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LA POESIA RALLEGRA L'ANIMA
E L'ELEVA A SENTIMENTI PIÚ ALTI
di Vladimiro Petrigliano

Prefazione 
di Pietro G. Lucarelli e Francesco D'Oronzio

La poesia a Colobraro a declamarla sono in tanti, ma quella che ci colpisce particolarmente e che rallegra l'anima ed eleva ad alti sentimenti sono i versi di Vladimiro Petrigliano, intrisi d'amore per il loco natio, sia pure con tanto pessimismo.
"Tal degli innumerevoli disegni che l'Altissino,/ di mostrar agli uomini la sua grandezza,/ in terren pietroso un rango disperso e disperato immortalò,/ che sol negli affanni secolari provò contentezza." 
Questi sono la prova della sua vena pessimistica con un pizzico di sarcasmo... edulcorato con un "grande amore" per i luoghi dove fanciullo giacque.
Difatti, la sua permanenza nella città eterna da studente che lo ha visto trasformarsi da ragazzo di un piccolo borgo in uno stimato dottore votato alla poesia, i cui versi sono pregni di ricordi tristi del paese natale che in Roma  riappaiono nel suo animo a mo' di sofferenze vissute da bambino, ne è la riprova.
Anche i tanti amori giovanili che pure sono presenti nella sua vena non gli sono stati di ausilio nel rimuovere quella patina melanconica, la quale  farcisce i suoi moti interiori onnipresenti nei versi, che affascinano il lettore proprio per quelle immagini cariche allo stesso tempo di pessimismo e amore.
Il contesto dei suoi componimenti affascina chi desidera farsi attrarre da immagini uniche e genuine con tanta somiglianza con quelle del vate di Recanati, che cantò "L'Infinito".
È così che il nostro dottore canta  nel "poemetto incompiuto"... la sua Colobraro.


