the daughter of Vincenzo Gialdino and Maria Michele Romano.
In 1959, when I was ten years old, my grandmother died at home of a heart attack.
My mother and I were with her when she passed. Her death had a profound effect on me.
Her empty bed in our bedroom was a constant reminder that she was gone, and at first I was afraid, scared that her ghost would return to harm me.
But when I told my mother about my fear, she said, “Your grandmother was always so good to you.
Why would she come back to hurt you?” It made sense what my mother said, and after that I was able to grieve about my grandmother’s
death in a normal way.
And, in a normal way, I thought about her sporadically over the years; but I was busy living my own life, and never
devoted much time to thoughts about my Italian heritage.
But in 1999, forty years after her death, my grandmother began to enter my mind again.
I talked to my mother about it, and she sent me photos of my grandmother and grandfather.
In one photo, taken when I was approximately five years old, I stand beside my grandmother in our large backyard garden;
and in that photograph, more than in any other, I clearly recognized the unalterable connection to my Italian half.
I began to ask my mother questions. When she was young, what did her parents tell her about Italy?
Could she recall conversations that her mother and her mother’s half sisters had about the Old Country?
Why did her mother’s sisters have different surnames? Who were our relatives in Italy? Did any of them still live in Colobraro?
My mother had few answers. Her elders always seemed reluctant to discuss the past, and the younger generation didn’t think to ask
questions about Colobraro, or about their relatives there.
Five years ago I began to plan in earnest for a trip to southern Italy.
I searched online at paginebianche.it for familiar surnames in Colobraro: Zito and Gialdino.
There was only one Gialdino, and only a few Zitos. I wrote letters to all of them.
And I wrote a letter to the grandson of my mother’s Italian brother, Giovanni Zito, who had died in the 1980s.
My mother had never met her older Italian brother. I had found his grandson’s Colobraro address in the online Italian directory.
Only one of the people I wrote to responded: a third cousin whose great-grandfather, Nicola Zito, was the brother of my grandfather, Giuseppe Zito.
I learned from this third cousin, in a later correspondence, that Giovanni Zito’s grandson had died a few years earlier.
This grandson and his sister had visited America in the early 1980s, but I never had a chance to meet them.
Our trip to Colobraro in 2003 was a dream come true, and, in many ways, it had a dreamlike quality.
We were enchanted by the stark beauty of southern Italy. The relatives that we met were kind and generous beyond compare.
And Colobraro itself was a magical place - a city on a hill, with a view that seemed to stretch forever.
Of course, we understood that the people living there had a different reality; you never view your hometown the same way strangers see it.
You may have to struggle to make a living.
You may want to leave as soon as the first opportunity presents itself - the way my grandparents did when they left Colobraro
at the turn of the 20th century. They left their hometown and their country, never to return again.
And they left family behind, who they never saw again.
We were fortunate to find descendents of my grandfather’s family; but I have yet to discover what happened to the descendents of the family Gialdino.
I have tried in vain to find them. But I feel that they are out there, that I have yet another connection to the people of southern Italy.
This ethereal connection is, for me, part of the mystique of Colobraro.
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(in lingua italiana)
La Mistica di Colobraro
Mia nonna, che partì da Colobraro il 1910, per venire negli Stati Uniti, per
una vita migliore, era come molti altri nonni, nel senso che curava i suoi
nipoti in un modo più gentile e riguardoso, forse, che verso i propri figli,
essendo meno rigida nella disciplina. La mia famiglia viveva in una piccola
casa di due camere da letto, al n° 1204 di Arch Street (la Strada dell’Arco)
a Youngstown, nell’Ohio - una casa che i miei nonni avevano fatto costruire
per sè - e quando io e mio fratello eravamo giovani, dormivamo nella stessa
camera, con la nonna, dopo che il nonno era morto.
