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l'hanno prodotta e in
cui è ritenuta efficace. In questo ambito, allora, occorre stabilire quanto
e come la vita culturale del sud abbia partecipato alla grande alternativa
magia-razionalità che sta alla base della civiltà moderna. E il termine
sud, in questo caso non ha un valore meramente geografico ma anche politico
e sociale. Coincide, infatti, con i confini del regno di Napoli, cioè di una
formazione storicamente determinata e territorialmente collocata “tra
l'acqua santa e l'acqua salata, tra lo Stato della Chiesa e il mare
Mediterraneo”. Esplorare le pratiche di magia cerimoniale lucana
sopravvissute fino ad epoca recente, oltre a comprendere la loro struttura e
la loro funzione psicologica, ci aiuta a capire le ragioni sociali e
culturali che ne hanno favorito il perdurare oltre la soglia dell'età
moderna. E a chiarire i rapporti tra queste pratiche magiche e il
cattolicesimo, cioè la forma egemonica di vita religiosa che si è affermata
nei secoli in quest'area geografica, evidenziando i numerosi raccordi,
passaggi e sincretismi che legano la magia popolare con i modi di devozione
e le forme ufficiali della liturgia.
Scopriremo, attraverso
questa analisi, che alla sopravvivenza del magico, ben più duratura nel
mezzogiorno d'Italia rispetto ad altre regioni europee, contribuirono anche
i limiti dell'alta cultura meridionale. La quale ebbe un ruolo primario, con
Della Porta, Bruno e Campanella, nella polemica rinascimentale contro la
magia demonologica, ma partecipò in modo assai marginale alla battaglia
illuministica contro la superstizione e il fanatismo religioso, quando
l'alternativa tra magia e razionalità, esorcismo ed esperimento,
incantesimo e scienza divenne palese e inequivocabile.
Questi limiti
trovarono espressione nell'atteggiamento di compromesso adottato a fine
Settecento da diversi intellettuali e uomini di cultura del mezzogiorno. Un
atteggiamento ambiguo e contraddittorio che culminò nell'ideologia della
jettatura che prese le mosse dalla pubblicazione della Cicalata sul
fascino di Nicola Valletta, allievo di Genovesi, avvenuta nel 1787
(altra curiosa coincidenza: esattamente 220 anni fa). Del tutto irrilevante
dal punto di vista teorico e filosofico, ma condivisa e praticata ampiamente
anche nella corte borbonica, l'ideologia della jettatura esercitò a Napoli e
in tutto il Regno delle due Sicilie una notevole influenza nel campo del
comportamento e del costume, tanto da diventare un tratto caratteristico
della vita sociale. Questa concezione di origine colta del maleficio non ha
nulla a che vedere con la magia arcaica o con la cupa fascinazione
medioevale, né tanto meno con la magia naturale del Rinascimento. Alla
ragione umana che indaga, conosce, ordina e modifica la natura orientando la
storia al progresso e alla “pubblica felicità”, essa contrappone la figura
dello jettatore. Un individuo che inconsapevolmente e sistematicamente
introduce il disordine nella sfera sociale, morale e naturale della vita e
che, per cieco destino, fa andare sempre le cose di traverso vanificando e
distruggendo qualsiasi progetto positivo, qualsiasi azione razionalmente
orientata. Nel secolo dei lumi, lo jettatore smentisce e stravolge tutti i
lumi del secolo inducendo anche “i savi” a ricorrere ad amuleti e scongiuri.
E' l'ironia vivente della fiducia nella riformabilità del mondo. Mentre
l'illuminismo anglo-francese nacque e maturò sulla spinta della reale forza
razionalizzatrice di una vigorosa borghesia commerciale e industriale e nel
quadro di forti monarchie nazionali in espansione, l'illuminismo napoletano
non poté giovarsi delle stesse condizioni storiche e fu perciò più
indulgente verso il ritualismo magico. La magia cerimoniale, le
accentuazioni magiche del cattolicesimo meridionale e l'elaborazione
dell'ideologia della jettatura stanno fra loro in un rapporto storico
definito il cui scenario potrebbe designarsi come, per usare una definizione
di Benedetto Croce, la non-storia del regno di Napoli, ossia la sua
condizione di secolare immobilismo. La ragione di questa persistenza del
magico, quindi, non va ricercata nell'ignoranza e nella stupidità delle
plebi, ma nelle forme egemoniche della vita culturale, e in ultima istanza
nella stessa “alta cultura”.
Il nucleo fondamentale
della magia cerimoniale lucana è la fascinazione (in dialetto fascinatura
o affascino). Con questo termine si indica una condizione
psichica di impedimento e di inibizione, e al tempo stesso un senso di
dominazione, un essere agito da una forza potente e occulta, che
lascia senza margine di autonomia e senza capacità di scelta l'individuo.
