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RELAZIONE per la presentazione del libro
"NELLA TERRA DEL MAGICO E DEL FANTASTICO: COLOBRARO"
di Daniele Calvi

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l'hanno prodotta e in cui è ritenuta efficace. In questo ambito, allora, occorre stabilire quanto e come la vita culturale del sud abbia partecipato alla grande alternativa magia-razionalità che sta alla base della civiltà moderna. E il termine sud, in questo caso non ha un valore meramente geografico ma anche politico e sociale. Coincide, infatti, con i confini del regno di Napoli, cioè di una formazione storicamente determinata e territorialmente collocata “tra l'acqua santa e l'acqua salata, tra lo Stato della Chiesa e il mare Mediterraneo”. Esplorare le pratiche di magia cerimoniale lucana sopravvissute fino ad epoca recente, oltre a comprendere la loro struttura e la loro funzione psicologica, ci aiuta a capire le ragioni sociali e culturali che ne hanno favorito il perdurare oltre la soglia dell'età moderna. E a chiarire i rapporti tra queste pratiche magiche e il cattolicesimo, cioè la forma egemonica di vita religiosa che si è affermata nei secoli in quest'area geografica, evidenziando i numerosi raccordi, passaggi e sincretismi che legano la magia popolare con i modi di devozione e le forme ufficiali della liturgia.
Scopriremo, attraverso questa analisi, che alla sopravvivenza del magico, ben più duratura nel mezzogiorno d'Italia rispetto ad altre regioni europee, contribuirono anche i limiti dell'alta cultura meridionale. La quale ebbe un ruolo primario, con Della Porta, Bruno e Campanella, nella polemica rinascimentale contro la magia demonologica, ma partecipò in modo assai marginale alla battaglia illuministica contro la superstizione e il fanatismo religioso, quando l'alternativa tra magia e razionalità, esorcismo ed esperimento, incantesimo e scienza divenne palese e inequivocabile.
Questi limiti trovarono espressione nell'atteggiamento di compromesso adottato a fine Settecento da diversi intellettuali e uomini di cultura del mezzogiorno. Un atteggiamento ambiguo e contraddittorio che culminò nell'ideologia della jettatura che prese le mosse dalla pubblicazione della Cicalata sul fascino di Nicola Valletta, allievo di Genovesi, avvenuta nel 1787 (altra curiosa coincidenza: esattamente 220 anni fa). Del tutto irrilevante dal punto di vista teorico e filosofico, ma condivisa e praticata ampiamente anche nella corte borbonica, l'ideologia della jettatura esercitò a Napoli e in tutto il Regno delle due Sicilie una notevole influenza nel campo del comportamento e del costume, tanto da diventare un tratto caratteristico della vita sociale. Questa concezione di origine colta del maleficio non ha nulla a che vedere con la magia arcaica o con la cupa fascinazione medioevale, né tanto meno con la magia naturale del Rinascimento. Alla ragione umana che indaga, conosce, ordina e modifica la natura orientando la storia al progresso e alla “pubblica felicità”, essa contrappone la figura dello jettatore. Un individuo che inconsapevolmente e sistematicamente introduce il disordine nella sfera sociale, morale e naturale della vita e che, per cieco destino, fa andare sempre le cose di traverso vanificando e distruggendo qualsiasi progetto positivo, qualsiasi azione razionalmente orientata. Nel secolo dei lumi, lo jettatore smentisce e stravolge tutti i lumi del secolo inducendo anche “i savi” a ricorrere ad amuleti e scongiuri. E' l'ironia vivente della fiducia nella riformabilità del mondo. Mentre l'illuminismo anglo-francese nacque e maturò sulla spinta della reale forza razionalizzatrice di una vigorosa borghesia commerciale e industriale e nel quadro di forti monarchie nazionali in espansione, l'illuminismo napoletano non poté giovarsi delle stesse condizioni storiche e fu perciò più indulgente verso il ritualismo magico. La magia cerimoniale, le accentuazioni magiche del cattolicesimo meridionale e l'elaborazione dell'ideologia della jettatura stanno fra loro in un rapporto storico definito il cui scenario potrebbe designarsi come, per usare una definizione di Benedetto Croce, la non-storia del regno di Napoli, ossia la sua condizione di secolare immobilismo. La ragione di questa persistenza del magico, quindi, non va ricercata nell'ignoranza e nella stupidità delle plebi, ma nelle forme egemoniche della vita culturale, e in ultima istanza nella stessa “alta cultura”.
Il nucleo fondamentale della magia cerimoniale lucana è la fascinazione (in dialetto fascinatura o affascino). Con questo termine si indica una condizione psichica di impedimento e di inibizione, e al tempo stesso un senso di dominazione, un essere agito da una forza potente e occulta, che lascia senza margine di autonomia e senza capacità di scelta l'individuo. Col termine affascino si designa anche la forza ostile che circola nell'aria, e che insidia inibendo o costringendo. Cefalea, spossatezza,astenia, sonnolenza e ipocondria accompagnano spesso la fascinazione, ma il suo tratto caratteristico è costituito dalla sensazione di una forza indomabile e funesta che annulla del tutto la volontà personale. La fascinazione comporta, dunque, un agente e una vittima. Quando l'agente fascinatore ha forma umana, essa si determina come malocchio, cioè come influenza maligna che procede dallo sguardo invidioso. Per tale ragione il malocchio è anche chiamato invidia e assume varie sfumature che vanno dall'influenza più o meno involontaria alla