Poiché mia madre e mio padre dovevano lavorare, la nonna anziana si prendeva
cura di me e di mio fratello. Sapevamo che i nostri nonni materni erano
venuti dall'Italia e sapevamo che avevano vissuto in una piccola città della
Basilicata. "Vicino all'arco dello stivale" era solita dire la nonna ogni
volta che le chiedevamo dove era Colobraro. Per quanto non parlasse molto
della vita che si era lasciata alle spalle, a volte parlava in modo
affettuoso del paese, dei paesani e della famiglia che aveva lasciato a
Colobraro. C’erano altri Colobraresi, che vivevano abbastanza vicino a noi,
per aiutarci a mettere insieme la storia della vita precedente dei nostri
nonni. Ogni volta che mia nonna si incontrava con le sue sorellastre -
Annunziata (Vecchiotto) Altieri e Filomena (Adelina Smeraldo?) Isceri –
insieme parlavano di loro fratello Antonio, che era rimasto a Colobraro. Non
abbiamo scoperto mai il cognome di Antonio. Era Gialdino, Vecchiotto,
Smeraldo? Riuscimmo a sapere che il figlio più anziano dei nostri nonni,
Giovanni Zito, si era servito dei soldi che i genitori gli avevano spedito,
per il viaggio in America, per sposarsi e che lui e sua moglie hanno avuto
dei figli. E quando abbiamo richiesto a Colobraro i certificati di nascita
dei nostri nonni, abbiamo finalmente scoperto anche i nomi dei loro
genitori. Mio nonno, Giuseppe Zito, era figlio di Giovanni Zito e di Maria
Luigia D’Alitto. Mia nonna, Rosaria Gialdino, era la figlia di Vincenzo
Gialdino e di Maria Michela Romano. Nel 1959, quando avevo dieci anni, la
nonna morì a casa, per un attacco cardiaco. Io e mia madre eravamo con lei,
quando lei passò a miglior vita. La sua morte ebbe un effetto profondo su di
me. Il suo letto vuoto, nella nostra camera, era un ricordo costante che lei
era andata via ed inizialmente ero spaventato, temendo che il suo fantasma
sarebbe tornato, per farmi del male. Ma quando parlai con mia madre del mio
timore, lei disse: "Tua nonna è stata sempre così buona con te. Perchè
dovrebbe tornare per danneggiarti?" Diedi molto peso a ciò che mi disse mia
madre e dopo di allora potevo portare il lutto per la morte della nonna, in
modo normale. E, in senso normale, ho pensato sporadicamente a lei, nel
corso degli anni; ma ero impegnato a vivere la mia vita e non dedicavo mai
molto tempo ai pensieri sul mio retaggio italiano. Ma nel 1999, quaranta
anni dopo la sua morte, la nonna è tornata ad entrare ancora nella mia
mente. Ne ho parlato con mia madre e lei mi ha spedito delle foto della
nonna e del nonno. In una foto, scattata quando avevo circa cinque anni,
stavo in piedi al fianco di nonna, nel nostro grande giardino; ed in quella
fotografia, più che in qualsiasi altra foto, ho riconosciuto chiaramente il
mio legame alle radici della mia metà italiana. Ho cominciato a fare domande
a mia madre. Quando era giovane, cosa le dicevano i genitori dell'Italia?
Poteva ricordare le conversazioni di sua madre e delle sue sorellastre sul
vecchio paese? Perchè le sorellastre di sua madre hanno cognomi differenti?
Chi erano i nostri parenti in Italia? Ce n’è qualcuno di loro ancora a
Colobraro? Mia madre ha saputo darmi solo poche risposte. I suoi genitori
erano sempre riluttanti a parlare del passato e la nuova generazione non
pensa a fare domande su Colobraro o sui loro parenti di là. Cinque anni fa
ho cominciato a progettare seriamente un viaggio in Italia meridionale. Ho
cercato online su paginebianche.it i cognomi dei familiari di Colobraro:
Zito e Gialdino. C’era soltanto un Gialdino e soltanto alcuni Zito. Ho
scritto lettere a tutti. Ed ho scritto una lettera al nipote del fratello
italiano di mia madre, Giovanni Zito, che era morto negli anni 80. Mia madre
non si era mai messa in contatto con suo fratello italiano, più anziano.
Nell'indice italiano online, avevo trovato l'indirizzo di suo nipote di
Colobraro. Soltanto uno delle persone, alle quali ho scritto, mi ha
risposto: un terzo cugino il cui bisnonno, Nicola Zito, era il fratello di
mio nonno, Giuseppe Zito. Ho appreso da questo cugino di terzo grado, in una
corrispondenza successiva, che il nipote di Giovanni Zito era morto alcuni
anni prima. Questo nipote e sua sorella avevano visitato l'America
all'inizio degli anni 80, ma non ho avuto mai l’opportunità di contattarli.
Il nostro viaggio a Colobraro del 2003 è stato un sogno diventato realtà e,
in molti sensi, ha avuto una qualità trasognata. Siamo rimasti incantati
dalla bellezza austera dell'Italia meridionale.
I parenti, con i quali siamo
venuti a contatto, sono stati gentili e generosi in modo squisito. E
Colobraro stessa era una città magica - su una collina, con una vista che
sembrava allungarsi per sempre.
Naturalmente capiamo che la gente che vive
là ha una realtà differente; non si osserva mai il proprio paese con gli
stessi occhi, con cui lo vedono gli stranieri. Magari c’è da lottare per
farsi una vita. Si può persino desiderare di andare via, alla prima
occasione – avvertire il senso dei miei nonni, quando hanno lasciato
Colobraro all'inizio del ventesimo secolo. Si son lasciati alle spalle i
familiari, che non hanno mai più visto. Noi siamo stati fortunati nel
trovare dei parenti della famiglia di mio nonno; ma non ho ancora scoperto
che cosa è accaduto ai discendenti della famiglia Gialdino. Invano li ho
cercato, ma ritengo che siano là e che ho ancora un altro legame con la
gente dell'Italia del sud. Per me, questo etereo collegamento fa parte della
mistica di Colobraro. |