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 LA GIOCONDA DI LEONARDO DA VINCI
Racconto storico favolistico
di Pietro Giovanni Lucarelli

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Per noi è possibile dare diverse indicazioni della sepoltura in terra lucana secondo la prima edizione del volume "La rinascita degli dei ovvero Leonardo da Vinci" di Demetrio Sergghieievic Merehkowsky del 1865: sia del corpo della gentildonna nata a Napoli e poi col matrimonio divenuta cittadina fiorentina. L'opera in parola approda in Italia più tardi e diventa nota con la pubblicazione del 1905. Lagonegro e secondo il russo Demetrio, è la tomba della Gioconda; circostanza questa ancora imprecisata, come pure la volontà di distruggere il quadro dipinto da Leonardo o quanto meno la volontà da parte della modella di non vedere più quell'opera. Procederemo ora a raccontare la nostra visione dei fatti, senza togliere alcunché alla ricerca del professor Giuseppe Pallanti che la fa riposare nell'ex convento di Sant'Orsola, altri autori nella chiesetta di San Nicola o ancora nel vecchio cimitero del castello. Il matrimonio della Gherardini con messer Francesco Zenobio del Giocondo deve essere avvenuto nel 1494, subito dopo la morte della prima o come dicono alcuni della seconda moglie, data confermata dalla nascita del primo figlio Piero, avuto da Lisa nel 1496, poi dopo alcuni anni ne seguirono altri quattro: Camilla, Andrea, Giocondo e Federica. Questa è già una data controllata che non combacia con altre date che riguardano il matrimonio. Per tutte queste notizie ci troviamo d'accordo con chi sostiene che l'opera commissionata a Leonardo da Vinci deve ritenersi anteriore alla morte della Gheraedini, altrimenti la sepoltura a Lagonegro è da ritenersi un falso storico se si accetta l'oedinazione del quadro dello stesso postumo del 1513, per onorare la gentildonna e su questo non ci prolunghiamo nel dare altre spiegazioni. Diamo però per scontato che tutti conoscono i vari studi, ricerche, ipotesi, vicende e congetture fatti su quest'opera; perciò partiamo con disinvoltura dal Museo del Louvre e diciamo che: l'opera viene trafugata al Louvre di Parigi diverse volte nel corso dei secoli, ma noi ci riferiamo al furto fatto dai corsari o feroci pirati, nel 1506. Questi ultimi, in un primo momento erano un'accozzaglia d'italiani, turchi e francesi provenienti sicuramente da Napoli, guidati del leggendario Orusk Barbarossa. Li descrive già nel 1339 Dante nella su Divina Commedia, al Canto III dell'Inferno: "Diverse lingue, orribile favelle / Parole di dolore, accenti d'ira / Voci alte e fioche, e suon di man con elle..."
Questi avevano come loro obiettivo le navi, militari e civili, provenienti da paesi cristiani, che navigavano tra i porti del Mediterraneo o che erano dirette in Asia circumnavigando l'Africa; nonché le popolazioni civili dei paesi costieri cristiani, dal Mediterraneo fino all'Inghilterra, soggette a scorrerie e incursioni che razziano beni e uomini da ridurre in schiavitù. Si calcola che il numero totale degli europei rapiti e schiavizzati superi sicuramente, e forse di molto, il milione. Sebbene recentemente si voglia far accettare la generalizzata dizione di "corsari", la maggior parte di essi, specialmente nel XVI e XVII secolo, dovrebbe invece essere definita a tutti gli effetti "pirati", in quanto loro oggetto di preda e violenza erano anche le inermi popolazioni civili cristiane del bacino del mediterraneo (e oltre) e non esclusivamente le proprietà degli stati cristiani o le rotte di loro interesse commerciale, come nel caso della Guerra di Corsica. Il più conosciuto dei corsari (ed uno dei pochi che legittimamente poteva vantare tale titolo), "barbareschi", è probabilmente Khavr al-Din, detto

Barbarossa. Costui, dopo essere stato chiamato a difendere la città di Algeri dagli Spagnoli, ne uccise il sovrano e si sostituì ad esso nel 1510 facendo della città una delle basi più importanti per la Guerra di Corsica, che egli conduceva in nome e per conto del Sultano ottomano.
Questi uomini erano quelli che oggi chiamiamo spiriti irrequieti e che vagavano per il mondo senza una meta, ma sempre alla ricerca di ricchezze e grandezza per le loro gesta; nella loro testa si presentava sempre una impresa da superare o almeno da eguagliare per non essere considerati meno di questo o quel corsaro noto alle cronache del momento. Questo qualcuno era certamente Khayr al-Din, che regnò persino come sovrano di Algeri degli Spagnoli.

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Khayr al-Din Barbarossa

Khayr al-Din e qualche suo degno successore infestavano le coste del Tirreno in quegli anni ed avevano il loro rifugio sicuro proprio nel Golfo di Policastro, quindi nei pressi dei grandi boschi lucani a quattro passi da Lagonegro.
Questi uomini spingendosi forse fino a Parigi con i loro compagni, provenienti da altre nazioni, in qualche modo hanno avuto per le mani la Monna Lisa, pregevole opera leonardesca. Il loro capo che, in alcuni momenti della sua vita era anche stato un re, una volta in possesso di contatti ed informazioni precise dei frequenti passaggi sulla via Aquilia di messer Francesco Zenobio del Giocondo, famoso e ricco commerciante nonché marito di Lisa Gherardini (la Gioconda), avrà ben pensato di avvicinarsi alla coppia proprio a Lagonegro passaggio obbligato per raggiungere la Calabria e tentare di consegnare l'opera ai legittimi proprietari dietro un lauto compenso. Portata quindi l'opera in Italia e raggiunto Lagonegro loro habitat naturale, non resta a tal Barbarossache attendere il passaggio di messer Francesco Zenobio, con la sua bella moglie Monna Lisa, che vi giungono nel 1506, secondo la prima data ritenuta da molti valida. Sfruttando lo Statio di Lagonegro, ovvero la stazione di scambio dei muli e mulattieri.
Qui i pirati, con un consolidato stratagemma, si fanno invitare dai signori castellani presso cui abitualmente dimorava la coppia ed altri commercianti o viandanti facoltosi.
A tutta prima, ed evidentemente anche da sprovveduti, tendono di vendere l'opera ai signori del castello, ma essendo presenti i legittimi proprietari cambiano tattica e provano direttamente con loro; non sanno, però; quello che l'opera rappresentava, cioè il "neo" di quella unione matrimoniale del Zenobio del Giocondo. Di fatto quell'opera, secondo altri studi, rappresentava uno sfogo di gioventù di Leonardo da Vinci, realizzata per far la gioia del suo protettore messer Francesco Zenobio del Giocondo, e non per fare contenta la gentil donna.
Si è detto tante volte che quel genio di Leonardo forse era un omosessuale e che amasse il suo stesso protettore, perciò il quadro fu realizzato con tratti di volti: come il proprio, del suo protettore e di altri personaggi

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