Col termine affascino si designa anche la forza ostile che circola
nell'aria, e che insidia inibendo o costringendo. Cefalea,
spossatezza,astenia, sonnolenza e ipocondria accompagnano spesso la
fascinazione, ma il suo tratto caratteristico è costituito dalla sensazione
di una forza indomabile e funesta che annulla del tutto la volontà
personale. La fascinazione comporta, dunque, un agente e una vittima. Quando
l'agente fascinatore ha forma umana, essa si determina come malocchio,
cioè come influenza maligna che procede dallo sguardo invidioso. Per tale
ragione il malocchio è anche chiamato invidia e assume varie
sfumature che vanno dall'influenza più o meno involontaria alla |
fattura vera e
propria, ordita con un cerimoniale ben definito e che può diventare
particolarmente temibile e pericolosa (fattura a morte). Per
combattere l'affascino, esiste una precisa
procedura che va attuata da parte di operatori magici specializzati detti
anche rimedianti. La maciara o fattucchiera si immedesima nello stato
di fascinazione della vittima e lo “patisce” assumendolo su di sé; ciò
produce in lei uno stato di parziale incoscienza, una condizione
semi-onirica che la fa sbadigliare o talvolta versare lacrime. Quando non
compaiono fenomeni del genere significa che il paziente non è affascinato e
che il suo mal di testa dipende da altre cause. A Colobraro, tuttavia, si
ammetteva che la fattucchiera potesse non sbadigliare e non versare lacrime
anche per la presenza di un fascinatore più potente di lei. Nel trattamento
della fascinatura è importante decidere chi sia l'operatore magico e alcune
formule indicano i tre mezzi attraverso cui la fascinatura è stata
esercitata: l'occhio (e quindi lo sguardo), la mente (il
pensiero malevolo), la mala volontà (l'intenzione invidiosa).
Tra i “mal di testa”
magici, ve n'è uno, chiamato lo scindone che nella medicina popolare
viene collegato al sole, per il fatto che questa particolare cefalea
subentra al calare del sole, dopo una giornata di fatica nei campi e
accompagna chi ne è colpito per tutta la notte togliendogli sonno e riposo.
Il mattino seguente non solo il cerchio doloroso non è scomparso, ma
continua a stringere la testa in una morsa che intorpidisce le membra.
Occorre, tuttavia, rimettersi in cammino e tornare alla fatica dei campi.
Allora il contadino appena sorge il sole si pone di fronte all'astro
nascente, allarga le braccia e mormora: buon giorno santi sole a li piedi
del Signore da lu' petto ne leva l'affanno da la testa lu gran dolore: buon
giorno santi sole! Il sincretismo
pagano-cattolico di questi scongiuri è evidente: il santo sole si umilia ai
piedi del Signore. In questa concezione magica della malattia come
fascinazione o come “cosa fatta” la qualità del sintomo, l'eziologia, la
diagnosi e la terapia così importanti per la medicina scientifica hanno un
rilievo del tutto secondario. Talvolta, le pratiche magiche possono anche
facilitare la guarigione producendo benefici effetti psico-somatici, ma ciò
che le mantiene vive è l'effetto protettivo e non le guarigioni organiche
peraltro rare o eccezionali. Tra i morbi magici un posto di rilievo occupa
il male dell'arco, ovvero l'itterizia. Secondo la tradizione, la
malattia verrebbe assorbita dal malato urinando contro l'arcobaleno. Per
guarire e liberarsi dalla malignità gialla che scorre nel sangue, il malato,
prima del sorgere del sole e senza rivolgere parola a nessuno, esce di casa
e passa sotto tre archi in muratura ripetendo lo scongiuro rituale e
restituendo così agli archi di pietra il male che egli aveva assorbito
dall'arcobaleno.
“Se ci chiediamo”
scriveva negli anni Cinquanta De Martino “quali sono le ragioni che fanno
sopravvivere una ideologia così arcaica nella Lucania di oggi, la risposta
più immediata è che tuttora in Lucania un regime arcaico di esistenza
impegna ancora larghi strati sociali, malgrado la civiltà moderna.”
Penuria di beni primari, precarietà del presente e incertezza del futuro,
carenza di assistenza sociale e di comportamenti razionali efficaci con cui
fronteggiare i momenti critici dell'esistenza, asprezza della fatica e del
lavoro nel quadro di un'economia agricola arretrata, incontenibile potenza
delle forze naturali spiegavano senz'altro il perdurare delle pratiche
magiche. In particolare, quelle relative a gravidanza, parto, allattamento,
svezzamento, ai rischi del bambino nei primi anni di vita, che si
ricollegano all'alto numero degli aborti spontanei, della mortalità
perinatale e infantile, alla carenza di forme assistenziali per la gestante,
la partoriente, la mamma, il bambino.
Sul piano metastorico
della magia, infatti, tutte le gravidanze sono condotte felicemente a
termine, tutti i neonati sono vivi e vitali, il latte fluisce sempre
abbondante dal seno delle madri, tutte le malattie guariscono, tutte le
tempeste vanno a scaricarsi in luoghi deserti, tutte le prospettive incerte
si definiscono. Proprio all'opposto di ciò che accade nella storia. Grazie
alla magia, si instaura un regime protetto che consente di stare nella
storia come se la storia non esistesse e tutto fosse già deciso, mettendo al
riparo il soggetto anche dalle irruzioni caotiche dell'inconscio.
Nel regime
esistenziale lucano, infatti, non contava solo il disagio materiale della
fame o della malattia ma pure il rischio ben più grave del naufragio
psichico, la crisi della stessa presenza e identità individuale. In
apparenza la magia cerimoniale lucana combatte sul piano immaginario le
manifestazioni del negativo che punteggiano l'esistenza; in realtà essa
protegge l'individuo dal rischio di “perdersi”, di smarrire il controllo di
se stesso dinanzi ai molteplici eventi dolorosi del vivere quotidiano.
L'integrità del soggetto, la padronanza di sé è l'elemento indispensabile
con cui fronteggiare le avversità. Perfino il fatto che il “malocchio” sia
chiamato invidia è in rapporto ovvio con un ambiente caratterizzato
dalla povertà e dalla miseria.
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