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RELAZIONE per la presentazione del libro
"NELLA TERRA DEL MAGICO E DEL FANTASTICO: COLOBRARO"
di Daniele Calvi

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E, a tal proposito, ci giungono in soccorso la vasta cultura e la competenza di Runcini che ci ammonisce, nel libro, a non confondere il magico con il fantastico perché “è diverso se una credenza ha materia in una sostanza psichica o in forze elementari. Il malocchio, la fattura, la jettatura sono forze elementari in azione. Il fantastico è altra cosa, ne è schema profondo il perturbante. In sua presenza, il mondo diventato preciso – e qui Runcini si riferisce agli effetti generati dalla nascita del pensiero scientifico – torna ad essere in balia del pressappoco”.
Un'interpretazione condivisa anche da Giovanni La Guardia: “la paura che ha relazione con il meraviglioso è altra cosa da quella che agisce nel fantastico. Chi è visitato dal monachello troverà o non troverà il tesoro, guarirà o no dal malocchio, si vedrà portar via o potrà ritrovare un oggetto, il latte sarà versato o si troverà rancida la salsiccia. La cosa finisce qui. Decisiva - invece - nel fantastico è la dimensione percettiva che viene alterata”.
Come a dire: il magico, con le pratiche e i rituali che lo caratterizzano, porta ordine e stabilità nel disordine del divenire umano attraverso l'ausilio di forze soprannaturali opportunamente evocate e disciplinate da maghi, fattucchiere o semplici scongiuri. Serve cioè ad esorcizzare la potenza del negativo che sta fuori di noi.
Il fantastico, al contrario, sorge dalla consapevolezza che i mostri più temibili non stanno in cielo o nell'aria, ma dentro di noi, nel nostro inconscio. E come genere funziona nel momento in cui introduce nella rassicurante razionalità del quotidiano, il tumultuoso disordine della passione e dell'irrazionale.
Per questo motivo, quando Laura, alcun mesi fa, mi propose di prendere parte alla presentazione del suo libro, pensai di preparare un breve excursus sulla letteratura fantastica, partendo magari dai miti greci (mytsos in greco ha significato di racconto) che ebbero in origine una funzione eminentemente narrativa e fornirono molteplici materiali ai poemi epici fissati in forma scritta dai grandissimi autori dell'età classica.
Doveroso sarebbe stato, in questa prospettiva, anche il richiamo alla fiaba popolare, il racconto di fate, come lo definisce Vladimir Propp, che ne ha individuato le tracce nelle società patriarcali e contadine di tutte le latitudini come memoria sublimata dei riti d'iniziazione con cui tra i popoli cacciatori si celebrava il passaggio dall'infanzia all'età adulta.
La fiaba, infatti, come del resto il mito, presenta molteplici livelli di lettura e si avvale di elementi simbolici ed allegorici, come il drago, la metamorfosi dell'eroe, l'oggetto magico, l'orco e la strega, confluiti poi nel genere fantastico determinandone la struttura e i meccanismi narrativi.
Questa trattazione rimasta sulla carta, o meglio allo stato di progetto, si sarebbe concentrata però sul fatto che la letteratura fantastica non ha mai conosciuto una vera fortuna in Italia, neppure quando, durante il romanticismo, era in voga nelle altre nazioni europee. Si tratta di una lacuna vistosa, se si pensa che gli inventori del romanzo gotico avevano scelto proprio l'Italia come scenario delle loro opere.
Basti pensare a Il castello di Otranto (1764) di Horace Walpole o a I misteri di Udolpho (1794) e L'Italiano (1797) di Ann Radcliffe. Solo nel Novecento, tra le due guerre, si sarebbero determinate anche da noi le condizioni favorevoli ad una fioritura del genere “fantastico”.
Notevole, per contro, la presenza di autori italiani nel fumetto e nel cinema (cito solo a titolo esemplificativo i nomi di Federico Fellini, Lamberto Bava e Dario Argento) dove l'inclinazione lucana per il fantastico è testimoniata anche dallo spettacolare Dracula di Bram Stocker girato nel 1992 dall'italo-americano di Bernalda Francis Ford Coppola. Avrei voluto, dicevo, riprendendo il filo del mio discorso, trattare il tema del fantastico, più congeniale del resto alle mie specifiche competenze di docente di Lettere, se alcune coincidenze non mi avessero dirottato verso il sentiero “scivoloso” del magico lucano-colobrarese a cui intendo dedicare la seconda parte del mio intervento. Un sentiero rivelatosi sempre piuttosto infido e malsicuro per chi in passato ha trovato il coraggio o l'incoscienza di affrontarlo.
Ricordo a tal proposito il convegno "Cultura e Magia", svoltosi al Pardo nell'agosto 2000. Tra i relatori, l'ex Presidente della Provincia di Matera, Angelo Tataranno, impegnato a ripercorrere le origini pagane di riti e cerimoniali della cultura popolare lucana successivamente assimilati dalla tradizione cattolica, e Padre Mario Lucarelli, che pose l'accento sulla pericolosità dell'occultismo dal quale traggono alimento un faraonico giro d'affari e truffe gigantesche.
Quell'incontro sollecitò numerosi interventi e anche qualche polemica da parte del pubblico, fortemente interessato ad un argomento tanto controverso. Per quanto mi riguarda, non intendo certo in questa sede approfondire le ragioni per cui ancora oggi, in una società fortemente secolarizzata come la nostra, la magia, soprattutto nelle forme più discutibili e deteriori, trovi ancora un così largo seguito.
Mi limiterò a qualche breve riflessione sull'importanza dei rituali magici nella società contadina, riferendomi in particolare a quella lucana e colobrarese, che costituisce l'oggetto dei nostri discorsi.
Riflessioni ricavate da alcune letture, o meglio riletture, effettuate di recente proprio in vista di questa iniziativa, alle quali, se il tempo me lo consente, vorrei aggiungere un paio di modeste proposte.