STORIA DI COLOBRARO

Qual sol al primo albor appare,
i suoi raggi luminosi inonda sull'universo,
e mai al suo calor e folgor si spegne e scompar,
se non all'imbrunir violaceo e squallido chiude il verso!
Qual seme sparso dall'agricoltor nella terra affonda e negli abissi si sperde,
e compagno al tempo percorre la sua giovinezza,
e al germogliare ammira le create cose e al crescere il bel  ver
e finché al tempo adatto colui che lo innestò or lo smozza con asprezza!
Qual la vite data dal sublime Creator,
in letizia e dispiaceri percorre il suo cammino,
e raro infiamma di tristezza il cuor,
se non all'ora fatale trova speme nel divin;
Tal degli innumerevoli disegni che l'Altissimo pensò,
di mostrar agli uomini la sua grandezza,
in terren pietroso un rango disperso e disperato immortalò,
che sol negli affanni secolari provò contentezza.
D'allor dallo spuntar del sole al suo tramontar
giammai si posa, si consuma col logorio,
pensieri cupi e disperati privon perfin l'amare,
dando inizio al lungo e dur martirio.
Allor che Francesco convert'si,
lasciando gli arbor mortali,
e innanzi all'Altissimo del mal fatto pentisi,
fondando l'ordo indugiante in chiostri fatali;
Allor che il brando dominava,
cagion di guerre, odi, delitti,
e castello su castello su aspri colli s'alzava
dal difendersi del crudel nemico e dalle vendette dei relitti;
Tal un minuto rango pensò e costruì,
e del mio paese l'un sun piano ivi sta tutt'or,
l'altro sulla vetta edificò, che poca gloria giunge fin qui ma s'affaccian le mura diroccate ancor.
Tu, Iddio, che assistesti le dure fatiche umane,
e fosti consapevole delle alte opere
volgi a questo popolo lo sguardo benigno e le tue mani,
e sii per esso un segno celeste delle tue memorie.
Nel silenzio profondo e meditato,
de' secoli aspri e oscuri che s'affacciavan,
il rango al combattere avezzato e per questo tutto ohimé, travagliato grato
per schifosa guerra e sfida al guadagno, sol la natura si salva.
"I campi verdeggianti, gli alberi fioriti,
i fiori coloriti e odorosi,
gli augelli cantanti piacevol riti,
cicale e grilli ripetenti versi amorosi;
il gregge al pascolo su la montagna,
i boati de' pastor uscir dalle valli,
il rumor e il frugar tra le siepi: che cuccagna!
Tali meraviglie sol furor e saranno immortalati.
Ancor sentir lo scorrer de' torrenti,
che da monti a valli scendon,
la gente ammucchiata lor presso come armentui,
ad assaggiar i suoi fluir che lenti vengon;
sentir frusciar fra le siepi il vento,
uscir da esse gli animali,
risvegliarsi il demone dal letargo assonnato e lento,
oh, della natura questi pregi immortali!
Il lieto richiamo del contadino da Levante a Ponente,
far eco nella valle dà colli circondata,
una voce cauta e dolente,
rispondere serena e malannata.
Il sudor versato pel caldo al mietere,
il lungo dì che cerca invano posa,
infin porta frescura la sera,
e ognuno torna tardi alla casa amorosa.
È il tempo de' grappoli dorati,
e dopo tanti mesi maturati uno verrà
ed ecco dà tralci storti esser tagliati
dall'uomo riscuotatore che del bel vino vi farà.
All'odor del moscato dovunque sparso,
come foglie fedeli al vento,
lasciano il lor sostenitor e si sperdon a lento."
Un manto candido e vecchio,
coprir la terra e tutto,
e tutto uno sopettacolo,
e per risplendere la luce dappertutto.
Ma tali beltà molto non duraron,
che dagli appennini scender i Francesi
e tutte le magnificenze laceraron
delle popolazioni che restaron offesi;
per tre lunghi, disperati e lenti,
qual crude fiere esser domati e soggetti,
sotto tirannie atroci e tormenti
sempre dagli inospitali esser sospetti.
Il rango nobile e tenace voleva,
ma non poté trovare libere uscite,
e mentre l'odio contro l'oppressor cresceva,
si tessevan ingannie violenze miti.
Pertugi oscuri e inesperti,
cespugli folti, grandi, cupi
detter rifugio agli odiati inerti,
qual il vespro ai lupi.
Agli estranei il vitto non bastò,
sudar e fonte del contadino,
e il suol anche di sangue bagnò,
che fù versato spontaneo qual vino;
ma il Vendicator Supremo sol mosse giustizia,
che ancor ingnoto e misterioso era,
e l'usurpator punì non con malizia,
ma con volontà divina e mera.
Ahi, rango illuso e sconsolato,
d'ogni bene, aiuto umano,
forza divina e natural privato,
pien dell'altrui doti hai la mano.
Ahi, tali ai tuoi non son parenti,
scudo, gloria, esemplar onor,
ma rapiti crude ai poveri sofferenti
con disprezzo, sfiducia e mal rancor.
Ma, o mio rango diletto,
da Lui e dalla schiatta umana,
perché tu sopportasti con speme ogni dispetto,
avrai sempre lode divina e immana.
Fantastico apre due secoli la tua gloria, 
il silenzio dolce, ma aspro alla vita,
il tuo duro viver tuo, la speranza illusoria,
quando nel secolo innanzi pulite avesti le dita;
ahi, la tua patria da regno a regno travagliata,
divisa e da tutti, ohimé tradita
certo, da te, non fu mai calunniata,
perché tu fosti estranea e dipartita.
Ma, a tal vincitrice la lodasti,
da viltà, ingiustizia, affaticata
e pur sempre, vinta la comportasti,
per ricchezze e bramosie rinnegata.
Roma '74

REMENDAMETNTE SOLO

Oh, sole, che illumini la terra,
e tutto vedi in questo mondo,
dimmi chi soffre più di me alla rinserra,
e chi osservi più triste di me immondo?
Oh luna, luna che rispecchi la notte,
e che dell'universo tu sei la luce notturna
dimmi chi ama la vita o chi la morte,
perché questo orrendo turno?
Oh stelle stelle voi che siete lucciole nel cielo,
e presto scomparite al mattino,
ditemi perché tutti non credono nel vangelo
e in Colui ch' è Gesù Bambino?
Per le vie me ne vado smarrito e spensierato
contemplando natura e gente,
solo consolazione trovo nel creato,
in questa vita breve ed imminente.
Io che ho tanto amato,
nessun piacere ho mai sperato.
Sono tanto smarrito,
perché nessuno mi ha mai patito.
Napoli '71

