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RELAZIONE per la presentazione del libro
"NELLA TERRA DEL MAGICO E DEL FANTASTICO:COLOBRARO"
di Daniele Calvi

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Alla malignità segreta che circola nell'aria, al “fascino che va per la via” corrisponde una reale condizione psicologica di impulsi invidiosi involontari e incoercibili, dai quali sente il bisogno di difendersi non solo l'invidiato ma anche l'invidioso.
Una magia di tipo lucano si ritrova presso i popoli cosiddetti primitivi e i suoi tratti si presentano nelle più diverse epoche e civiltà della storia. Anche la baskania dei Greci e il fascinum dei Romani si ricollegano visibilmente all'esperienza dell'essere agito da che sta alla base della magia lucana. Tuttavia, isolare le tecniche magiche lucane dal contesto storico in cui esse svolgono o hanno svolto la loro funzione protettiva paragonandole ed accostandole a tecniche similari di altre civiltà ci espone ad un grave errore metodologico che consiste nell'avvalorare la presenza di un “mondo magico” ubiquitario che, come tale, non è mai esistito.
Se vogliamo passare dalla mera descrizione alla comprensione,  non possiamo limitarci a considerare la magia lucana come semplice variante di una categoria universale, di quel “magico eterno”, presente in ogni epoca e in ogni luogo della storia umana. E sarebbe altrettanto sbagliato e ancor più riduttivo liquidarla come un pittoresco relitto di antiche pratiche superstiziose destinate prima o poi a scomparire sotto l'impulso della modernità.
Del resto, ogni riduzione della vita magico-religiosa del  Mezzogiorno al paganesimo del mondo antico è improponibile. Anche la società meridionale, infatti, ha partecipato alla formazione della civiltà cristiana e della civiltà moderna.
La magia lucana, pertanto, non è un fenomeno locale tipico di un'area geografica vissuta per secoli in una realtà sospesa fuori dalla storia, nel più totale isolamento, come sostiene in alcune sue pagine Carlo Levi.
Per rovesciare la stessa metafora che funge da titolo del suo libro più famoso, Cristo non si è fermato a Eboli, limitandosi a civilizzare le aree urbane o costiere del Mezzogiorno, più aperte e disponibili al contatto con il divenire storico.
Perché tutta l'Italia meridionale, Lucania inclusa, ha sperimentato, dal XVI secolo in avanti, un approccio alla modernità segnato soprattutto dall'assenza dello Stato nella sua versione moderna di istituzione pubblica finalizzata alla promozione della vita civile, del benessere collettivo, del progresso economico e sociale.

E' dalla mancanza di una classe dirigente capace di superare i propri egoismi corporativi facendosi carico degli interessi generali per assumere la guida di quel processo di cambiamento e trasformazione già in atto in altri Paesi europei.
Da ciò deriva quel senso di diffidenza e di estraneità allo Stato in quanto tale, quella sorta di anarchismo arcaico, che Levi ravvisava nei contadini lucani e che si esprimeva nel radicale rifiuto dei simboli con cui lo Stato (dal regno borbonico, alla monarchia sabauda, al regime fascista) mostrava di volta in volta il suo volto oppressivo, iniquo e vessatorio, vestendo i panni dell'esattore fiscale o del gendarme.
In questo quadro di ingiustizie e di soprusi, al cospetto di una miseria atavica che i rappresentanti del potere non avevano alcun interesse a combattere e sradicare e che sembrava quindi un portato eterno di un destino ostile prende senso anche la sopravvivenza della magia cerimoniale.
La quale, da strumento di difesa e di protezione nei confronti di un'alterità diabolica e maligna, è diventata col tempo un'inconsapevole, ma tenace manifestazione di sfiducia e di protesta verso un agire politico vissuto esclusivamente come dominio e sfruttamento.
Quindi, se la jettatura costituì, in alcuni settori della classe colta meridionale, il riflesso ideologico di un difetto di coscienza civile nel senso moderno della parola, l'essere agito da, che sta alla base della magia popolare (con le sue tematiche della possessione, della fattura e dell'esorcismo) rappresenta, secondo De Martino, la contropartita individuale e psicologica alimentata nel popolo da quel difetto.
Con una differenza sostanziale, però: la jettatura andrebbe finalmente considerata, quella sì, un relitto del passato da relegare tutt'al più entro i confini della spicciola comicità d'avanspettacolo.
La magia popolare, invece, rimane un fenomeno serio e complesso che merita ancora oggi di essere studiato con attenzione e rispetto poiché appartiene integralmente alla cultura e alla storia della civiltà contadina.
Quella cultura e quella storia che abbiamo il dovere di trasmettere ai giovani, ai figli di questa bellissima terra, perché dalla conoscenza delle loro radici e del loro passato traggano la forza necessaria per vivere da protagonisti il futuro.

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