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IL NOSTRO PRIMO ALBERO DI NATALE
…un'idea degli Asburgo

di Mary Falco
Parte I: una coppia felice

Il 26 novembre 1856, alla pallida luce del mattino, il battello a vapore "Elisabetta" getta l'ancora nel bacino di San Marco, di fronte ai giardini pubblici, più noti oggi come "Giardinetti reali".
Ai veneziani ostili, ma curiosi, che s'affollano muti ed attenti in piazza e sulle fondamenta, appare una coppia di giovani sovrani, con un sorriso un po' freddo o forse solo spaesato, sui volti. Franz Joseph indossa la famosa divisa bianca da feldmaresciallo, Elisabetta è avvolta in un abito da viaggio di velluto azzurro guarnito di zibellino.
L'augusta coppia prende posto sulla galea da parata approntata secondo le stile dell'antica Repubblica: un sontuoso "zatterone" con cui son condotti a terra, dove li aspetta Radetzky, che li scorta alla basilica per il solenne "Te Deum".
Solo allora la folla s'accorge che l'imperatrice stringe la mano della sua primogenita Sofia.
Nessuno s'era accorto della bambina e gli "evviva" delle truppe austriache sembrano fatte apposta per mascherare l'immediato fiorire dei commenti e dei pettegolezzi. I più informati s'affrettano a raccontare che l'imperatrice non ha voluto affrontare il viaggio senza la figlia maggiore, mentre s'è rassegnata a fatica a lasciare a Vienna Gisella, ancora lattante. Dunque il grande amore di cui s'è tanto parlato è già finito? Il giovane imperatore bello ed abbronzato è legato più alla madre che alla sposa, come d'altronde tanti italiani? I più smaliziati, perché in contatto coi milanesi e quindi anche con la stampa di Torino, giungono addirittura ad affermare che la piccola serve alla coppia come scudo contro agli attentati!
Ma Elisabetta si muove, per usare le parole del principe d'Assia: "avec infiniment de grandezza" ed il suo portamento straordinario, se non le frasette in stentato italiano che rivolge alla folla, le conquista l'attenzione di chi era arrivato solo per curiosità.
La strana "luna di miele con bimba" era stata proposta come cura alle continue depressioni dell'imperatrice diciannovenne, che aveva generato due figlie in due anni di matrimonio: ufficialmente i medici le avevano consigliato l'inverno nella mite Italia per guarirla dalla sua tosse insistente e predisporla al concepimento dell'agognato erede!
Comunque lo sapevano tutti e soprattutto Elisabetta, che in realtà si sperava invece di conquistare col suo fascino le terre italiane. Tutto sommato lei stessa si offriva volentieri per l'ingrato o almeno difficoltoso compito che giustificava la sua assenza dalla tetra Hofburg, dominata dalla suocera. I battelli, i treni, che allora erano una novità scandalosa, la predilezione per le Alpi e per i laghi italiani, appartenevano al bagaglio culturale della famiglia Wittelsbach, il padre e lo zio amavano vagabondare in incognito, come ricchi borghesi; Elisabetta aveva ereditato il loro spirito libero e curioso e se il prezzo d'un nuovo viaggio era una missione diplomatica era dispostissima a pagarlo.
La sua insofferenza a feste e balli è stata un po' esagerata, almeno in questo primo periodo di vita matrimoniale, in cui non le mancava certo la capacità di ricavare qualche spazio riservato per se' ed il "suo" Franz.
Ora più che mai la bell'imperatrice s'identifica con la famosa "rosa di Baviera" a cui spesso è stata paragonata, per la sua terra natale e per la passione per le rose rosse appunto, che l'imperatore soddisfava nonostante sia il compleanno sia l'onomastico della sua adorata Sissi cadessero nel cuore dell'inverno e precisamente, il 24 dicembre ed il 19 novembre: da fidanzati i corrieri carichi di rose rosse sulle strade innevate della Baviera divennero una specie di leggenda, soprattutto quando si seppe del mazzolino di diamanti nascosto tra le rose per S. Elisabetta 1852!
Questo viaggio però, atto a riconquistare col sorriso di Sissi l'aristocrazia italiana, non vide un gran dispendio di fiori e di regali, ma fu piuttosto preparato come un'accurata operazione di polizia: vennero effettuati numerosi arresti preventivi (tutte persone poi risultate completamente innocenti) e requisiti quasi di forza i palazzi reali di Milano e di Venezia, che furono completamente restaurati a spese della popolazione.