LA MIA SCUOLA

(1) Ero piccolo e la prima volta a scuola me ne andavo,
solo e non accompagnato,
da casa mia e da la cucciola infantile m'allontanavo.
(2) Rammento di che lunghezza fu quel giorno,
aspettai il trascorrere del tempo allerto,
per uscire e correr all'aperto.
(3) Come quel giorno passarono altri,
e a me che prima sembrava non passar il tempo,
ora  passa qual soffia il vento.
(4) Cominciavo a capire l'utilità della Scuola,
soprattutto a istruire e non restar ozioso,
Quante mascalzonate ho fatto,
ma unico è stato sempre il frutto della
mente: ho studiato.
Napoli '71

UOMO

Le tue membra stanno scheletrendo, uomo,
nel trovare una pace interiore, un sospiro,
una calma desiderata,
fra mere illusioni intrise di felicità,
fra ricordi misti di incubi,
fra spazi immensi di tempo perduto;
ecco la tua vita: la realtà,
e non vagare in fallaci fantasie,
non chiuderti nella tua miseria,
abbandoni la vecchia infelicità
e cominci a vivere, se puoi.
Roma '73

PECCATO D'AMORE

Din don, din don, din don:
alla domenica tre volte la campana suona,
e tu col gentil passo la rincorri;
io già cotto ti inseguo,
come il lupo il tenero agnello,
per sfruttare l'unica occasione;
come sempre ti siedi sotto il crocifisso,
e ci guardiamo sorridenti, beati;
quell'ora ci dà una gioia finora ignota,
e non ci importa della gente che parla,
quando fra le teste i nostri occhi si incontrano,
formando una scia di luce, d'amore…
e forse di peccato.
Colobraro '73

BREVE INCONTRO

T'incontro mentre passeggi co'le "damigelle"
e mostri il tuo debole di donna,
celi pur una parola d'amore,
che felice per giorni mi farebbe!
Colobraro '73

UN PICCOLO AMORE

Quando sono senza compagnia,
e passo per la tua via,
dapprima ho vergogna, forse paura,
che esca tua madre alla frescue;
poi visto il tuo visetto,
divento d'un tratto allegretto;
anche tu partecipare vorresti,
e se fossi libera, d'amor arderesti.
Ora però puoi donarmi solo uno sguardo,
inutile e comprensibile, ma di speranza gagliardo.
Colobraro '73

RICORDO DI TE

Tutto il giorno ti penso
cerco di ricordare il tuo bel visetto,
gli occhi piccoli e lucenti come stelle,
la tua esile forma di donna;
di più i tuoi modi seri,
la tua gentilezza, la tua delicatezza,
ancor più la comprensione
che tu hai per me infelice innamorato,
quando mi incontri e mi sorridi sincera.
Colobraro '73

L'ALBERO SOLITARIO

Il solo albero che sta nel parco,
tanto amato e caro al quartiere tutto,
ora diventa a vista spoglio e triste,
e le sue foglie cadono lente e blande,
sull'arida terra piastricata,
formando un manto giallo e secco,
su cui nessuno osa per rispetto passare,
tutti devoti all'amico simbolo di natura,
sotto cui prendevano il fresco d'estate,
luogo di ritrovo d'emici e d'innammorati.
Quis me mane et vespre,
Hieme et etate quaerit mortem ?
Haec, temen, numquan venit.
Roma '73

ILLUSIONE D'UNO STUDENTE

Ai primi sintomi di freddo,
tu, povero studente, tremi,
e non puoi che cimentarti sui libri,
lasiati impolveriti in un angolo
mentre tu prendevi fin l'ultimo sole,
e facevi la passeggiata amorosa
fra natura verde e sorridente.
Ora però un'altra vita comincia per te,
illuso d'un domani migliore,
e con questa speranza studi da mane a sera,
sprechi i tuoi giorni felici, giovani sui libri
senza capire che hai vani progetti.
Roma '73

RAGAZZA CIVETTA

Sei ingenua, sei bella,
sembri un angelo blu con le ali celesti,
il tuo sorriso è soave, splendente,
l'unico difetto è che sei un po' civetta,
senza sofferenze vissuta,
senza capire cos'è la vita e come la si vive.
Eppur tutti vorrebbero te bionda o bruna,
il tuo dolce visetto, nonché il tuo esile corpo,
senza sapere cosa hai tu, donna, nel cervello.
Roma '73

