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FINE DI UN EPOPEA
la valigia di cartone
di Pietro Giovanni Lucarelli

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Cicciolo, pronto a restituirla, se qualcuno della famiglia la volesse conservare per ricordo.
Nessuno la reclamò e Cicciolo esprime il desiderio di poterla conservare a futura memoria. Per prima a dare il proprio consenso è mamma Rosa che dice: "sì, figliolo, fallo che ti porterà fortuna, mio marito ci teneva molto a questa valigia che era stata di suo padre ci teneva tanto; l’aveva persino foderata con tanta cura per coprire gli scritti o, meglio gli scarabocchi del suo papà e quelli che lui stesso aveva vergato per sua stessa memoria, ovvero quello che noi oggi chiamiamo promemoria o taccuino".
Cicciolo, contento di conservare come suo ricordo quella vecchia ma efficiente valigia, torna a casa del papà e racconta come ha trascorso quella particolare festa di Natale.
Il papà Gioacchino gli racconta tutta l’avventura di quel giovane Giacinto ed anche del suo papà entrambi partono per le Americhe in cerca di fortuna con la stessa valigia, ma il nonno torna a casa con una buona scorta di dollari, ma non è così per Giacinto che torna con pochi guadagni che gli servono appena per sposarsi con la signora Rosa. Fu il loro un matrimonio d’amore che durò fino all’immatura scomparsa di lui e che la signora lo ricorda ancora con l’amore di sempre, infatti, ha sul suo petto un'immagine in porcellana di Giacinto.
Cicciolo, preso dal racconto del papà e da quello che aveva detto mamma Rosa, si accinse a scartare la valigia per vedere cosa aveva scritto al suo interno il suocero, quell’uomo tanto adorato ma sfortunato nella vita, tanto da morire per uno stupido asino imbizzarrito che lo trascina, giù in un precipizio con lui.
La scoperta fu davvero toccante per il nostro Cicciolo, perché si raccontava quasi esattamente quello che era capitato a lui un secolo dopo quel primo viaggio nelle Americhe.
Trovò che il nonno Antonio spalò il carbone in un vapore per ben 60 giorni per arrivare a Bufalo e qui altri dolori lo colsero, come la fame, l’incomprensione, il vestire di stracci, il sentirsi calcolato per meno di niente, la nostalgia di casa e tante altre cose ancora.
Non era stato così per Giacinto che aveva trovato la fabbrichetta dove il padre aveva lavorato e che fu subito accolto proprio per rispetto ad Antonio e a "quella valigia" che ancora portava la firma di uno dei figlioli del proprietario della fabbrichetta di calzature, che tanto aveva legato col signor Antonio e il suo ritorno in Patria fu una perdita per l’azienda.
Ma, ahimè, anche Giacinto soffre dello stesso problema del padre, cioè lo stare al chiuso per l’intera giornata senza vedere il sole o un giorno di festa, infatti vi resta il minimo indispensabile per racimolare il costo del viaggio di ritorno e una piccola scorta di danaro per poi fare definitivamente ritorno alla terra natia.
Questa storia turba moltissimo il nostro Cicciolo, tanto da indurlo a fare  un breve esame della sua vita e si accorge che ha diverse varianti rispetto a quei racconti; lui è laureato; ha un ruolo di prestigio conduce una vita agiata; vive in Patria; non sta sempre al chiuso; insomma è totalmente all’opposto delle altre due vite che hanno posseduto la valigia, se si escludono le difficoltà iniziali.
Decide, così, di conservare la valigia che era oramai un simbolo nazionale per molti italiani che cercavano fortuna nelle Americhe, latina o anglosassone che sia. Infatti; la valigia di cartone legate con lacci e laccioli viaggiavano non solo sui treni europei ma su mezzi diversi per le parti del mondo, era per tutti i doganieri diventata ormai il passaporto Italiano, bastava vederne una in Brasile o Argentina, per dire ecco, lì c’è un calzolaio italiano; in Francia, per dire, lì c’è uno "spaghetti" e via discorrendo.
La valigia dunque, era un segno di riconoscimento di italianità in vari stati.
Cicciolo di questo era veramente convinto, ma anche di aver avuto fortuna proprio cominciando dal regalo di quella valigia, di cartone perciò era da conservare a ricordo dei tempi andati.
Non la pensarono così i figli che con la scomparsa del padre dovettero dividersi le sue sostanze, ma non i ricordi che nulla portavano al loro modo di vivere.
Questo scrigno pieno di segreti doloranti, e vestiti logorati dal tempo, e dal lavoro, rappresentava per ogni emigrato il cordone ombelicale con la famiglia, la patria e i ricordi di gioventù.
Tutti curavano la valigia come un essere vivente di stretta familiarità, nessuno pensava di abbandonarla così come noi oggi ve la presentiamo, ma curata e conservata come un oggetto prezioso.
Ma sappiate, cari lettori, che anche nel 2007 i ricordi sono il retroterra della vita e la storia stessa.
Abbandonarsi a certezze desiderate non sempre realizzano il volere di ognuno, se non fortemente voluto e lavorando duramente, mentre lo spettro della valigia è lì che ritorna a farsi vedere sia pure in forme diverse ed inconsuete rivangando a tutti il proprio passato.

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