I soliti informati affermavano che l'idea del viaggio era dell'imperatore, ma i preparativi li aveva tutti effettuati sua madre. Una cattiveria del tutto gratuita: l'arciduchessa Sofia era contrarissima a quest'avventura, che fu suggerita al giovane ed inesperto monarca dal ministro degli Interni, il barone Alessandro Bach. A dispetto degli ideali rivoluzionari professati in gioventù egli era ora il promotore del centralismo conservatore e burocratico più assoluto, nemico di ogni nazionalismo.
La popolazione reagì, come si suol dire "all'italiana" e se non ci fu nessun rifiuto ufficiale fu tutto un fiorir di dispetti.
L'avventura iniziò il 17 novembre e suscitò subito un certo malcontento nell'imperatrice, perché la piccola Sofia doveva precederli a Venezia, mentre la coppia imperiale avrebbe fatto tappa a Lubiana ed a Trieste, col consueto carosello di ricevimenti, riviste, banchetti e spettacoli di gala, che per l'appunto l'annoiavano.
Come se non bastasse a Trieste si verificarono strani "incidenti" come l'incendio del municipio, dovuto, secondo la relazione ufficiale, alla combustione accidentale dei bengala ivi depositati ed allo scoppio improvviso dell'immensa corona di cristallo che ornava la galea da parata.
Nessun ferito.
S'incolpò la bora, che effettivamente soffiava vigorosa... e la coppia imperiale, dotata d'una notevole forza d'animo, finse di credere a questa versione dei fatti ed apprezzò il cielo limpido e terso ed il mare azzurrissimo.
Più tardi, giungendo nelle più ovattate acque lagunari, trovarono altre sorprese.
La dimora veneziana, per esempio, che era stata progettata per ordine di Napoleone nei locali un tempo riservati alla Zecca, si rivelò in realtà una specie di complicato labirinto, in cui spesso Elisabetta stentava ad orientarsi, mentre nella gran sala da pranzo, tutta tappezzata di bianco e rosso, si preparò, non si sa bene come, un gran tappeto di panno verde.
Che effetto avrà fatto il tricolore ai sovrani?
Le cronache, tanto minute nel descrivere i particolari esterni, tacciono o quasi i sentimenti.
Il 29 novembre la nuova magione è pronta per il primo ricevimento, dall'esito un po' deludente: di centotrenta patrizi invitati ne compaiono a mala pena una trentina e si nota l'assenza di quasi tutte le maggiori casate: Pisani, Dolfin, Giustinian... la disperata resistenza del '49 e la sua feroce repressione non son certo state dimenticate. I rapporti del console britannico a Lord Clarendon suggeriscono anche la possibilità che molte famiglie non potessero intervenire, perché l'occupazione militare le aveva impoverite e non avevano più i mezzi per presentarsi a corte col necessario decoro. Però va segnalato il fatto che non furono nemmeno presentate le scuse per iscritto, che il protocollo prevedeva per la mancata accettazione di un invito imperiale, il che appunto suggerisce la volontà precisa di fare un dispetto.
Le dame che, incuriosite dalla fama dell'imperatrice, vollero partecipare lo stesso al ricevimento, nonostante il rifiuto dei mariti, si trovarono a percorrere a piedi duecento metri tra la folla urlante insulti. Anche questa una stranezza del palazzo: l'unico di Venezia che non possieda un ingresso d'acqua per entrarvi direttamente in gondola!
Comunque a detta dei testimoni, valeva la pena d'affrontare qualche disagio, per vedere l'imperatrice in tutto il suo splendore, vestita di bianco ed argento, coi gioielli della corona e la leggendaria cascata di riccioli castano-dorati sciolti sulle spalle e lungo i fianchi: capelli che in tutta la sua vita non saranno mai tagliati e che durante il giorno venivano invece raccolti in discrete trecce. Sembra incredibile oggi, ma il castano è, per così dire "un'invenzione" ottocentesca: nelle corti dell'Ancien Régime, un po' ossessionate dalla purezza dinastica, i capelli erano schiariti o scuriti in modo che le donne apparissero decisamente bionde o brune. Con la Rivoluzione gli artifici vengono a cadere ed il Romanticismo porterà alla ribalta la riscoperta della natura e l'accettazione del proprio aspetto. Sissi comunque è forse la prima dama che ostenti con tanta fierezza una capigliatura completamente naturale. Meno spettacolari, ma altrettanto celebri, le fossette ai lati della bocca che appaiono a tratti, quando sorride.
Il che avviene sovente.