LA GENTE

La gente è egoista, maligna,
invidiosa, superstiziosa, ignorante:
una società migliore è utopistica;
e non valgono fra leggi ottimistiche
speranze di giustizia e di fratellanza,
quando c'è un caotico miscuglio
di idoli numerosi e diversi;
la gente è priva di umani ideali,
tutta protesa ad un precoce arrivismo
che disgrega l'uomo e il suo mondo,
rendendolo schiavo del benessere e della scienza.
Roma '73

GLI EXTRA ROSSI

Un ammasso di gente, più giovani, più studenti,
passa per le strade del centro indifferente
svolazzando rosse bandiere all'imbrunir,
si sentono slogan di ritmo ordinato e di succo rivoluzionario
sdegno e furor alla borghese gente,
ma di coraggio, libertà e giustizia al proletariato,
Blue jeens, giubbini, barbe e capelli lunghi:
questo è il loro precario vestimento da tutti disprezzato,
ma hanno idee nuove, giuste e non sol materiali
e sperano che il giorno decisivo arrivi anche per loro,
data memorabile e combattuta allora sarà per i posteri.
Roma '73

A GRAZIELLA

Sei bella da mane a sera, sempre;
al vederti tutto in me gioisce (non so):
i tuoi occhi celesti come il cielo,
le labbra rossa come il fuoco,
il viso morbido e delicato,
pensar mi fanno a una rosa fresca e soave,
intangibile, ché protetta è da spine.
La tua bellezza genera amore,
il tuo dolce sguardo compassione,
la tua calma voce innocenza,
la tua ingenuità infinita tristezza.
"At Grazj with love"
(MIRO)
Roma '74

MISERO CONTADINO

Oh, misero contadino giovane e bello, alto e robusto,
con mani incallite, colpito da in temperie diverse,
da gelo rigido e da sole rovente,
allorché ti accingi al nobile, ma faticoso lavoro;
tu, privo di ideali umani e civili,
rassegnato a questa sola alternativa,
trascorri il fior degli anni in tale travaglio
desiderando niente tranne i parvi pensieri,
le minime dicerie dette in paese;
distaccato da tutto ciò che a te pare intellettuale
rifiuti ogni politica, attualità, cultura,
forse per ignoranza o per rassegnazione,
forse per non superare lo stato miserevole dei tuoi simili.
Colobraro '74

IL CADAVERE

Freddo cadavere disteso sul letto,
come l'erba bagnata da rugiada,
la tua vita dolorosa o felice è finita,
come gli eroi e gli umili de secoli passati,
gli uomini più meschini e più infimi.
La morte implacabile per te si è fatta precoce:
basta qualche minuto di agonia,
di sofferenza inebriata da tanti pensieri,
e poi sei un ammasso di carne inetta, pallida,
come la debol luce del sole invernale.
Circondato sei da parenti, amici ed estranei
che simulano per usanza: i pianti più finti e le grida più disperate.
Prima, chissà quanti hanno imprecato la tua morte,
coprendoti di ingiurie e di aspri giudizi,
ed ora, sadici ed ipocriti, come sciacalli,
aspettano tosto le onoranze e poi la sepoltura!
E il tuo fascio per anni giacerà sotterra,
ricca di piccoli e impertinenti animaletti.
Lo renderanno privo di quella cara carne
di cui spesso in vita ti vantasti,
e diverrai ossa e poi cenere,
e di te non rimarrà più nulla nel mondo,
tranne qualche opera sincera e benevole,
soffusa da pregiudizi maligni.
Almeno spera nella bontà di Dio,
perché la tua anima viva veramente eterna,
libera e felice in un nuovo mondo,
in un nuovo Spirito.
Colobraro '74

BELLA RAGAZZA

Bella ragazza conosciuta ier l'altro,
un incanto mi è parso il tuo sguardo,
le gote come due rose che sboccian;
le labbra tumide e mobili in modo soave,
l'esile figura grazievole, dolce e ingenua
percorrer mi fanno tempi felici,
quando per mano corriamo contenti
pei campi erbosi, liberi come due colombe;
in tranquillità le nostre anime parlan d'amore,
frugano i più dolci e profondi pensieri,
cercando la pace interiore,
il piacere non sol materiale lugubre e inetto.
Ahi! Non aspettare, o delusa, un illuso studente
perché ha troppo da passar sui libri,
infiniti come i suoi desideri
lunghi come gli anni futuri.
Colobraro '74

