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“Bene e male e
i loro contrasti, e il trionfo del bene e il rinascere dell'insidia e
del pericolo, non sono effetto di una forza estranea alla vita, ma sono
nella vita stessa, e anzi sono la vita stessa”
(B. Croce)
Poiché sono stato invitato nelle vesti di giornalista – questa è infatti la qualifica che
appare accanto al mio nome nella scaletta degli interventi - comincerò
col rimarcare la tempestività di questa iniziativa. Sì, perché il
bellissimo libro di cui parleremo oggi insieme a voi e da cui trarranno
spunto i successivi contributi è, come si suol dire, “fresco di stampa”,
uscito pochi giorni fa per i tipi della Nuova Arnica Editrice di Roma.
Stando ai canoni classici del giornalismo, quindi, “siamo sulla notizia”
e l'incontro odierno possiede tutte le caratteristiche necessarie per
essere definito a pieno titolo un'anteprima. Al contrario di altre
curiose coincidenze che illustrerò più avanti, non si tratta però di una
combinazione fortuita, di un benevolo capriccio del caso. La
professoressa Santone, infatti, si è letteralmente prodigata perché
questo volume vedesse la luce in tempo utile per essere presentato nel
corso della “magica” estate colobrarese, all'interno del nutrito
programma di manifestazioni predisposto dall'Amministrazione Comunale,
dalla Biblioteca e dalla Pro Loco con l'ausilio di tanti encomiabili
volontari. E, a riprova del fatto che quando l'azione umana è sorretta
da capacità, intelligenza e determinazione finisce sempre per avere
successo, Laura è riuscita a raggiungere l'obiettivo, superando non solo
gli inevitabili contrattempi che si accompagnano ad ogni impresa del
genere ma, soprattutto, i dispetti e i tranelli della sorte che, secondo
i superstiziosi, ed è proprio questo uno dei temi che affronterò tra
breve, si diverte spesso a “mettersi di traverso”, ostacolando anche i
progetti migliori. Che il convegno sulla letteratura fantastica del 18
dicembre 2004 sia stato uno degli eventi culturali di maggior rilievo
organizzati a Colobraro negli ultimi anni risulta evidente anche a chi
come me, per ragioni di lavoro, non ha potuto assistervi di persona.
Bastava già allora dare un'occhiata al depliant o alla locandina di
presentazione, visitare il sito e la pagina web con cui l'iniziativa
venne promossa su internet, leggere i nomi dei relatori e degli ospiti,
i titoli degli interventi per cogliere l'importanza di quella giornata
di studi. A percorrere i "Sentieri e territori del Fantastico"- così
s'intitolava quella manifestazione - oltre a Laura Santone, vi erano
Romolo Runcini, Antonello Colli, Giovanni La Guardia, Antonia Rago, Lia
De Martino, figlia del noto antropologo Ernesto De Martino che, con la
sua equipe, condusse negli anni Cinquanta a Colobraro e in altre
località della Lucania una memorabile indagine sulla funzione del magico
nella cultura popolare. Raramente erano giunte tutte insieme a Colobraro
tante eminenti personalità del mondo accademico, tanti studiosi ed
esperti di fama internazionale. Ora che gli atti sono stati raccolti in
volume possiamo apprezzare ancora meglio la qualità e il valore di quel
convegno. Il libro, a partire dalla sua veste tipografica, per usare le
parole di Laura Santone "si offre non a caso capovolta nelle mani del
lettore, irretendolo da subito nella traiettoria di una realtà
dissociata, sull'asse di quella vertigine che cattura, avvolge e
sconvolge", la stessa, aggiungo io, da cui deriva il “fascino” di
Colobraro; questo libro, dicevo, ci aiuta a scoprire la vera natura del
fantastico e le ragioni dell'ambigua attrazione che da sempre esercita
sulla mente e la psiche dell'uomo. Un'attrazione che scaturisce
dall'improvvisa e inattesa rivelazione del lato oscuro e misterioso
della realtà, “quando” come scrive Romolo Runcini “ciò
che si crede sia domestico, riconoscibile e noto improvvisamente si
spezza, si scinde, si ribalta su se stesso”. In quei frangenti
percepiamo con inquietudine il cono d'ombra che avvolge anche gli
oggetti e le presenze più familiari della nostra vita, il cuore di
tenebra che è dentro di noi, l'abisso dell'inconscio. Senza togliere
nulla agli altri interventi riportati nel libro, tuttavia, i testi che,
ad una meditata rilettura, mi hanno fornito gli stimoli più fecondi di
riflessione, mettendo in luce nuovi aspetti di una realtà che credevo,
forse con eccessiva presunzione, di conoscere già abbastanza bene, sono
proprio quelli di Laura Santone. Mi riferisco sia all'Introduzione che al saggio “Da Otranto a Colobraro: pierres de reve, la doppia
reverie della pietra e del nome”, di cui, senza piaggeria e
badando a non rovinare il gusto e il piacere della scoperta a chi ancora
deve leggerli, vorrei riprendere alcuni passi particolarmente
significativi, a cominciare dalla definizione antropologica del
colobrarese come homo fantasticus “che abita allo stesso tempo
la comune realtà e la realtà del sogno, fino a toccare le volte del mito”
dove “paure e superstizioni arcaiche si iscrivono nello spazio della
quotidianità e riattivano la forte emozione collettiva del mistero”.
O, ancora, il brano in cui, soffermandosi sulle possibili origini
etimologiche del toponimo, vi scorge l'irruzione del fantastico nell'ambivalente presenza del serpente
(coluber) e del colombo (columbarium),
due animali fortemente legati alla tradizione magica e mitologica, che
qui si fondono in un sorprendente sincretismo simbolico che allude
all'enigmatica duplicità del reale.
