|
continua da pagina 32
Alla malignità segreta
che circola nell'aria, al “fascino che va per la via” corrisponde una reale
condizione psicologica di impulsi invidiosi involontari e incoercibili, dai
quali sente il bisogno di difendersi non solo l'invidiato ma anche
l'invidioso.
Una magia di tipo
lucano si ritrova presso i popoli cosiddetti primitivi e i suoi tratti si
presentano nelle più diverse epoche e civiltà della storia. Anche la
baskania dei Greci e il fascinum dei Romani si ricollegano
visibilmente all'esperienza dell'essere agito da che sta alla base
della magia lucana. Tuttavia, isolare le tecniche magiche lucane dal
contesto storico in cui esse svolgono o hanno svolto la loro funzione
protettiva paragonandole ed accostandole a tecniche similari di altre
civiltà ci espone ad un grave errore metodologico che consiste
nell'avvalorare la presenza di un “mondo magico” ubiquitario che, come tale,
non è mai esistito.
Se vogliamo passare
dalla mera descrizione alla comprensione, non possiamo limitarci a
considerare la magia lucana come semplice variante di una categoria
universale, di quel “magico eterno”, presente in ogni epoca e in ogni luogo
della storia umana. E sarebbe altrettanto sbagliato e ancor più riduttivo
liquidarla come un pittoresco relitto di antiche pratiche superstiziose
destinate prima o poi a scomparire sotto l'impulso della modernità.
Del
resto, ogni riduzione della vita magico-religiosa del Mezzogiorno al
paganesimo del mondo antico è improponibile. Anche la società meridionale,
infatti, ha partecipato alla formazione della civiltà cristiana e della
civiltà moderna.
La magia lucana, pertanto, non è un fenomeno locale tipico
di un'area geografica vissuta per secoli in una realtà sospesa fuori dalla
storia, nel più totale isolamento, come sostiene in alcune sue pagine Carlo
Levi.
Per rovesciare la stessa metafora che funge da titolo del suo libro
più famoso, Cristo non si è fermato a Eboli, limitandosi a civilizzare le
aree urbane o costiere del Mezzogiorno, più aperte e disponibili al contatto
con il divenire storico.
Perché tutta l'Italia meridionale, Lucania inclusa,
ha sperimentato, dal XVI secolo in avanti, un approccio alla modernità
segnato soprattutto dall'assenza dello Stato nella sua versione moderna di
istituzione pubblica finalizzata alla promozione della vita civile, del
benessere collettivo, del progresso economico e sociale. |
E' dalla mancanza di
una classe dirigente capace di superare i propri egoismi corporativi
facendosi carico degli interessi generali per assumere la guida di quel
processo di cambiamento e trasformazione già in atto in altri Paesi europei.
Da ciò deriva quel senso di diffidenza e di estraneità allo Stato in quanto
tale, quella sorta di anarchismo arcaico, che Levi ravvisava nei contadini
lucani e che si esprimeva nel radicale rifiuto dei simboli con cui lo Stato
(dal regno borbonico, alla monarchia sabauda, al regime fascista) mostrava
di volta in volta il suo volto oppressivo, iniquo e vessatorio, vestendo i
panni dell'esattore fiscale o del gendarme.
In questo quadro di ingiustizie
e di soprusi, al cospetto di una miseria atavica che i rappresentanti del
potere non avevano alcun interesse a combattere e sradicare e che sembrava
quindi un portato eterno di un destino ostile prende senso anche la
sopravvivenza della magia cerimoniale.
La quale, da strumento di difesa e di
protezione nei confronti di un'alterità diabolica e maligna, è diventata col
tempo un'inconsapevole, ma tenace manifestazione di sfiducia e di protesta
verso un agire politico vissuto esclusivamente come dominio e
sfruttamento.
Quindi, se la
jettatura costituì, in alcuni settori della classe colta meridionale, il
riflesso ideologico di un difetto di coscienza civile nel senso moderno
della parola, l'essere agito da, che sta alla base della magia
popolare (con le sue tematiche della possessione, della fattura e
dell'esorcismo) rappresenta, secondo De Martino, la contropartita
individuale e psicologica alimentata nel popolo da quel difetto.
Con una differenza
sostanziale, però: la jettatura andrebbe finalmente considerata, quella sì,
un relitto del passato da relegare tutt'al più entro i confini della
spicciola comicità d'avanspettacolo.
La magia popolare, invece, rimane un
fenomeno serio e complesso che merita ancora oggi di essere studiato con
attenzione e rispetto poiché appartiene integralmente alla cultura e alla
storia della civiltà contadina.
Quella cultura e quella storia che abbiamo
il dovere di trasmettere ai giovani, ai figli di questa bellissima terra,
perché dalla conoscenza delle loro radici e del loro passato traggano la forza necessaria per vivere da protagonisti il futuro.
|