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E, a tal proposito, ci giungono in soccorso la
vasta cultura e la competenza di Runcini che ci
ammonisce, nel libro, a non confondere il magico con il fantastico perché “è
diverso se una credenza ha materia in una sostanza psichica o in forze
elementari. Il malocchio, la fattura, la jettatura sono forze elementari in
azione. Il fantastico è altra cosa, ne è schema profondo il perturbante.
In sua presenza, il mondo diventato preciso – e qui Runcini si
riferisce agli effetti generati dalla nascita del pensiero scientifico –
torna ad essere in balia del pressappoco”.
Un'interpretazione condivisa
anche da Giovanni La Guardia: “la paura che ha relazione con il
meraviglioso è altra cosa da quella che agisce nel fantastico. Chi è
visitato dal monachello troverà o non troverà il tesoro, guarirà o no dal
malocchio, si vedrà portar via o potrà ritrovare un oggetto, il latte sarà
versato o si troverà rancida la salsiccia. La cosa finisce qui. Decisiva
- invece - nel fantastico è la dimensione percettiva che viene alterata”.
Come a dire: il magico, con le pratiche e i rituali che lo caratterizzano,
porta ordine e stabilità nel disordine del divenire umano attraverso
l'ausilio di forze soprannaturali opportunamente evocate e disciplinate da
maghi, fattucchiere o semplici scongiuri. Serve cioè ad esorcizzare la
potenza del negativo che sta fuori di noi.
Il fantastico, al contrario,
sorge dalla consapevolezza che i mostri più temibili non stanno in cielo o
nell'aria, ma dentro di noi, nel nostro inconscio. E come genere funziona
nel momento in cui introduce nella rassicurante razionalità del quotidiano,
il tumultuoso disordine della passione e dell'irrazionale.
Per questo
motivo, quando Laura, alcun mesi fa, mi propose di prendere parte alla
presentazione del suo libro, pensai di preparare un breve excursus sulla
letteratura fantastica, partendo magari dai miti greci (mytsos in
greco ha significato di racconto) che ebbero in origine una funzione
eminentemente narrativa e fornirono molteplici materiali ai poemi epici
fissati in forma scritta dai grandissimi autori dell'età classica.
Doveroso
sarebbe stato, in questa prospettiva, anche il richiamo alla fiaba popolare,
il racconto di fate, come lo definisce Vladimir Propp, che ne ha
individuato le tracce nelle società patriarcali e contadine di tutte le
latitudini come memoria sublimata dei riti d'iniziazione con cui tra i
popoli cacciatori si celebrava il passaggio dall'infanzia all'età adulta.
La
fiaba, infatti, come del resto il mito, presenta molteplici livelli di
lettura e si avvale di elementi simbolici ed allegorici, come il drago,
la metamorfosi dell'eroe, l'oggetto magico, l'orco e la
strega, confluiti poi nel genere fantastico determinandone la
struttura e i meccanismi narrativi.
Questa trattazione rimasta sulla carta,
o meglio allo stato di progetto, si sarebbe concentrata però sul fatto che
la letteratura fantastica non ha mai conosciuto una vera fortuna in Italia,
neppure quando, durante il romanticismo, era in voga nelle altre nazioni
europee. Si tratta di una lacuna vistosa, se si pensa che gli inventori del
romanzo gotico avevano scelto proprio l'Italia come scenario delle
loro opere.
Basti pensare a Il castello di Otranto (1764) di Horace
Walpole o a I misteri di Udolpho (1794) e L'Italiano (1797) di
Ann Radcliffe. Solo nel Novecento, tra le due guerre, si sarebbero
determinate anche da noi le condizioni favorevoli ad una fioritura del
genere “fantastico”.
Notevole, per contro, la presenza di autori italiani
nel fumetto e nel cinema (cito solo a titolo esemplificativo i nomi di
Federico Fellini, Lamberto Bava e Dario Argento) dove l'inclinazione lucana
per il fantastico è testimoniata anche dallo spettacolare Dracula di Bram
Stocker girato nel 1992 dall'italo-americano di Bernalda Francis
Ford Coppola. Avrei voluto, dicevo, riprendendo il filo del mio discorso,
trattare il tema del fantastico, più congeniale del resto alle mie
specifiche competenze di docente di Lettere, se alcune coincidenze non mi
avessero dirottato verso il sentiero “scivoloso” del magico
lucano-colobrarese a cui intendo dedicare la seconda parte del mio
intervento. Un sentiero rivelatosi sempre piuttosto infido e malsicuro per
chi in passato ha trovato il coraggio o l'incoscienza di affrontarlo.
Ricordo a tal proposito il convegno "Cultura e Magia", svoltosi al Pardo
nell'agosto 2000. Tra i relatori, l'ex Presidente della Provincia di Matera,
Angelo Tataranno, impegnato a ripercorrere le origini pagane di riti e
cerimoniali della cultura popolare lucana successivamente assimilati dalla
tradizione cattolica, e Padre Mario Lucarelli, che pose l'accento
sulla pericolosità dell'occultismo dal quale traggono alimento un faraonico
giro d'affari e truffe gigantesche.
Quell'incontro sollecitò numerosi
interventi e anche qualche polemica da parte del pubblico, fortemente
interessato ad un argomento tanto controverso. Per quanto mi riguarda, non
intendo certo in questa sede approfondire le ragioni per cui ancora oggi, in
una società fortemente secolarizzata come la nostra, la magia, soprattutto
nelle forme più discutibili e deteriori, trovi ancora un così largo seguito.
Mi limiterò a qualche breve riflessione sull'importanza dei rituali magici
nella società contadina, riferendomi in particolare a quella lucana e
colobrarese, che costituisce l'oggetto dei nostri discorsi.
