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Quando la storia la fanno gli uomini, nel bene come nel male,
purtroppo.
Parliamo di due paesi usciti dalle pagine dei ricordi bellici del secolo
scorso ed incontratisi in delegazioni di gemellaggio il 10 agosto a
Carbone, il 6 ottobre scorso a Castelforte, il comune del Basso Lazio,
in provincia di Latina, decorato di Medaglia d'Oro al Valore Civile,
denominato "Città per la Pace".
I due Eventi sono stati preceduti da tripide attese e celebrazioni in
commovente rievocazione delle virtù dei due popoli mutuamente soccorsi
negli anni tristi seguiti alla disfatta italiana dell'otto settembre
1943, data della capitolazione dell'asse italo-tedesco.
Lo scambio delle modalità relazionali dopo sessantadue anni non è un
prurito da cerimonia, come avrebbe potuto suggerire anche prima il
ricorrente fitto calendario stagionale, in obbedienza magari a voci di
piazza che affogano nel folklore gli impeti di stridule voci serali.
Le due solennità invece sono ampiamente motivate in solido da scopi ben
più ampi e nobili, che risalgono ai tempi dell'accoglienza dei profughi,
qui a Carbone, costretti a lasciare terre e case a causa
dell'imperversare delle truppe germaniche occupanti, in ritirata e fuga
avvelenata per il "tradimento italiano".
D'altro canto, a completare la distruzione l'inseguimento non meno
crudele e spietato dei vincitori e loro bombardamenti anglo-americani.
La vittima (Castelforte), le vittime (molti suoi abitanti, più di
mille), tra caduti, occupazioni, saccheggi, deportazioni, battaglie, e
purtroppo, violenze di "liberatori" neri, "conquiste", terrori militari.
Queste date segnano nella Memoria dei due paesi il giorno nuovo
subentrato al buio della lunga notte di morte, agonia, danni di guerra,
rientri fortunosi, ricostruzione delle abitazioni al novanta per cento,
umile silenzio di assestamento lento che ha segnato la vita di due
tormentate generazioni.
Giorni dunque delle Memorie, dell'unione fraterna in quei difficili due
anni 1943-1944, tempo di dura prova, della vittoria del bene sul male,
della storia dell'uomo da liberare dall'uomo. 10 agosto/6 ottobre 2006,
giorni "firmo signandi lapillo", giorni in cui i protagonisti escono
dall'ombra e dispiegano ampiamente al presente, per il futuro, tutta la
ricchezza d'una vita umile, laboriosa, propria della pace dei campi e
degli affetti.
È il revival dei ricordi dell'accoglienza
carbonese offerta in generosità ai rifugiati, sfollati considerati nel bisogno,
onorati dell'amicizia, inseriti nell'habitat naturale di approdo.
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Entrambi i paesi intendono con queste manifestazioni decorare l'albo
dell'epopea di esemplare dignità dei protagonisti della prima ora,
trasmetterla, vivificarla, rafforzarla, nella stabilità e continuità.
Le reciproche Delegazioni, capeggiate dalle autorità civili e religiose,
del presidente del Comitato organizzativo, il dr Filippo De Marco, sono
state ricevute in Municipio, Chiesa, e per le vie dei Centri storici
accolte da simpatici testimonials.
Saluti, discorsi d'occasione, appelli e scansioni di nomi sono stati
tenuti dai Sindaci, dai Parroci, dal presidente dei Comitati, dall' Avv.
Lateana Caterina, da Giovanna Iorio.
Al termine di ciascuna tornata, lo scambio di significativi doni,
simbolici, emblematici delle espressioni valoriali dell'incontro. In
ultimo, la rassegna filmica di foto d'archivio sulle vicende di quel
suolo così duramente colpito, oggi risplendente del merito onorifico del
giusto riconoscimento nella nuova era repubblicana.
Da uno dei tanti intervenuti estrapoliamo la seguente conclusione: "Ma
liberaci da male! Ma liberaci dal male!! Il male!!! Cos'è il male?! Gli
uomini chiamano "male" tutto ciò che essi non vogliono.
Innanzitutto la morte e i dolori che ne sono i battistrada. La vita è
inseparabile dal male.
Sin dall'inizio gli uomini hanno tentato di difendersi dal male,
costruendo l'immagine della vita. Questa si libra al di sopra del
dolore: in qualche modo se ne libra, rendendolo sopportabile.
Un'immagine di vita è questo giorno di festa, attribuendo al nome festa
l'ètimo greco di teoria, cioè contemplazione, sguardo di chi è
spettatore di cose che si fondono insieme, forze che separandosi si
chiamano mito (parola, discorso, narrazione, arte), ecclèsia (assemblea
di popolo), tecnica (attività umana disposata alle mani,
all'intelletto, al lavoro, al pensiero, alla scienza, alla produzione,
alla creatività, al genio, alla sapienza). In ognuna di queste forze
separate si prolunga, sebbene affievolito nelle singole rispondenze, il
rimedio la medicina al male. La nostra festa di oggi è il rimedio, la medicina al
male di ieri, si arricchisce d'una significativa presenza.
Non vuol essere e non è il giorno transeunte. Interviene a renderla
salvifica, liberatrice, Dio. È Lui in definitiva il nostro Salvatore. La
morte ed il nulla della violenza, senza tale insostituibile presenza,
resterebbero tali, cioè morte e nulla.
La nostra festa, senza il Salvatore che è Dio, e non l'uomo,
diventerebbe un rimedio caduco e la nostra liberazione sarebbe soltanto
illusoria". |