Già a dispetto di tutto e di tutti, l'imperatrice si mostra affabile e serena: alla Fenice finge di non notare l'accoglienza glaciale ed i palchi deserti, esce tutti i giorni per la sua passeggiata a piedi, per quanto, cresciuta com'è cavalcando tra i boschi, camminare sulla pietra le risulti penoso; la sua salute non migliora (Vienna è forse più fredda, ma certo meno umida), ma Elisabetta pare quasi non accorgersene e continua indomita a recitare con garbo la sua parte.
Un giorno sta passeggiando in piazza col marito, quando un uomo s'avvicina loro con una supplica: è un ex-ufficiale di nome Jura, che ha partecipato ai moti del '48 ed ha perso la propria pensione di maggiore, unico sostentamento. L'imperatore lo invita a presentarla a palazzo, ma questi afferma d'esser già stato respinto e di non voler più ripetere quest'esperienza. Così Elisabetta ha un'idea ingenua e commovente: perché Franz non gli da un suo guanto, in modo che l'ufficiale possa farsi riconoscere l'indomani?
Così il supplice riottiene la sua pensione e la fama della bell'imperatrice comincia a farsi strada tra le nebbie gelide ed umide della città.
Se il sole e le montagne le mancano, la sua bellezza pare quasi giovarsi del pallore.
Siamo in piena epoca romantica!
Non è solo apparenza: in lei c'è qualcosa della fata buona, che risolve con un sorriso problemi ritenuti insolubili e pian piano ella convince l'augusto consorte a cambiar politica. Il 3 dicembre si emanano i primi decreti d'amnistia e si liberano dal sequestro i beni dei profughi: l'indomani, per la prima volta, l'apparire della coppia è salutato da un prolungato applauso.
Così arriva il Natale ed i sovrani fanno venire un abete dall'orto botanico, per festeggiare secondo la tradizione: novità assoluta in Italia, che fa un certo scalpore e poi naturalmente viene copiata, sia pure senza mai sostituire il presepio!
Il 5 gennaio il viaggio riprende, coi soliti risultati modesti: a Vicenza solo due dame dell'aristocrazia si fanno presentare all'imperatrice, mentre a Verona, il 9 gennaio, il "baccanale dei gnocchi" offende a ragione o a torto i sovrani, che non comprendono lo spirito della satira locale (o forse i veronesi non osano un po' troppo, con questo pretesto?) e per finire la più gelida accoglienza viene loro riservata a Brescia, dove una folla muta ed ostile li accompagna a palazzo Fenaroli. Più che un corteo imperiale sembra un plotone d'esecuzione!
Milano in ogni modo resta la prova più ardua.
L'idea un po' semplicistica d'Alessandro Bach, che il Lombardo-Veneto sia disamorato perché i sovrani son lontani ed assenti e che basti qualche festa per ingraziarsi l'aristocrazia locale, si rivela ora addirittura patetica! Dopo centocinquant'anni di governo spagnolo e spagnoleggiante subito ed odiato in silenzio, tanti ne intercorrono tra il 1624 ed il 1796, l'arrivo di Napoleone e la breve ed intensa vita della Repubblica Cisalpina aveva risvegliato nella parte più viva della popolazione una coscienza civica che si credeva ormai scomparsa e col romanticismo della restaurazione fiorisce la nostalgia per i valori del libero Comune, spesso in gran parte inventati, o stravolti dai mezzi ancora esigui della storiografia, ma comunque molto sentiti e diffusi.
Si parla milanese o italiano, si confezionano in casa vestitini ispirati alla semplicità medioevale, si guarniscono balconi e finestre di gerani tricolore, si diffonde una religione semplice, che costa poco. Il malcontento per il governo conservatore e burocratico degli Asburgo è molto vivo: l'aristocrazia terriera lombarda è tutt'altro che conservatrice, perché commercia con la Svizzera e mal sopporta i monopoli imperiali, soprattutto sul grano, mentre i pochi industriali e più ancora la gran massa di borghesi artigiani e commercianti, guarda con goloso interesse al boom economico piemontese, senza sapere che in realtà si tratta di poco più che apparenza: lo stato sabaudo è indebitato fino al collo con la vicina Francia. La stessa Chiesa, che dovrebbe essere la forza conservatrice per eccellenza, si sente qui più legata a Roma che a Vienna e certi atteggiamenti liberali dei cattolici di lingua tedesca, abituati a confrontarsi da secoli con la cultura protestante ed ebraica, scandalizzano gli italiani.