Ma veniamo alle coincidenze di cui parlavo poc'anzi.
In primo luogo, la realizzazione del museo etnografico sulla civiltà contadina allestito dai ragazzi e dai docenti della scuola primaria con il coordinamento e la supervisione del maestro Rocco Modarelli, promotore del progetto. Inaugurato lo scorso mese di giugno, il museo ha già assunto una forma ben definita, proponendosi ai visitatori non come un semplice contenitore di reperti, ma in una logica di vera e propria istituzione culturale destinata a crescere e ad arricchirsi nel tempo.
Ed ecco la proposta: accanto ai numerosi utensili, alla cospicua documentazione fotografica, agli audiovisivi già inventariati e raccolti, che offrono uno spaccato significativo del folclore locale, rievocando usi, costumi, ambienti, mestieri, proverbi, cibi e ricette di un mondo che rischia di estinguersi e scomparire per sempre, perché non recuperare anche testimonianze e memorie della tradizione magica legata da un indissolubile rapporto antropologico a quel mondo? E perché non cominciare questa operazione, magari in sinergia con la Biblioteca, proprio dalle registrazioni fonografiche e dai documentari realizzati negli anni Cinquanta a Colobraro e dintorni dall'equipe di Ernesto de Martino, chiedendone copia all'archivio RAI di Roma?
Seconda coincidenza: pochi giorni prima della mia partenza da Milano, un collega giornalista, a cui avevo parlato di questo nostro incontro, mi ha procurato un filmato sulla superstizione girato al sud nel 1949 da Michelangelo Antonioni, il grande regista recentemente scomparso. Una rarità di sicuro interesse non solo per gli appassionati di cinema.
Proiettato su grande schermo, avrebbe potuto chiudere degnamente l'iniziativa odierna, fungendo da cornice finale. Evidentemente qualcosa non funzionato a dovere nel download, cioè nello “scaricamento” sul computer: qualche monachicchio ci ha messo lo zampino.
Farò il possibile, comunque, per ovviare quanto prima all'inconveniente e consegnare una copia visibile del film alla Biblioteca o ai responsabili del museo etnografico.
Terza e ultima coincidenza: nel mese di maggio, Feltrinelli ha pubblicato una nuova edizione (la sesta) del libro “Sud e magia” di Ernesto de Martino, un testo indispensabile per chiunque voglia comprendere e approfondire la funzione del magico nella cultura popolare lucana.
L'altro piccolo suggerimento che mi permetto di rivolgervi è, appunto, il seguente: dopo aver letto “Nella terra del magico e del fantastico: Colobraro”, sfogliate e consultate anche il volume di de Martino.
Perché Sud e magia coglie l'essenza del magico molto più di quanto non l'abbiano colta le pagine numerose e documentate di L. Levy-Bruhl e di M. Mauss che su questo argomento continuano ad essere i punti di riferimento più significativi. De Martino propone un'interpretazione della magia che va ben oltre i confini del sud, per abbracciare la condizione esistenziale dell'uomo. Il quale, immerso nella precarietà e nell'incertezza del divenire quotidiano, difficilmente in tempi remoti avrebbe potuto sopravvivere senza quella arcaica forma di protezione. Sottratta all'irrazionale, infatti, la magia schiude l'orizzonte della metastoria dove il senso delle azioni degli uomini è già descritto e anticipato nel suo buon fine. E fa sì che quando nella storia il negativo assale l'esistenza, l'individuo non naufraga nella negatività, perché sa che c'è un ordine superiore, un ordine metastorico, appunto, cioè eterno e stabile, che la magia si incarica di rappresentare e descrivere.
Un ordine in cui questa negatività viene riassorbita e risolta. Mentre l’uomo moderno vede nella storia un'opera puramente umana, per l’uomo arcaico gli avvenimenti più importanti e decisivi sono accaduti all’inizio del Tempo, in illo tempore, quando l’intervento creativo di un Essere soprannaturale ha dato forma e sostanza all'Universo.
La Natura ai suoi occhi è al tempo stesso Sopra-Natura, manifestazione di forze sacre e cifra di realtà trascendentali. Si potrebbe dire che per l’uomo delle società antiche la Storia è chiusa, si è esaurita negli avvenimenti grandiosi delle origini, che hanno posto le fondamenta della civiltà e della cultura umana.
In tale prospettiva l'individuo affronta il negativo e le crisi d'esistenza che ogni evento avverso dischiude, appoggiandosi ad una sorta di così come che il rito magico ribadisce.
Come nel mito una determinata serie di eventi ha trovato la sua soluzione positiva, così una serie analoga di eventi che sta succedendo a un determinato individuo, in un certo frangente della sua esistenza, troverà la sua soluzione.
Sempre più inconsistenti e superficiali paiono, quindi, le opposizioni aprioristiche tra razionalità e irrazionalità, perché anche la ragione è a ben guardare, come la magia, un insieme di regole valido in rapporto al consenso che riscuote. Per cui, dove c'è consenso nelle regole della ragione, la ragione funziona, dove c'è consenso nelle regole della magia, funziona la magia.
L'efficacia di entrambe non è nel loro contenuto, ma nel consenso che una comunità storica affida loro. Una pratica magica, pertanto, è leggibile solo se viene storicizzata, inserita in quella civiltà, in quell'epoca e in quell'ambiente storico che

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