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LA GIOCONDA DI LEONARDO DA VINCI
Racconto storico favolistico
di Pietro Giovanni Lucarelli

continua da pag. 31

Infatti, quando avvenne il completamento della bonifica delle aree meridionali della Magna Grecia, la Gioconda ormai avanti negli anni, tenta ancora una volta di visitare quei posti che la videro giovane e piacente, organizzando  un viaggio verso la costa marateota, che la raggiunse con un veliero sottratto ai suoi carcerieri di un tempo e con cui aveva mantenuto buoni rapporti di affari, infatti, con la promessa di un facile abbordaggio di navi cariche di ricche mercanzie, provenienti dalla Francia, ottiene in cambio dai pirati un favoloso veliero, però quelle navi erano, in realtà cariche di militari di quel Ferdinando III che aveva giurato di sterminare il "cancro" che dilagava nei nostri mari appunto infetto da pirati e corsari. Questa manovra, forse fu una prima vera vittoria, che poi porterà il Re alla battaglia di Lepanto nel 1571, e dichiarò Maratea feudo della Corona riservando per sé tutti i diritti. La Gioconda addobba il veliero col gusto e la grazia di una vera regina e fa vela verso Maratea consapevole della protezione di Re Federico III. Attraversa quel corno di mare Jonio che si fonde col mar Tirreno col suo favoloso veliero in festa, non curandosi di quelle persone che vi persero la vita a causa del suo tradimento, visto che fino a qualche mese prima erano suoi alleati e che avevano provveduto a formare la sua ricchezza e a fornire il veliero su cui festeggiava. Forse anche questo accrebbe la sua penitenza almeno psicologica, infatti, viene colta da malori durante i ricevimenti offerti dai dignitari del Re come una regina e forse fu lo stesso Re a riceverla, preso come era dalla curiosità della tanta chiacchierata dama, ed anche per ringraziarsela per la segnalazione della flotta piratesca in quelle acque per attaccare il convoglio commerciale di sua Maestà.

 

Dopo i ricevimenti di rito la nobildonna si addentra nei vicini tenimenti di Lagonegro attraversando la direttiva già allora nota, "Valle del Noce".
Raggiungendo dopo tante fatiche l’agognata città di Lagonegro e quel castello che la vide giovane ed aitante quanto piacente donna, giunta sul posto con sua grande sorpresa trova solo ruderi.
Qui rivide la sua vita passare sotto i suoi occhi come in un film, presa dallo sconforto dai ricordi si ammala, ma forse trova accoglienza e sollievo morale nella Cattedrale Medioevale di San Nicola che la vide colà in preghiera da giovane e benestante dama.
Considerata l’età sulla novantina e le fatiche sopportate per arrivarci e i dolori dei ricordi; è probabile che la malattia prende il sopravvento alle forze e vi trova la morte e la stessa sepoltura come sostiene qualcuno.
È forse in questo quadro che la Gherardini cambia nome e si concretizzano le nuove ricchezze in una piccola isola protetta dal Re amico.
Se diamo per buona questa teoria si può anche accettare la morte della Monna a Lagonegro perché essendo lei veramente avanti negli anni può aver avuto un malore e non necessariamente malata di peste e muore proprio nella città che la vide vive nel suo vigore giovanile.
I lagonegresi paghi della raggiunta libertà feudale e in parte proprio grazie anche agli eventi più che la figura della Gherardini aveva attirato in città, maturò in essi la volontà di ribellarsi ai tiranni feudatari, perciò acconsentono per seppellirla anonimamente in una delle chiese intorno al vecchio castello, di cui erano rimaste solo le fondamenta come li vediamo nella foto sopra pubblicata.
Per concludere la nostra favola diciamo che non vi è certezza più grande di quella che un popolo adotta come sua storia e non importa se è vera o inventata, proprio come è accaduto per la nostra cittadina nel cuore degli Appennini Lucani.

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