VITA DI CITTÀ

Una mesta solitudine mi fa compagnia
quando cammino per la rumorosa via,
e mi rende nervoso il correr della gente,
il suonare delle auto e l'aria puzzolente.
Lo sguardo ha sempre davanti cemento,
passo dieci palazzi e se ne intravedon cento,
tutti altissimi e opprimenti,
che offuscano quasi la mente.
Fermarmi non posso per non essere d'inciampo
ma correr devo, come lampo,
se mi distraggo un po' sono urtato e percosso:
così ogni sera trovo rotte le ossa.
Roma '74

DOUCE SOUVENIR

Je garde toutes les soires le ciel,
beau, éclaire, plein d'etoiles,
et je me rappelle les choses plus rēmotes,
la jeunesse d'un temp,
mais je l'ai encore present, ici,
dans ce petit angle de la tête
et que ne passera jaimai,
come un douce souvenir.
Roma '74

MORTE DI UN'ILLUSIONE

Tacita vien la rigida notte invernale
a coprir la debol luce fra monti lontani,
ad avvolger minacciosa lo spoglio paesaggio
e le deserte vie del borgo isolato
in una macabra atmosfera misteriosa e strana,
quando vedo la giovane mia ombra solitaria
aggirarsi fra i tetri tetti meditando,
quindi veloce avviarsi per oscuri campi,
fra sinistre voci, alti cipressi infin oltrepassando:
scava la fossa nel cimitero urlando,
per non corrisposto amor, disperato, ivi si cala,
e con grida di dolore e pianti, da eroe s'ammazza.
Roma '75

OMBRA SOLINGA

Chi osa passarmi davanti inosservato?
Forse l'ubriaco che lascia la cara osteria,
l'innammorata ragazza che con paura rincasa,
il ladro in cerca di facili prede
oppure un'immagine della mia mente confusa!
Sciocco! È la stessa mia ombra
riflessa da poca luce di un viale deserto
in un'aspra notte di triste domenica
fra spogli pioppi cogli irti rami al vento.
Roma '75

PALLIDA GRAZIA

Ricordi, Grazia, quant'amor ci legava
per breve ma dolce tempo che eterno sembrava;
quali nuove ed immense emozioni insieme vissute
soffuse di sacre felicità, mai più godute?
Ricordi, in una chiesa dell'urbe immortale
fra tanta gente il primo incontro casuale;
poi in primavera per segreti viali le lunghe passeggiate
quando con baci mi davi margherite appena sbocciate?
Ricordi i miei seri discorsi sulla sorte umana,
quasi profezia di una disgrazia non lontana;
invece le tue vaghe speranze di gaio avvenire,
impaziente meta per poter del nostro amor sublime gioire?
Ma immemore giace, pallida Grazia, nella tomba ingrata
la tua esile forma di donna, fradicia carne diventata;
così i tuoi giovani anni nella nuda terra son finiti
e con essi i bei sogni e gli infiniti desideri di noi svaniti.
(Alla povera Grazia morta in un incidente stradale l'XI/74)
Roma '75

LA PIOGGIA DELLA SALVEZZA

Pioggia veemente che sbuchi dall'alto,
passando in breve per il cielo stellato,
lava la mia lurida pelle coperta di smog,
le mie orecchie divenute conchiglie;
bagna le tumide labbra increspate,
gli occhi stanchi e stranulati;
penetra fresca nella gola e nei polmoni
arsi come fornace dal fumo odierno;
purifica il mio cuore da peccati;
riempi, tu, lo stomaco eccessivo no,
ma ghiotto sempre di svariati cibi;
stimola la mia parca memoria,
acuisci lo scarso intelletto,
ma frena l'enorme fantasia,
gli illusi ideali e le vane speranze.
Roma '75

LIBERTÀ

Volano le rondini alte nel cielo,
punti neri in un mare celeste,
garriti stridenti si spandono in terra.
Tutte miti, felici, corrono, giocano;
cadendo, sfiorano le case, gli alberi:
piccole stelle diurne mobili e vive.
Esse annunciano la primavera, dolce,
in una distesa di fiori, di gioia,
e l'anima s'eleva a sentimenti più alti, più divini.
Tutto si ravviva e risplende d'incanto,
acquista ora il sapore, desiderio di vivere
eccheggia gridi, sfoghi e dice: LIBERTA!
Roma '73

