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Sceglievano il nostro territorio proprio
per l’asprezza dei luoghi, che a causa di continue guerre e scorrerie
di pirati veniva contaminato da malattie terribili e mortali quasi sempre
sconosciute. Infine la figura del Orusk Barbarossa che indossava a suo
piacimento e a secondo dei momenti gli abiti da regnante o del benefattore:
questi gli servivano per giustificare i suoi più atroci misfatti ed
incoraggiare i popolani a ribellarsi verso i loro veri aguzzini, cioè
i feudatari.
Questo si verifica certamente nel castello di Lagonegro posseduto dai Sanseverino
fino al 1497. Passò poi al Regio Demanio, ai Saragusio, ai Carafa e
a Gian Giacomo Cosso.
Nel 1551 il castello fu distrutto e i cittadini liberati dal giogo dei feudatari
infine e ad per opera di Paolo Marsicano il popolo riuscì a liberarsi
dal potere feudale e il territorio il quale fu incorporato nel Demanio
Regio, cambiando persino il nome: si chiamò Lacusliber e non
Lacusniger; da quella data non fu più ricostruito, restano solo i ruderi

ruderi del castello di Lagonegro
del castello di Lagonegro.
Con il sostegno della storia possiamo dire che è credibile la presenza
dei coniugi Zenobi del Giocondo a Lagonegro proprio nella prima decade
di quel secolo e il Barbarossa era l’incontrastato despota del Golfo
di Policastro e quindi dei boschi lucani teatri di molte incursioni.
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Non possiamo attribuire direttamente
l’evento di cui sopra a lui o al fratello “Khair-ed-Din Barbarossa”,
sicuramente può essere avvenuto ad opera dei suoi secondi dei suoi generali
o delfini, come diremmo oggi. E immergendoci nella storia di quegli
anni, per esclusione, certamente possiamo dire che solo un'organizzazione
come quella afro-catalana con a capo il più famoso dei pirati, Orusk
Barbarossa, poteva realizzare l’impresa che ha visto in primo piano
due nazioni la Francia e l’Italia interessate all'opera d'arte.
Quali motivi spingevano i compratori di pellame del nord e centro Italia
fin quagiù? Possiamo affermare che vi erano principalmente due motivi
il primo, l’industria pastorizia ben curata da nostri allevatori; la
seconda motivazione è l’atavica assenza di industrie e rete di comunicazione
col resto d’Italia.
Infatti esistevano solo poche vie di comunicazione: la regina delle
vie, “L’Appia”; con partenza da Roma verso il sud e la via “ Emilia
verso il nord.
Da noi però esisteva anche la via Aquilea che raggiungeva le calabrie
ed è quella che il nostro messer Francesco Zenobio del Giocondo percorreva
per i suoi affari.
Ma come erano queste vie e come venivano percorse? Erano tortuose e
si percorrevano prevalentemente con cavalcature, ovvero muli, e sempre
assistite con delle scorte di soldati ben organizzate al comando di
esperti capitani di polizia, al soldo dei facoltosi commercianti.
Tra uno Statio e l’altro, ossia tra una stazione di scambio e l’altra,
a cominciare dalla Campania esistevano tratti di strade carrabili e
quindi i trasporti avvenivano su carri romani, cioè trainate da buoi
mentre il percorso calabro-lucano era servito solo da muli, quindi maggiormente
soggetto a predatori di ogni genere.
Le scorte in questa Regione avevano un bel da fare ed è tristemente
famoso il passo o salita dello
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