fattura vera e propria, ordita con un cerimoniale ben definito e che può diventare particolarmente temibile e pericolosa (fattura a morte). Per combattere l'affascino, esiste una precisa  procedura che va attuata da parte di operatori magici specializzati detti anche rimedianti. La maciara o fattucchiera si immedesima nello stato di fascinazione della vittima e lo “patisce” assumendolo su di sé; ciò produce in lei uno stato di parziale incoscienza, una condizione semi-onirica che la fa sbadigliare o talvolta versare lacrime. Quando non compaiono fenomeni del genere significa che il paziente non è affascinato e che il suo mal di testa dipende da altre cause. A Colobraro, tuttavia, si ammetteva che la fattucchiera potesse non sbadigliare e non versare lacrime anche per la presenza di un fascinatore più potente di lei. Nel trattamento della fascinatura è importante decidere chi sia l'operatore magico e alcune formule indicano i tre mezzi attraverso cui la fascinatura è stata esercitata: l'occhio (e quindi lo sguardo), la mente (il pensiero malevolo), la mala volontà (l'intenzione invidiosa).
Tra i “mal di testa” magici, ve n'è uno, chiamato lo scindone che nella medicina popolare viene collegato al sole, per il fatto che questa particolare cefalea subentra al calare del sole, dopo una giornata di fatica nei campi e accompagna chi ne è colpito per tutta la notte togliendogli sonno e riposo. Il mattino seguente non solo il cerchio doloroso non è scomparso, ma continua a stringere la testa in una morsa che intorpidisce le membra. Occorre, tuttavia, rimettersi in cammino e tornare alla fatica dei campi. Allora il contadino appena sorge il sole si pone di fronte all'astro nascente, allarga le braccia e mormora: buon giorno santi sole a li piedi del Signore da lu' petto ne leva l'affanno da la testa lu gran dolore: buon giorno santi sole! Il sincretismo pagano-cattolico di questi scongiuri è evidente: il santo sole si umilia ai piedi del Signore. In questa concezione magica della malattia come fascinazione o come “cosa fatta” la qualità del sintomo, l'eziologia, la diagnosi e la terapia così importanti per la medicina scientifica hanno un rilievo del tutto secondario. Talvolta, le pratiche magiche possono anche facilitare la guarigione producendo benefici effetti psico-somatici, ma ciò che le mantiene vive è l'effetto protettivo e non le guarigioni organiche peraltro rare o eccezionali. Tra i morbi magici un posto di rilievo occupa il male dell'arco, ovvero l'itterizia. Secondo la tradizione, la malattia verrebbe assorbita dal malato urinando contro l'arcobaleno. Per guarire e liberarsi dalla malignità gialla che scorre nel sangue, il malato, prima del sorgere del sole e senza rivolgere parola a nessuno, esce di casa e passa sotto tre archi in muratura ripetendo lo scongiuro rituale e restituendo così agli archi di pietra il male che egli aveva assorbito dall'arcobaleno.
Se ci chiediamo” scriveva negli anni Cinquanta De Martino “quali sono le ragioni che fanno sopravvivere una ideologia così arcaica nella Lucania di oggi, la risposta più immediata è che tuttora in Lucania un regime arcaico di esistenza impegna ancora larghi strati sociali, malgrado la civiltà moderna.” Penuria di beni primari, precarietà del presente e incertezza del futuro, carenza di assistenza sociale e di comportamenti razionali efficaci con cui fronteggiare i momenti critici dell'esistenza, asprezza della fatica e del lavoro nel quadro di un'economia agricola arretrata, incontenibile potenza delle forze naturali spiegavano senz'altro il perdurare delle pratiche magiche. In particolare, quelle relative a gravidanza, parto, allattamento, svezzamento, ai rischi del bambino nei primi anni di vita, che si ricollegano all'alto numero degli aborti spontanei, della mortalità perinatale e infantile, alla carenza di forme assistenziali per la gestante, la partoriente, la mamma, il bambino.
Sul piano metastorico della magia, infatti, tutte le gravidanze sono condotte felicemente a termine, tutti i neonati sono vivi e vitali, il latte fluisce sempre abbondante dal seno delle madri, tutte le malattie guariscono, tutte le tempeste vanno a scaricarsi in luoghi deserti, tutte le prospettive incerte si definiscono. Proprio all'opposto di ciò che accade nella storia. Grazie alla magia, si instaura un regime protetto che consente di stare nella storia come se la storia non esistesse e tutto fosse già deciso, mettendo al riparo il soggetto anche dalle irruzioni caotiche dell'inconscio.
Nel regime esistenziale lucano, infatti, non contava solo il disagio materiale della fame o della malattia ma pure il rischio ben più grave del naufragio psichico, la crisi della stessa presenza e identità individuale. In apparenza la magia cerimoniale lucana combatte sul piano immaginario le manifestazioni del negativo che punteggiano l'esistenza; in realtà essa protegge l'individuo dal rischio di “perdersi”, di smarrire il controllo di se stesso dinanzi ai molteplici eventi dolorosi del vivere quotidiano.
L'integrità del soggetto, la padronanza di sé è l'elemento indispensabile con cui fronteggiare le avversità. Perfino il fatto che il “malocchio” sia chiamato invidia è in rapporto ovvio con un ambiente caratterizzato dalla povertà e dalla miseria.

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