Riflessioni
ricavate da alcune letture, o meglio riletture, effettuate di recente
proprio in vista di questa iniziativa, alle quali, se il tempo me lo
consente, vorrei aggiungere un paio di modeste proposte. |
Ma veniamo alle coincidenze di cui parlavo poc'anzi.
In primo luogo, la realizzazione del
museo etnografico sulla civiltà contadina allestito dai ragazzi e dai
docenti della scuola primaria con il coordinamento e la supervisione del
maestro Rocco Modarelli, promotore del progetto. Inaugurato lo scorso mese
di giugno, il museo ha già assunto una forma ben definita, proponendosi ai
visitatori non come un semplice contenitore di reperti, ma in una logica di
vera e propria istituzione culturale destinata a crescere e ad arricchirsi
nel tempo.
Ed ecco la proposta: accanto ai numerosi utensili, alla cospicua
documentazione fotografica, agli audiovisivi già inventariati e raccolti,
che offrono uno spaccato significativo del folclore locale, rievocando usi,
costumi, ambienti, mestieri, proverbi, cibi e ricette di un mondo che
rischia di estinguersi e scomparire per sempre, perché non recuperare anche
testimonianze e memorie della tradizione magica legata da un indissolubile
rapporto antropologico a quel mondo? E perché non cominciare questa
operazione, magari in sinergia con la Biblioteca, proprio dalle
registrazioni fonografiche e dai documentari realizzati negli anni
Cinquanta a Colobraro e dintorni dall'equipe di Ernesto de Martino,
chiedendone copia all'archivio RAI di Roma?
Seconda
coincidenza: pochi giorni prima della mia partenza da Milano, un collega
giornalista, a cui avevo parlato di questo nostro incontro, mi ha procurato
un filmato sulla superstizione girato al sud nel 1949 da Michelangelo
Antonioni, il grande regista recentemente scomparso. Una rarità di sicuro
interesse non solo per gli appassionati di cinema.
Proiettato su grande schermo, avrebbe potuto chiudere degnamente l'iniziativa odierna, fungendo
da cornice finale. Evidentemente qualcosa non funzionato a dovere nel download, cioè nello “scaricamento” sul computer: qualche monachicchio ci ha
messo lo zampino.
Farò il possibile, comunque, per ovviare quanto prima
all'inconveniente e consegnare una copia visibile del film alla Biblioteca o
ai responsabili del museo etnografico.
Terza e ultima
coincidenza: nel mese di maggio, Feltrinelli ha pubblicato una nuova
edizione (la sesta) del libro “Sud e magia” di Ernesto de Martino, un testo
indispensabile per chiunque voglia comprendere e approfondire la funzione
del magico nella cultura popolare lucana.
L'altro piccolo suggerimento che
mi permetto di rivolgervi è, appunto, il seguente: dopo aver letto “Nella
terra del magico e del fantastico: Colobraro”, sfogliate e consultate anche
il volume di de Martino.
Perché Sud e magia
coglie l'essenza del magico molto più di quanto non l'abbiano colta le
pagine numerose e documentate di L. Levy-Bruhl e di M. Mauss che su questo
argomento continuano ad essere i punti di riferimento più significativi. De
Martino propone un'interpretazione della magia che va ben oltre i confini
del sud, per abbracciare la condizione esistenziale dell'uomo. Il quale,
immerso nella precarietà e nell'incertezza del divenire quotidiano,
difficilmente in tempi remoti avrebbe potuto sopravvivere senza quella
arcaica forma di protezione. Sottratta all'irrazionale, infatti, la magia
schiude l'orizzonte della metastoria dove il senso delle azioni degli
uomini è già descritto e anticipato nel suo buon fine. E fa sì che quando
nella storia il negativo assale l'esistenza, l'individuo non naufraga nella
negatività, perché sa che c'è un ordine superiore, un ordine metastorico,
appunto, cioè eterno e stabile, che la magia si incarica di rappresentare e
descrivere.
Un ordine in cui questa negatività viene riassorbita e risolta.
Mentre l’uomo moderno vede nella storia un'opera puramente umana, per l’uomo
arcaico gli avvenimenti più importanti e decisivi sono accaduti all’inizio
del Tempo, in illo tempore, quando l’intervento creativo di un Essere
soprannaturale ha dato forma e sostanza all'Universo.
La Natura ai suoi
occhi è al tempo stesso Sopra-Natura, manifestazione di forze sacre e cifra
di realtà trascendentali. Si potrebbe dire che per l’uomo delle società
antiche la Storia è chiusa, si è esaurita negli avvenimenti grandiosi
delle origini, che hanno posto le fondamenta della civiltà e della cultura
umana.
In tale prospettiva l'individuo affronta il negativo e le crisi
d'esistenza che ogni evento avverso dischiude, appoggiandosi ad una sorta di
così come che il rito magico ribadisce.
Come nel mito una
determinata serie di eventi ha trovato la sua soluzione positiva, così
una serie analoga di eventi che sta succedendo a un determinato
individuo, in un certo frangente della sua esistenza, troverà la sua
soluzione.
Sempre più inconsistenti e superficiali paiono, quindi, le
opposizioni aprioristiche tra razionalità e irrazionalità, perché anche la
ragione è a ben guardare, come la magia, un insieme di regole valido
in rapporto al consenso che riscuote. Per cui, dove c'è consenso nelle
regole della ragione, la ragione funziona, dove c'è consenso nelle regole
della magia, funziona la magia.
L'efficacia di entrambe non è nel
loro contenuto, ma nel consenso che una comunità storica affida loro. Una
pratica magica, pertanto, è leggibile solo se viene storicizzata,
inserita in quella civiltà, in quell'epoca e in quell'ambiente
storico che
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