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vetro stesso, il trasporto e la vendita del legno,
dai boschi delle Alpi alla città marinara, che consumava faggi per le
fornaci ed impiegava roveri per costruire le navi.
L'XI secolo vide l'emergere, in Germania, di una nuova tecnica per la
produzione di lastre di vetro per soffiatura, stirando le sfere in cilindri,
tagliando questi ancora caldi e appiattendoli quindi in fogli.
Questa tecnica fu probabilmente impiegata per le famose vetrate del
nostro faro, tanto che fu poi perfezionata nel XIII secolo, quando Venezia
diventò un importante centro di produzione vetraria e sentì addirittura
la necessità di riunire tutte le fornaci nell'isola di Murano, ritenendo
che inquinassero il centro storico.
Oltretutto all'epoca la città era quasi esclusivamente costruita in
legno ed il pericolo d'incendio era palpabile e concreto. Compensati
della segregazione da una quantità di leggi a loro favore i maestri
vetrai, gli unici artigiani che potessero addirittura aspirare a nozze
patrizie, iscrivendo i propri figli nell'albo d'oro della nobiltà, diedero
a quest'arte un enorme impulso nel XIV secolo, quando furono sviluppate
nuove tecnologie e un fiorente commercio di stoviglie, specchi ed altri
oggetti di lusso.
Nello splendore del rinascimento vediamo finalmente le prime lucerne
di vetro cristallino ardere di pura luce trasparente! In seguito l'arte
barocca vede un fiorire di lucerne, tutte trasparenti e sottilissime,
assumere le forme più strane: draghi, cavalli, conigli, strumenti musicali,
uccelli pronti a prendere il volo ed invitanti grappoli d'uva. Man mano
che si diffonde l'uso del vetro cristallino appare sempre più ovvio
provvedere d'uno schermo di vetro anche le lucerne di bronzo o d'ottone,
o realizzare parafiamma per candele e lampade di varia foggia, tanto
che il
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termine
lampada o lucerna diventano sinonimi.
Come spesso accade, lo splendore barocco è il canto del cigno della
lucerna.
Più ci si muove e più la candela appare comoda e maneggevole: di cera
per i ricchi, di sego per i poveri, s'accende, si spegne, si conserva
facilmente! L'illuminazione cessa d'essere un fatto privato: un tempo
Venezia era una città particolarmente buia, e lungo le sue calli le
uniche luci erano i "cesendeli", ceri accesi dinanzi alle numerose immagini
sacre sui muri.
Visto l'aumento del numero di aggressioni che si ebbe intorno al 1450,
venne promulgata una legge che rendeva obbligatorio l'uso del lume per
chi girasse in città passate le tre di notte. Si usavano candele, candelieri,
fanali ed ogni sorta di lume; i nobili ed i ricchi naturalmente si facevano
precedere da un servo munito di lanterna detto "codega" per la funzione
che svolgeva. Secondo la spiegazione tratta da:
http://digilander.libero.it/venexian/
ita/codega.htm
sembra che tale nome derivi dal greco "odegos" (guida), ed anche in
tempi più recenti "codega" era il nomignolo che veniva dato a quei fattorini
muniti di ombrello addetti ad accogliere i clienti quando pioveva.
Dal servetto che accompagnava il padrone con una lampada nelle sue uscite
notturne, si arriva a soluzioni più "civiche" come i faretti che illuminano
piazza San Marco, in vetro appena rosato, che furono tra i primi esempi
d'illuminazione pubblica della città. In principio erano accese uno
per uno da un incaricato, ma la città fu una delle prime ad essere illuminata
a gas.
Con questo, il fascino della lucerna domestica è in parte dimenticato.
Ecco allora che "Aurora Prestini" ci riporta alla Venezia del ‘500 con
una lucerna in vetro cristallino … protagonista d'una storia! Vuoi saperne
di più? Clicca su
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