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 LA GIOCONDA DI LEONARDO DA VINCI
Racconto storico favolistico
di Pietro Giovanni Lucarelli

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Sceglievano il nostro territorio proprio per l’asprezza dei luoghi, che a causa di continue guerre e scorrerie di pirati veniva contaminato da malattie terribili e mortali quasi sempre sconosciute. Infine la figura del Orusk Barbarossa che indossava a suo piacimento e a secondo dei momenti gli abiti da regnante o del benefattore: questi gli servivano per giustificare i suoi più atroci misfatti ed incoraggiare i popolani a ribellarsi verso i loro veri aguzzini, cioè i feudatari.
 Questo si verifica certamente nel castello di Lagonegro posseduto dai Sanseverino fino al 1497. Passò poi al Regio Demanio, ai Saragusio, ai Carafa e a Gian Giacomo Cosso.
 Nel 1551 il castello fu distrutto e i cittadini liberati dal giogo dei feudatari infine e ad per opera di Paolo Marsicano il popolo riuscì a liberarsi dal potere feudale e il territorio il quale fu incorporato nel Demanio Regio, cambiando persino il nome: si chiamò Lacusliber e non Lacusniger; da quella data non fu più ricostruito, restano solo i ruderi

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ruderi del castello di Lagonegro

del castello di Lagonegro. Con il sostegno della storia possiamo dire che è credibile la presenza dei coniugi Zenobi del Giocondo a Lagonegro proprio nella prima decade di quel secolo e il Barbarossa era l’incontrastato despota del Golfo di Policastro e quindi dei boschi lucani teatri di molte incursioni.

Non possiamo attribuire direttamente l’evento di cui sopra a lui o al fratello “Khair-ed-Din Barbarossa”, sicuramente può essere avvenuto ad opera dei suoi secondi dei suoi generali o delfini, come diremmo oggi. E immergendoci nella storia di quegli anni, per esclusione, certamente possiamo dire che solo un'organizzazione come quella afro-catalana con a capo il più famoso dei pirati, Orusk Barbarossa, poteva realizzare l’impresa che ha visto in primo piano due nazioni la Francia e l’Italia interessate all'opera d'arte.
Quali motivi spingevano i compratori di pellame del nord e centro Italia fin quagiù? Possiamo affermare che vi erano principalmente due motivi il primo, l’industria pastorizia ben curata da nostri allevatori; la seconda motivazione è l’atavica assenza di industrie e rete di comunicazione col resto d’Italia.
Infatti esistevano solo poche vie di comunicazione: la regina delle vie, “L’Appia”; con partenza da Roma verso il sud e la via “ Emilia verso il nord.
Da noi però esisteva anche la via Aquilea che raggiungeva le calabrie ed è quella che il nostro messer Francesco Zenobio del Giocondo percorreva per i suoi affari.
Ma come erano queste vie e come venivano percorse? Erano tortuose e si percorrevano prevalentemente con cavalcature, ovvero muli, e sempre assistite con delle scorte di soldati ben organizzate al comando di esperti capitani di polizia, al soldo dei facoltosi commercianti.
Tra uno Statio e l’altro, ossia tra una stazione di scambio e l’altra, a cominciare dalla Campania esistevano tratti di strade carrabili e quindi i trasporti avvenivano su carri romani, cioè trainate da buoi mentre il percorso calabro-lucano era servito solo da muli, quindi maggiormente soggetto a predatori di ogni genere.
Le scorte in questa Regione avevano un bel da fare ed è tristemente famoso il passo o salita dello

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