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RELAZIONE per la presentazione del libro
"NELLA TERRA DEL MAGICO E DEL FANTASTICO: COLOBRARO"
di Daniele Calvi

“Bene e male e i loro contrasti, e il trionfo del bene e il rinascere dell'insidia e del pericolo, non sono effetto di una forza estranea alla vita, ma sono nella vita stessa, e anzi sono la vita stessa”
(B. Croce)
Poiché sono stato invitato nelle vesti di giornalista – questa è infatti la qualifica che appare accanto al mio nome nella scaletta degli interventi - comincerò col rimarcare la tempestività di questa iniziativa. Sì, perché il bellissimo libro di cui parleremo oggi insieme a voi e da cui trarranno spunto i successivi contributi è, come si suol dire, “fresco di stampa”, uscito pochi giorni fa per i tipi della Nuova Arnica Editrice di Roma. Stando ai canoni classici del giornalismo, quindi, “siamo sulla notizia” e l'incontro odierno possiede tutte le caratteristiche necessarie per essere definito a pieno titolo un'anteprima. Al contrario di altre curiose coincidenze che illustrerò più avanti, non si tratta però di una combinazione fortuita, di un benevolo capriccio del caso. La professoressa Santone, infatti, si è letteralmente prodigata perché questo volume vedesse la luce in tempo utile per essere presentato nel corso della “magica” estate colobrarese, all'interno del nutrito programma di manifestazioni predisposto dall'Amministrazione Comunale, dalla Biblioteca e dalla Pro Loco con l'ausilio di tanti encomiabili volontari. E, a riprova del fatto che quando l'azione umana è sorretta da capacità, intelligenza e determinazione finisce sempre per avere successo, Laura è riuscita a raggiungere l'obiettivo, superando non solo gli inevitabili contrattempi che si accompagnano ad ogni impresa del genere ma, soprattutto, i dispetti e i tranelli della sorte che, secondo i superstiziosi, ed è proprio questo uno dei temi che affronterò tra breve, si diverte spesso a “mettersi di traverso”, ostacolando anche i progetti migliori. Che il convegno sulla letteratura fantastica del 18 dicembre 2004 sia stato uno degli eventi culturali di maggior rilievo organizzati a Colobraro negli ultimi anni risulta evidente anche a chi come me, per ragioni di lavoro, non ha potuto assistervi di persona. Bastava già allora dare un'occhiata al depliant o alla locandina di presentazione, visitare il sito e la pagina web con cui l'iniziativa venne promossa su internet, leggere i nomi dei relatori e degli ospiti, i titoli degli interventi per cogliere l'importanza di quella giornata di studi. A percorrere i "Sentieri e territori del Fantastico"- così s'intitolava quella manifestazione - oltre a Laura Santone, vi erano Romolo Runcini, Antonello Colli, Giovanni La Guardia, Antonia Rago, Lia De Martino, figlia del noto antropologo Ernesto De Martino che, con la sua equipe, condusse negli anni Cinquanta a Colobraro e in altre località della Lucania una memorabile indagine sulla funzione del magico nella cultura popolare. Raramente erano giunte tutte insieme a Colobraro tante eminenti personalità del mondo accademico, tanti studiosi ed esperti di fama internazionale. Ora che gli atti sono stati raccolti in volume possiamo apprezzare ancora meglio la qualità e il valore di quel convegno. Il libro, a partire dalla sua veste tipografica, per usare le parole di Laura Santone "si offre non a caso capovolta nelle mani del lettore, irretendolo da subito nella traiettoria di una realtà dissociata, sull'asse di quella vertigine che cattura, avvolge e sconvolge", la stessa, aggiungo io, da cui deriva il “fascino” di Colobraro; questo libro, dicevo, ci aiuta a scoprire la vera natura del fantastico e le ragioni dell'ambigua attrazione che da sempre esercita sulla mente e la psiche dell'uomo. Un'attrazione che scaturisce dall'improvvisa e inattesa rivelazione del lato oscuro e misterioso della realtà, “quando” come scrive Romolo Runcini “ciò che si crede sia domestico, riconoscibile e noto improvvisamente si spezza, si scinde, si ribalta su se stesso”. In quei frangenti percepiamo con inquietudine il cono d'ombra che avvolge anche gli oggetti e le presenze più familiari della nostra vita, il cuore di tenebra che è dentro di noi, l'abisso dell'inconscio. Senza togliere nulla agli altri interventi riportati nel libro, tuttavia, i testi che, ad una meditata rilettura, mi hanno fornito gli stimoli più fecondi di riflessione, mettendo in luce nuovi aspetti di una realtà che credevo, forse con eccessiva presunzione, di conoscere già abbastanza bene, sono proprio quelli di Laura Santone. Mi riferisco sia all'Introduzione che al saggio “Da Otranto a Colobraro: pierres de reve, la doppia reverie della pietra e del nome”, di cui, senza piaggeria e badando a non rovinare il gusto e il piacere della scoperta a chi ancora deve leggerli, vorrei riprendere alcuni passi particolarmente significativi, a cominciare dalla definizione antropologica del colobrarese come homo fantasticus “che abita allo stesso tempo la comune realtà e la realtà del sogno, fino a toccare le volte del mito” dove “paure e superstizioni arcaiche si iscrivono nello spazio della quotidianità e riattivano la forte emozione collettiva del mistero”. O, ancora, il brano in cui, soffermandosi sulle possibili origini etimologiche del toponimo, vi scorge l'irruzione del fantastico nell'ambivalente presenza del serpente (coluber) e del colombo (columbarium), due animali fortemente legati alla tradizione magica e mitologica, che qui si fondono in un sorprendente sincretismo simbolico che allude all'enigmatica duplicità del reale.