Anche le grazie d'Elisabetta non hanno la stessa presa che a Venezia, anzi ingelosiscono le bellezze locali ed irritano le non poche donne che lavorano! Le milanesi ricche, appartenenti all'aristocrazia o all'alta borghesia, conducono una vita più libera delle patrizie veneziane: vicine alla Svizzera ed alla Francia copiano a ragione o a torto i costumi d'oltralpe. Dai favolosi tempi del Re sole fino alla I guerra Mondiale la moda, quella vera, viene da Parigi. L'imperatrice, ligia com'è al gusto del primo ottocento, anche perché il suo personale le permette di recitare bene la parte d'angelo del focolare tanto caro ai romantici, coi suoi modi un po' bamboleggianti ed il morboso attaccamento al marito ed alle figlie, appare alle milanesi un noioso monito d'altri tempi. Mica tutte han la fortuna d'esser notate a sedici anni dall'imperatore!
Solo il popolo è vicino all'Austria: in val d'Ossola gli Asburgo sono un mito ed il loro governo coincide con l'unico periodo di benessere della valle... ma non saranno certo i montanari a popolare le feste imperiali!
Per riempire di curiosi le strade, la polizia ha reclutato migliaia di contadini dalla campagna circostante, al prezzo di una lira a testa, mentre per i palchi della Scala, la sera, è prevista la requisizione di tutti quelli deserti.
Si pensa così d'ovviare agli inconvenienti già sofferti alla Fenice.
Ma questi sistemi autoritari dispiacciono all'aristocrazia milanese, già tanto insofferente per i monopoli e le spese straordinarie imposte per quella visita, anche perché circolano lettere anonime provenienti da Torino inviate alle migliori dame dell'aristocrazia, per avvertirle che se fossero presentate a corte i giornali piemontesi pubblicherebbero, amplificate, notizie relative alla loro vita privata! Per tutta risposta i palchi della Scala vengono occupati tutti... ma non dall'aristocrazia, bensì dalla servitù, che porta guanti neri e viola in segno di lutto!
Ai sontuosi balli in cui si sfoggiava il vasellame d'oro della Hofburg si presentano sì e no venti dame, i cui mariti erano stati "precettati" dall'imperatore: - È incredibile - scrive accorato questi al suo ministro degli esteri - come i piemontesi stiano facendo il possibile per turbare la nostra visita a Milano. E il solo responsabile di tutte queste macchinazioni è il Cavour. -
In realtà Franz Joseph ritiene il ministro piemontese molto più importante di quello che non sia: Milano è semplicemente troppo borghese e troppo progressista per interessarsi al progetto asburgico, incentrato tutto sul ricupero dei valori tradizionali.
In ogni caso la Gazzetta di Milano pubblicò la lista degli amnistiati e ci fu un discreto successo: qualche nobile invitò addirittura la coppia di sovrani a casa propria!
L'imperatore esonerò dalla carica di Governatore Generale del Lombardo-Veneto il novantunenne Radetzky e nominò al suo posto il proprio fratello Max, che ne aveva ventidue e subito dopo scrisse alla madre: " In complesso, Sissi ed io abbiamo goduto il nostro soggiorno ed io mi sento un po' più felice, ma non del tutto rassicurato. Tutto è ancora molto incerto ed il terreno non potrebbe essere più difficile. Solo Dio può aiutarmi..."
Elisabetta non partecipa a questo cauto ottimismo, si strugge dalla nostalgia di Vienna e per quanto non vada d'accordo con la suocera si scioglie in lacrime quando questa le fa pervenire il ritratto della piccola Gisella. Matura una crisi fra gli ideali liberali di Sissi ed il rigido idealismo dell'imperatore, convinto di poter ancora rinnovare il potere asburgico, ma nessuno prevede ancora la possibilità d'una rottura, solo una stanchezza infinita ed una gran voglia di tornare a casa.
Finalmente il 2 marzo arriva la sospirata partenza, ma il viaggio è lungo, perché‚ nonostante l'atteggiamento ostile della popolazione, l'imperatore si fa un dovere di visitare le ultime città, come Crema e le grotte d'Adelsberg!
Sissi farà ancora molti viaggi, ma non vorrà più tornare a Milano.
Comunque non tutti i milanesi odiavano l'imperatrice. Nel 1878 morì infatti un certo conte Manna, milanese appunto, che lasciò una speciale disposizione testamentaria perché l'imperatrice ricevesse ogni anno un panettone a Natale, vita natural durante!
Il poveretto certamente non sapeva che l'imperatrice era perennemente a dieta!

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