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COLOBRARO RUBRICA ARCHÈ
Santa Maria la Neve
di Francesco Luca Bernardo

Perché parlare di questa chiesetta? Perché forse è proprio questo il primo fulcro di vita socialmente organizzata dell'attuale territorio urbanizzato di Colobraro.
Si trova alle pendici del monte Calvario ed è rimasta isolata fino ai decenni recenti.
Già nell'alto medioevo episodi di monachesimo itinerante e mendicante si registrano nell'entroterra della nostra regione e sulle vestigia delle città magnogreghe della costa.
Agli inizi del basso, monaci basiliani si stanziano sulle alture e fondano delle piccole comunità conventuali (cenobi) autosufficienti e in rete con le omologhe dello stesso ordine.
In qualche modo, per rito e per periodo di fondazione, esiste un parallelo tra i monasteri di Colobraro, Cersosimo (PZ) e Praja a Mare (CS), tanto da indurre in errore l'enciclopedia UTET, che alla voce Colobraro riporta il Santuario di Santa Maria della Grotta di Praja degli Schiavoni: luogo realmente esistente, ma a Praja appunto.
Lo stesso nome di Santa Maria la Neve è molto comune se lo si vuole intendere come una modificazione di S. Maria la Nova o di S. Maria della Neve.
In un documento sugli introiti del seminario di Tursi del 1729, riportato da G. Stigliano in La dicesi di Anglona e Tursi attraverso le Relationes ad limina apostolorum, troviamo di fatti che a pagare 1.50 ducati è la cappella di S. Maria la Nova, mentre nulla è corrisposto dall'abbate di S. Maria Ceronofria (quasi sicuramente la stessa cappella, da una modificazione del nome di Cersosimo).
Sempre Stigliano riporta la Geografia della Diocesi nel 1796 e su Colobraro si legge:
"conta 1822 anime (200 più che oggi, ndr) curate da un arciprete e diciassette sacerdoti insieme ad un chierico. Nel convento dei Minori Osservanti vi sono tre sacerdoti e quattro laici."
Quanto riportato, giusto per raffigurare la vitalità del clero colobrarese fino al 1800 e sottolineare come la chiesa di S. Maria la Neve sia sempre rimasta di un certo valore religioso, tanto da meritare un abate.
L'importante valore storico della Chiesa di Santa Maria la Neve è testimoniata dai documenti in cui essa compare, fino al Catasto Onciario del 1748. In questo sono descritti ancora molti possedimenti della piccola chiesetta costruita intorno al Mille nonché l'importanza del clero che vi afferiva. Essa non è che una piccola cappella in pietra, coperta a capriate lignee, e tuttavia la chiesa di quel Cenobio Basiliano attorno al quale si sviluppò il paese (la citata Santa Maria di Cironofrio).
Del Cenobio non abbiamo tracce ma della sua importanza, certamente più religiosa che architettonica, si trova riscontro presso l'Archivio della Badia di Cava dei Tirreni.
Scomparse (o da ricercare) le tracce della struttura conventuale che doveva cingere questa chiesa rupestre, si riesce a malapena a riconoscere oggi una nivea (là dove si conservava la neve, per recuperare acqua e refrigerare i cibi).
La chiesa ha subito un crollo murario negli anni ottanta del XX secolo ed è stata restaurata nel decennio successivo, per essere riaperta al culto.

E' una semplice cappella ad aula unica e tetto a capriate lignee, con forti murature non listate.
Non risulta chiaro come mai, tuttavia, si sia concesso di costruire intorno a questa cappella, in maniera tale da: occultarne la vista dal paese, non renderne fruibili tutti i lati. E' vero che le moderne teorie del restauro degli anni sessanta imponevano di non liberare i monumenti dal loro contesto urbanistico, quando questo esisteva, ma non chiedevano neanche di cominciarne a costruire uno.
Oggi sarebbe semplice una soluzione, almeno parziale al problema: non far costruire altro che possa occultare la vista della cappella; eliminare quelle orrende pale eoliche che fanno da sfondo, per delocalizzarle laddove se ne può fare un vero parco; espropriare un corridoio pubblico intorno ai due lati non fruibili dell'edificio.
Ciò perché ogni monumento va vissuto nell'interezza e in simbiosi con l'ambiente in cui è nato e vissuto.
Solo così la percezione che possiamo avere di esso sarà corretta e le sensazioni si possono perpetuare nei secoli, essere salvaguardati dal tempo e tramandati alle generazioni future, che pure hanno diritto a conoscere e ad avere un'idea del loro paesaggio.
Neve sia sempre rimasta di un certo valore religioso, tanto da meritare un abate.
L'importante valore storico della Chiesa di Santa Maria la Neve è testimoniata dai documenti in cui essa compare, fino al Catasto Onciario del 1748. In questo sono descritti ancora molti possedimenti della piccola chiesetta costruita intorno al Mille nonché l'importanza del clero che vi afferiva. Essa non è che una piccola cappella in pietra, coperta a capriate lignee, e tuttavia la chiesa di quel Cenobio Basiliano attorno al quale si sviluppò il paese (la citata Santa Maria di Cironofrio).
Del Cenobio non abbiamo tracce ma della sua importanza, certamente più religiosa che architettonica, si trova riscontro presso l'Archivio della Badia di Cava dei Tirreni.
Scomparse (o da ricercare) le tracce della struttura conventuale che doveva cingere questa chiesa rupestre, si riesce a malapena a riconoscere oggi una nivea (là dove si conservava la neve, per recuperare acqua e refrigerare i cibi).
La chiesa ha subito un crollo murario negli anni ottanta del XX secolo ed è stata restaurata nel decennio successivo, per essere riaperta al culto. E' una semplice cappella ad aula unica e tetto a capriate lignee, con forti murature non listate.
Non risulta chiaro come mai, tuttavia, si sia concesso di costruire intorno a questa cappella, in maniera tale da: occultarne la vista dal paese, non renderne fruibili tutti i lati. E' vero che le moderne teorie del restauro degli anni sessanta imponevano di non liberare i monumenti dal loro contesto urbanistico, quando questo esisteva, ma non chiedevano neanche di cominciarne a costruire uno.
Oggi sarebbe semplice una soluzione, almeno parziale al problema: non far costruire altro che possa occultare la vista della cappella; eliminare quelle orrende pale eoliche che fanno da sfondo, per delocalizzarle laddove se ne può fare un vero parco; espropriare un corridoio pubblico intorno ai due lati non fruibili dell'edificio.
Ciò perché ogni monumento va vissuto nell'interezza e in simbiosi con l'ambiente in cui è nato e vissuto.

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