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Nel
recentissimo libro "Nomos Basileus", La legge sovrana (BUR, Biblioteca
Universale Rizzoli, giugno 2006, pp. 160, euro 8,20) un gruppo di studiosi (Cacciari-Canfora-Dionigi-Ravasi-Zagrebelsky) ha svolto una interessante
indagine storica sul fondamento della legge, considerata sotto forma di norma
convenzionale posta dagli uomini o come norma dettata invece dalla natura.
In uno dei capitoli è riportata l'arringa pronunciata da Marco Tullio
Cicerone in difesa di Cluenzio,
nella quale volle ricordare ai giudici le doti di cui il magistrato deve dare
prova nell'esercizio della sua funzione.
Le parole del grande oratore dell'antica Roma meritano di essere
integralmente trascritte perché a distanza di millenni serbano ancora oggi
tutta la loro validità.
"Dovere del giudice saggio è
considerare che il popolo romano gli ha concesso un potere commisurato al
compito affidatogli, e ricordare che non solo gli è stata assegnata un'autorità, ma si è anche posta fiducia in lui; egli deve quindi
essere in grado di assolvere chi odia e di condannare chi non odia; e deve sempre pensare
non ai suoi stessi desideri, ma agli obblighi posti dalla legge e dalla
coscienza; deve prestare attenzione
alla legge in base alla quale l'imputato viene citato, all'imputato di cui
sta esaminando la situazione, al caso che viene dibattuto in tribunale... Il
compito di un uomo magnanimo e saggio, quando abbia preso la tavoletta per
emettere la sua sentenza, consiste soprattutto in questo: non creda di essere solo e di poter assecondare ogni sua inclinazione, ma abbia per
consiglieri la legge, la coscienza, la giustizia, la lealtà; tenga invece
lontani l'arbitrio, l'odio, l'ostilità, la paura e ogni genere di
passione, e attribuisca la massima importanza alla coscienza che abbiamo
ricevuto dagli dèi immortali..." |
La densità concettuale e la completezza
con cui sono stati indicati i requisiti indispensabili e le prospettive in
vista dei quali i magistrati sono chiamati a rendere giustizia trovano oggi
riscontro sintetico nei principi-cardine del nostro ordinamento giuridico, che
richiedono la "terzietà" del giudice come requisito personale, cioè
l'equidistanza dalle parti in conflitto quale espressione della sua
imparzialità, nell'esercizio di
un potere autonomo e indipendente ai sensi dell'art. 1O4 della Costituzione.
La stessa massima trascritta in ogni aula di giustizia ("La legge è uguale
per tutti") è ispirata all'esigenza di contemperare armonicamente tutti
gli impulsi presenti nel fenomeno processuale, mediante l'adozione delle
regole menzionate da Cicerone. Egualmente ispirato all'esigenza di garantire
sempre l'imparzialità del giudice è l'istituto dell'astensione, che gli
consente di non assoggettarsi al rischio di dover comprimere oltre ogni misura
i suoi sentimenti di fronte al caso di un giudicando che sia a lui legato da
vincoli di parentela o di amicizia
o viceversa da situazione di inimicizia o di ostilità. Il fulcro del sistema
è dunque costituito dalla assoluta imparzialità di ogni giudizio, come
delineato nell'insieme delle regole elencate da Cicerone.
Per rendere obbedienza a tali regole il giudice veste infatti la toga per
"spogliarsi" psicologicamente di qualsiasi atteggiamento o interesse personale che possano distrarlo dalla
massima rettitudine che gli viene chiesta nel compiere il suo arduo ufficio.
In linea conclusiva, dalla corrispondenza dell'insegnamento di Cicerone ai
dettami che tuttora disciplinano il compito del giudice, è lecito trarre il
principio dell'universalità del concetto di giustizia, che non muta mai nel corso della storia di tutti i
tempi.
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Procuratore
generale onorario della Corte di Cassazione
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