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“Terra di nessuno la cui
visitazione è a rischio”, Colobraro diventa nel tempo, per effetto
di una deformazione superstiziosa che nulla ha a che vedere con la
millenaria persistenza del magico nella sua cultura popolare e che
occorrerebbe definitivamente sfatare smascherandone tutta la futile
inconsistenza “il paese che non si nomina”.
Libri come questo
servono proprio a sgombrare il campo da tutte le ridicole fandonie e i
pregiudizi che ancora gravano sulla reputazione di un luogo incantevole
e suggestivo.
Indignarsi, però, non serve: equivarrebbe ad un segno di
cedimento e di resa. Meglio, allora, rispondere con l'ironia, la quale
adotta lo stesso processo di ribaltamento della realtà che sta alla base
del fantastico.
Si potrebbe, ad esempio, prendere spunto da Pirandello,
l'impareggiabile maestro dell'umorismo che, non a caso, è riuscito ad
indagare meglio di chiunque altro la dimensione dell'ombra, quel
doppio che è in ognuno di noi e che costituisce il motivo ispiratore di
numerosi testi narrativi ottocenteschi, a partire da William Wilson
di E. A. Poe. Una straordinaria invenzione letteraria per cui - come si
espresse P. P. Pasolini - un personaggio si duplica e un uno
diventa due o scopre che il vero “io”, usando le parole di
Nietszche, è un altro.
La ritroviamo, infatti, ripetutamente in Heine, in molti scritti fantastici di Hoffmann (Gli elisir del
diavolo, L’uomo di sabbia citato anche da Laura Santone) e più
avanti ne Il sosia di Dostoevskij, Il ritratto di
Dorian Gray di O. Wilde, Le Horla di Maupassant,
Il compagno segreto di J. Conrad, Lo strano caso del dr.
Jeckill e di mr. Hide di Robert Louis Stevenson e, infine, nel
romanzo breve La storia meravigliosa di Peter Schlemihl del
tedesco Adalbert von Chamisso, che avrebbe appunto ispirato Il fu
Mattia Pascal dello scrittore siciliano.
Nel racconto fantastico, il piano del sogno e quello della realtà sono contigui e interscambiabili,
il mondo quotidiano acquista un alone inquietante e misterioso e l’io
(vale a dire la dimensione dell'identità individuale) finisce per
sdoppiarsi, per frammentarsi. Lungo questa via si giungerà anche alla
frantumazione della personalità indagata dalla psicanalisi freudiana e
raccontata dai grandi narratori del romanzo novecentesco. Italo Calvino,
infatti, non ha esitato a distinguere il “fantastico visionario”, che
contiene elementi soprannaturali come fantasmi e mostri (e include quali
sottogeneri la fantascienza, l'horror, la narrativa gotica) dal
“fantastico mentale”, dove il soprannaturale si realizza nella
dimensione interiore. Ebbene, tornando a Pirandello, chi non ricorda il
grottesco personaggio di Chiarchiaro, che, perseguitato dalla fama di
jettatore, decide di farla propria, di assumerla su di sé, pretendendo
dal giudice D'Andrea il rilascio di una patente, di un documento
ufficiale che riconosca e certifichi al mondo intero questa sua presunta
prerogativa, la traduca cioè in una “forma stabile”, in modo che da
rovina della sua vita si ribalti in una sicura fonte di lucro e di
sopravvivenza. Lungi da me proporre alla comunità di Colobraro un
analogo espediente che trasformi il paese in una sorta di “mirabilandia”
o “disneyland” della jettatura dove far sbarcare torpedoni di turisti a
caccia di souvenir e di emozioni forti a base di fattucchiere, fatture,
controfatture, amuleti, maciare, “abitini”, rituali magici, apparizioni
improvvise di fantasmi e monachicchi. Sarebbe, a mio modo di vedere, una
maldestra e sciagurata operazione da “apprendisti stregoni”, illusi di
poter “rovesciare” il negativo di una fama immeritata in un artificioso
e posticcio “sottoprodotto” della mercificazione globale. Un simile
supermercato postmoderno della superstizione, ammesso che si riesca a
realizzare, finirebbe infatti per “snaturare” e “rovinare”
irrimediabilmente l'essenza, l'identità di questo luogo, facendogli
“perdere l'anima”. Un luogo che, come ha osservato acutamente Laura
Santone, “si situa tra il sacro e il profano”, tra il
monte Calvario e il monte Coppola – ancora una volta la magica eco dei
nomi - proiettandoci in una dimensione misteriosa e ambivalente (sacer
in latino presenta una duplice accezione: significa anche maledetto,
esecrabile). Ragion per cui, questo “paese che non si nomina”,
se non esistesse nella realtà geografica, se cioè non avesse una
concreta forma fisica, potrebbe degnamente figurare tra le meravigliose
utopie create dalla fantasia umana, magari tra le città invisibili
di Calvino. Vero e proprio crocevia del materiale e dell'immaginario,
dove cielo e terra, acqua e vento, finito e infinito, naturale e
soprannaturale, diurni fulgori di ginestre e argentei notturni lunari di
continuo si annodano e si intrecciano, si rincorrono e si confondono,
perdendosi ciascuno nei confini dell'altro, Colobraro mostra scolpite e
scavate nelle sue pietre – pietre del sogno, appunto – le
stimmate del sublime. Un luogo, quindi, che andrebbe opportunamente
valorizzato, come, con tenacia e modestia, stiamo cercando di fare oggi;
prestando la dovuta attenzione, sull'onda dell'eccessivo entusiasmo che
anima di solito chi si batte per una nobile causa, a non commettere
errori e a creare confusione.
continua a
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