LA GIOVINEZZA

La giovinezza è una breve fumata,
che svanisce con soffio leggero,
impossibile viverla sempre,
ma la si può godere per un attimo,
che sarà un ricordo nostalgico.
Roma '73

FRATELLO NEGRO

Fratello negro forse tu vivi sulla terra?
Vagheggi, solo, incompreso e allontanato,
la tua pelle nera a tutti fa schifo.
Il muso allungato, gli occhi grandi,
i denti d'avorio, le unghia bianche,
tradiscono forse anche la tua anima,
la tua forza, il tuo genio.
Farti valere non puoi,
lo stato ti è contro,
a società ti disprezza,
ma sognare puoi, forse sperare,
d'essere uguale agli altri… chissà!
Intanto la tua vita passa inosservata,
e tu contesti, agisci, ma a che vale?
Roma '73

PAESE MIO…

Paese mio ver è che fai pietà molta,
eppur torno, non so, a trovarti spesso,
e il mio cuore si diverte tanto a vederti.
Sei privo di natura, bellezza e denaro,
eppur ho tanta nostalgia delle tue vecchie case,
delle strade deserte, nel tuo clima dolce,
ancor dei cari amici sventurati.
Ho sempre desiderio di vedere il natìo loco
sempre lo stesso, ma familiare,
pieno di ricordi lontani, come sogni,
dove vissi gli anni migliori della giovinezza
immaturo ancora, ma sempre contento.
Tanti anni sono passati ormai,
ma tu rimani sempre lo stesso, piccolo e vuoto
mentre io sempre più divento vecchio,
e tutto in te spero dover lasciare alla mia morte,
a per te il mio regal saranno le ossa.
Roma '73

IL DERBY

Lo stadio è gremito di folla,
che agita al vento stendardi e bandiere,
si sentono grida, spergiuri, bestemmie,
corrisponder dall'una all'altra parte,
a sostenere la squadra del cuore.
Il vocio si fa ancora più forte,
quando si è vicini al goal,
ad uno sbaglio dell'arbitro fischiato e insultato.
La gara è sempre appassionante,
il pubblico incita i beniamini a far meglio,
entrambe le squadre si battono bene,
però ecco il goal, quello decisivo, secolare!
Dalle tribuna, dalle curve, si sentono grida di gioia
subito si vedono mille oggetti gettati in aria
anche i calciatori vincenti s'abbracciano felici
mentre i perdenti sopportano con invidia l'altrui successo.
La gara è finita e non è più mutato il risultato
in città i tifosi brindano alla vittoria
con clakson assordanti e champagne a quantità:
sarà per loro un ricordo che rimarrà nel tempo.
Roma '73

INUMANITÀ

Un povero stramazza sul selciato,
la gente passa indifferente,
i bimbi lo insultano, i grandi lo rimprovano,
anche i cani gli si mostrano ostili;
egli non riceve carità, rispetto,
ma solo parole sdegnose e crudeli,
sentimenti più barbari e inumani,
che lo rendon ancora più folle e diffidente
verso una società benestante e borghese,
verso uno Stato che non si cura di lui.
Roma '73

PIOGGIA

Pioggia lieve che scendi dall'alto,
la tua agilità scruta il mio cuore,
l'incessante scroscio mi mette fremore,
il tuo batter lento è sì dolce,
la tua tristezza è pur contagiosa,
tutto di te benifica la natura e l'uomo.
Roma '73

COME DESTINO

Come destino invano errando,
per strade deserte e spaventose e buie,
invano cerco gioia e felicità,
accoglienza, comprensione e amore.
Il mio cammino è così duro e mesto,
sempre più lungo, opprimente e vano,
i miei piedi sudati e puzzolenti
cedono sotto il giovane fascio,
anche l'alma ancor per poco dura,
finché abbattuta mi dice basta!
Roma '73

VIVERE E NON SOGNARE

Un giorno afoso di maggio in fiore
annuncia già l'estate calda,
e il cielo ora diventa nuvoloso.
Così si fa opprimente la vita,
t'invita alla noia, al dolce far niente,
a logorare sempre più il filo della giovinezza.
Destarsi è difficile, e la mente è quasi ebbra,
le membra afflosciate, il sudore che scende a gocce,
ma è necessario vivere e non sognare.
Roma '73