Terra di nessuno la cui visitazione è a rischio”, Colobraro diventa nel tempo, per effetto di una deformazione superstiziosa che nulla ha a che vedere con la millenaria persistenza del magico nella sua cultura popolare e che occorrerebbe definitivamente sfatare smascherandone tutta la futile inconsistenza “il paese che non si nomina”.
Libri come questo servono proprio a sgombrare il campo da tutte le ridicole fandonie e i pregiudizi che ancora gravano sulla reputazione di un luogo incantevole e suggestivo.
Indignarsi, però, non serve: equivarrebbe ad un segno di cedimento e di resa. Meglio, allora, rispondere con l'ironia, la quale adotta lo stesso processo di ribaltamento della realtà che sta alla base del fantastico.
Si potrebbe, ad esempio, prendere spunto da Pirandello, l'impareggiabile maestro dell'umorismo che, non a caso, è riuscito ad indagare meglio di chiunque altro la dimensione dell'ombra, quel doppio che è in ognuno di noi e che costituisce il motivo ispiratore di numerosi testi narrativi ottocenteschi, a partire da William Wilson di E. A. Poe. Una straordinaria invenzione letteraria per cui - come si espresse P. P. Pasolini - un personaggio si duplica e un uno diventa due o scopre che il vero “io”, usando le parole di Nietszche, è un altro.
La ritroviamo, infatti, ripetutamente in Heine, in molti scritti fantastici di Hoffmann (Gli elisir del diavolo, L’uomo di sabbia citato anche da Laura Santone) e più avanti ne Il sosia di Dostoevskij, Il ritratto di Dorian Gray di O. Wilde, Le Horla di Maupassant, Il compagno segreto di J. Conrad, Lo strano caso del dr. Jeckill e di mr. Hide di Robert Louis Stevenson e, infine, nel romanzo breve La storia meravigliosa di Peter Schlemihl del tedesco Adalbert von Chamisso, che avrebbe appunto ispirato Il fu Mattia Pascal dello scrittore siciliano.
Nel racconto fantastico, il piano del sogno e quello della realtà sono contigui e interscambiabili, il mondo quotidiano acquista un alone inquietante e misterioso e l’io (vale a dire la dimensione dell'identità individuale) finisce per sdoppiarsi, per frammentarsi. Lungo questa via si giungerà anche alla frantumazione della personalità indagata dalla psicanalisi freudiana e raccontata dai grandi narratori del romanzo novecentesco. Italo Calvino, infatti, non ha esitato a distinguere il “fantastico visionario”, che contiene elementi soprannaturali come fantasmi e mostri (e include quali sottogeneri la fantascienza, l'horror, la narrativa gotica) dal “fantastico mentale”, dove il soprannaturale si realizza nella dimensione interiore. Ebbene, tornando a Pirandello, chi non ricorda il grottesco personaggio di Chiarchiaro, che, perseguitato dalla fama di jettatore, decide di farla propria, di assumerla su di sé, pretendendo dal giudice D'Andrea il rilascio di una patente, di un documento ufficiale che riconosca e certifichi al mondo intero questa sua presunta prerogativa, la traduca cioè in una “forma stabile”, in modo che da rovina della sua vita si ribalti in una sicura fonte di lucro e di sopravvivenza. Lungi da me proporre alla comunità di Colobraro un analogo espediente che trasformi il paese in una sorta di “mirabilandia” o “disneyland” della jettatura dove far sbarcare torpedoni di turisti a caccia di souvenir e di emozioni forti a base di fattucchiere, fatture, controfatture, amuleti, maciare, “abitini”, rituali magici, apparizioni improvvise di fantasmi e monachicchi. Sarebbe, a mio modo di vedere, una maldestra e sciagurata operazione da “apprendisti stregoni”, illusi di poter “rovesciare” il negativo di una fama immeritata in un artificioso e posticcio “sottoprodotto” della mercificazione globale. Un simile supermercato postmoderno della superstizione, ammesso che si riesca a realizzare, finirebbe infatti per “snaturare” e “rovinare” irrimediabilmente l'essenza, l'identità di questo luogo, facendogli “perdere l'anima”. Un luogo che, come ha osservato acutamente Laura Santone, “si situa tra il sacro e il profano”, tra il monte Calvario e il monte Coppola – ancora una volta la magica eco dei nomi - proiettandoci in una dimensione misteriosa e ambivalente (sacer in latino presenta una duplice accezione: significa anche maledetto, esecrabile). Ragion per cui, questo “paese che non si nomina”, se non esistesse nella realtà geografica, se cioè non avesse una concreta forma fisica, potrebbe degnamente figurare tra le meravigliose utopie create dalla fantasia umana, magari tra le città invisibili di Calvino. Vero e proprio crocevia del materiale e dell'immaginario, dove cielo e terra, acqua e vento, finito e infinito, naturale e soprannaturale, diurni fulgori di ginestre e argentei notturni lunari di continuo si annodano e si intrecciano, si rincorrono e si confondono, perdendosi ciascuno nei confini dell'altro, Colobraro mostra scolpite e scavate nelle sue pietre – pietre del sogno, appunto – le stimmate del sublime. Un luogo, quindi, che andrebbe opportunamente valorizzato, come, con tenacia e modestia, stiamo cercando di fare oggi; prestando la dovuta attenzione, sull'onda dell'eccessivo entusiasmo che anima di solito chi si batte per una nobile causa, a non commettere errori e a creare confusione.

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