VIA VENETO

Un campagno dir potrebbe che bella via;
negozi, bar, ristoranti, alberghi di lusso,
ambasciate, auto comode ed eleganti persone,
ché la sua misera vita è abbagliata da tanto lusso.
Egli sbaglia, che a due passi c'è la derisa povertà
e tanta ricchezza passa solo sotto gli occhi,
sotto i visipallidi e magri perché affamati.
E sotto i vestiti stracciati, le tasche vuote i piedi rotti
presso i ricchi e "gentil" signori,
che prendono un solo caffè a 1000 lire,
i baraccati devon sol stringere i denti,
e frementi d'odio posson appena dir:
Ingiustizia, ingiustizia!
Roma '73

L'AVVENIRE

Tante preoccupazioni mi fanno paura
e non ho coraggio a dir ch'è sventura;
ho poco gioie e felicità,
assai fantasie e poche realtà.
Quello che accadrà non lo so dire,
perché a tutti Dio (se esiste) ha celato l'avvenire.
Roma '71

CULUVRERE

Tutt iè bell e pitturesc,
non iè brutt e nimmen fresc.
Si trovate dasup a cullina,
cu nu salubr clima.
C'et u castell vegn e sciullet,
ca da tutta a gent iè ricurdet.
Ches antiche e ches noue ammunzullet,
dene aspett di na neve militere,
e di tutt i pais u gnù bell iè Culuvrere.
Napoli '71

VERSO CASA

È un cupo mattino d'inverno,
e col treno giungo a Salerno.
Tanti pensieri m'affliggono
tutti presagi che non so che siano.
Ho ansia, speranza e fremosia,
che si fanno più grossi per la via.
Ogni minuto è prezioso,
per pensar tutto e non restar ozioso.
Ed ecco che sono arrivato al mio paese,
come l'ho lasciato così l'ho ritrovato,
solo casa mia m'ha ricordato.
Napoli '71

LA SERA

(1) Il cielo è oscuro e cupo,
la terra risplende anch'essa;
tutto è invisibile e pauroso,
ogni cosa nel nero infinito è fantasma.
(2) Si vede qualche uomo qua e la
forse ubriaco o ragionevole;
qualche donna che raccoglie i figli,
i contadini ritornano dai campi.
(3) Nella giornata il sole ha portato gioia,
ma ora la luna rattrista l'anima,
e mentre prima ogni albero fioriva,
ora non fà che rattristare tutti.
(4) Il ricordo d'una giornata felice-triste,
avvenimenti particolari e vari
a sera si esaminano con esame di coscienza,
promettendo di essere migliori.
(5) La luna guardiamo con incanto,
le stelle contandole ad una ad una.
Si cerca di vedere qualche cosa:
Ma invano.
Colobraro '71

SILENZIO

All'alba di un giorno di primavera
solo mi trovo sotto una grande macchia verde.
E qui a frenare gli occhi non riesco,
che s'annegano nell'immensa e bella natura:
tutto fino all'orizzonte mi sembra grandioso
mi vien spontaneo un ringraziamento al Creatore
ché tanta gioia ora ho nel cuor.
Le mie orecchie or estranee a rumori e disturbi
sono intente a tutti i richiami naturali!
Gli augelli a cinguettii fanni gara da alberi a cespugli,
lucertole e serpi frusciar nelle siepi,
ma sol il ronzio degli insetti
interrompe questo gran e piacevole silenzio.
Fino a sera vorrei restar qui sotto,
a contemplare e meditare gli
immensi doni naturali.
Colobraro '71

IL PASSERO

Era là, ritto, sul ramo,
solo, abbandonato, triste,
lontano dagli occhi, vicino al cuore,
il sole lo scaldava, la pioggia l'innaffiava
i suoi gemiti si spandean d'intorno,
le sue penne tremavano al vento,
ogni suo moto infliggeva tristezza.
Napoli ,72

L'IDEA

Debbo fare qualcosa, ma il modo non trovo:
aspetto un'istante, mi sfugge
sto fermo, penso, m'arrabbio;
ecco l'ho qui, sta uscendo,
ancora un po', al massimo mi concentro.
Oh, finalmente eccola,
Colobraro '72
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